13 ottobre 2020

Quale sarà la politica estera del prossimo presidente degli Stati Uniti? di Thierry Meyssan

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Lo studio ovale della Casa Bianca cerca inquilino.

I programmi dei candidati Donald Trump e Joe Biden si discostano da quelli dei predecessori. La posta in gioco non è adattare gli Stati Uniti ai cambiamenti del mondo, ma definire quale sarà la fisionomia del Paese. La questione è esistenziale, sicché c’è davvero la possibilità che le contrapposizioni degenerino e sfocino in violenza. Per gli uni, il Paese dev’essere una nazione al servizio dei cittadini, per gli altri deve recuperare lo status imperiale precedente.

La campagna presidenziale statunitense 2020 vede contrapposti due modi radicalmente diversi di concepire il Paese: impero o nazione?

Da un lato, la pretesa di Washington di dominare il mondo arginando (containment) i concorrenti potenziali − strategia annunciata da George Kennan nel 1946 e seguita da tutti i presidenti fino al 2016; dall’altro la ricusazione dell’imperialismo e la volontà di favorire la ricchezza degli statunitensi in generale – strategia enunciata dal presidente Andrew Jackson (1829-1837) e ripresa soltanto dal presidente Trump (2017-2020).

Entrambi i campi mascherano le proprie vere intenzioni con la retorica. Democratici e Repubblicani si atteggiano ad alfieri del “mondo libero”, che deve essere difeso dai “dittatori”; ad accaniti oppositori delle discriminazioni razziali, nonché delle discriminazioni di genere e orientamento sessuale; infine a campioni della lotta al “riscaldamento globale”. I jacksoniani denunciano ora la corruzione, ora la perversità e, alla fin fine, l’ipocrisia di chi li ha preceduti, nonché esortano a lottare per la nazione, invece che per l’impero.

I due schieramenti hanno in comune unicamente il culto della forza: Democratici e Repubblicani la vogliono al servizio dell’impero, i jacksoniani al servizio della nazione.

Il fatto che i jacksoniani siano inaspettatamente diventati maggioranza nel Paese e controllino il Partito Repubblicano genera confusione, ma si deve distinguere il trumpismo dall’ideologia repubblicana che seguì la seconda guerra mondiale.

Democratici e Repubblicani appartengono alla classe agiata o sono professionisti delle nuove tecnologie, i jacksoniani sono invece – come i Gilet Gialli in Francia – piuttosto poveri, professionalmente legati alla terra, da cui non riescono a svincolarsi.

Nella campagna 2020 Democratici e Repubblicani costituiscono un blocco unico, schierato con l’ex vicepresidente Biden. Quest’ultimo e i suoi sostenitori sono estremamente volubili nell’enunciazione delle proprie intenzioni:
- “The Power of America’s Example”, by Joseph R. Biden Jr., Voltaire Network, 11 July 2019.
- “Why America Must Lead Again. Rescuing U.S. Foreign Policy After Trump”, by Joseph R. Biden Jr., Foreign Affairs, March/April 2020.
E, in particolare, la dichiarazione di alti funzionari repubblicani della Sicurezza Nazionale, che si sono schierati con il democratico Biden:
- “A Statement by Former Republican National Security Officials”, Voltaire Network, 20 August 2020.

- “Donald Trump Second Term Agenda”, by Donald Trump, Voltaire Network, 24 August 2020 (alla politica estera è dedicato soltanto l’ultimo breve paragrafo).

Secondo il mio parere, i contrasti più rilevanti non vengono dichiarati, ma costantemente sottintesi.

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Mattatore televisivo, Trump sogna di restituire il Paese al popolo, come fece Andrew Jackson.

Il programma dei jacksoniani

Sin dall’inizio del mandato, Trump ha rimesso in discussione la strategia Rumsfeld/Cebrowsky di annientamento delle strutture statali di tutti i Paesi del Medio Oriente Allargato, nessuno escluso, e annunciato l’intenzione di riportare a casa le truppe impegnate nella “guerra senza fine”. Obiettivo prioritario anche nella campagna 2020 («Basta con le guerre senza fine e riportiamo a casa le nostre truppe» - Stop Endless Wars and Bring Our Troops Home).

In seguito il presidente ha escluso dalle riunioni ordinarie del Consiglio per la Sicurezza Nazionale il direttore della CIA e il presidente del comitato dei capi di stato-maggiore, sottraendo così ai fautori dell’imperialismo il principale strumento di conquista.

Si veda:
- “Presidential Memorandum: Organization of the National Security Council and the Homeland Security Council”, by Donald Trump, Voltaire Network, 28 January 2017. «Donald Trump smantella l’organizzazione dell’imperialismo statunitense», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 31 gennaio 2017, traduzione di Rachele Marmetti.

Ne è seguita una battaglia per la presidenza del Consiglio Nazionale per la Sicurezza, con l’incriminazione del generale Michael T. Flynn, sostituito dal generale H. R. Mc Master, a sua volta sostituito dall’eccezionalista John R. Bolton e infine da Robert C. O’Brien.

− A maggio 2017 Trump ingiunse agli alleati degli Stati Uniti di cessare immediatamente il sostegno agli jihadisti che nel Medio Oriente Allargato attuavano la strategia Rumsfeld/Cebrowski. Fu il discorso di Riad ai capi di Stato sunniti e ai capi di governo della NATO. Il presidente Trump dichiarò obsoleta la NATO, ma dovette ricredersi. Tuttavia, se non ottenne l’abbandono della politica di contenimento (containment) della Russia, ottenne il dimezzamento degli stanziamenti per il perseguimento della strategia Rumsfeld/Cebrowski e l’utilizzo dei fondi risparmiati per la lotta allo jihadismo. Così facendo ha in parte ricondotto la NATO da strumento dell’imperialismo ad alleanza difensiva. Ha perciò preteso che i membri dell’Alleanza partecipassero in maniera più sostanziosa al budget. I partigiani dell’imperialismo hanno però continuato a sostenere lo jihadismo con mezzi privati, in particolare con i fondi KKR.

Si veda:
- “Presidential Memorandum: Plan to Defeat the Islamic State of Iraq and Syria”, by Donald Trump, Voltaire Network, 28 January 2017.
- “Donald Trump’s Speech to the Arab Islamic American Summit”, by Donald Trump, Voltaire Network, 21 May 2017.
- “Remarks by Donald Trump at NATO Unveiling of the Article 5 and Berlin Wall Memorials”, by Donald Trump, Voltaire Network, 25 May 2017.

Da qui le parole d’ordine di Trump: «Estirpiamo i terroristi mondiali che minacciano di nuocere agli americani» (Wipe Out Global Terrorists Who Threaten to Harm Americans) e «Chiediamo che gli alleati paghino la loro parte» (Get Allies to Pay their Fair Share).

− Fissato, come Democratici e Repubblicani, sul culto della forza, il jacksoniano Trump ha deciso di ripristinare la potenza delle forze armate statunitensi («Mantenere e sviluppare l’ineguagliata forza militare degli Stati Uniti», Maintain and Expand America’s Unrivaled Military Strenght). A differenza dei predecessori, non ha cercato di trasformare la gestione delirante del Pentagono privatizzandone i servizi uno dopo l’altro, ma ha elaborato un piano di reclutamento di ricercatori per poter di nuovo rivaleggiare tecnologicamente con russi e cinesi.

Si veda:
- “National Security Strategy of the United States of America”, December 2017. «Il National Security Strategy di Trump», Thierry Meyssan, Sa Defenza (Italia), Rete Voltaire, 27 dicembre 2017.

− Democratici e Repubblicani sostengono Trump solo nella volontà di riconquistare il primato in campo missilistico, benché non siano d’accordo su come riuscirvi («Costruire un eccellente sistema di difesa di cybersicurezza e un sistema di difesa antimissilistico», Build a Great Cybersecurity Defense System and Missile Defense System): l’inquilino della Casa Bianca vuole che gli USA, ed essi soltanto, si dotino di queste armi, che potranno eventualmente essere dispiegate sul territorio degli alleati; gli oppositori vogliono invece coinvolgere gli alleati, in modo da continuare a controllarli. Per Democratici e Repubblicani, il problema non è evidentemente ritirarsi dai trattati di disarmo della guerra fredda per costruire un nuovo arsenale, ma non perdere i mezzi di pressione diplomatica sulla Russia.

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Politico di professione, Biden spera di ripristinare lo status imperiale dell’ex prima potenza mondiale.

Il programma di Democratici e Repubblicani fuori dall’ufficialità del partito

Biden propone di focalizzarsi su tre obiettivi: 1. rinvigorire la democrazia; 2. formare la classe media per fronteggiare la globalizzazione; 3. riprendersi la leadership globale.

1. Fortificare la democrazia, ossia fondare, secondo termini da egli stesso usati, l’azione pubblica sul «consenso consapevole» (informed consent) degli statunitensi. Biden riprende la terminologia usata nel 1922 da Walter Lipmann, secondo cui la democrazia presuppone la «fabbricazione del consenso» (manufacturing consent). Una teoria a lungo discussa nel 1988 da Edward Herman e Noam Chomsky e che non ha alcun rapporto con la definizione del presidente Abraham Lincoln: «La democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo».

Biden ritiene di poter raggiungere l’obiettivo ristabilendo la moralità dell’azione pubblica attraverso la pratica del «politicamente corretto». Per esempio, Biden condanna «l’orribile prassi [del presidente Trump] di separare le famiglie degli immigrati e collocarne i figli in prigioni private», omettendo però di dire che Trump si è limitato ad applicare una legge democratica allo scopo di dimostrarne l’inutilità; Biden annuncia inoltre di voler riaffermare la condanna della tortura, giustificata invece dal presidente Trump, omettendo però di dire che quest’ultimo, come il presidente Obama, ne ha già vietato il ricorso, senza tuttavia abolire la reclusione a vita senza processo a Guantanamo.

Biden ha annunciato l’intenzione di organizzare un summit sulla democrazia per vincere la corruzione, difendere il «mondo libero» contro i regimi autoritari e far avanzare i “diritti dell’uomo”. Alla luce della definizione di democrazia di Biden, si tratterebbe di coinvolgere gli Stati alleati nell’additare capri espiatori come responsabili di quel che non funziona («i corrotti») e promuovere i “diritti dell’uomo”, nel senso anglosassone della locuzione − certamente non in quello francese. Ossia mettere fine alle violenze della polizia, ma non favorire la partecipazione dei cittadini al momento decisionale. Questo vertice lancerà un appello al settore privato affinché le nuove tecnologie non possano essere utilizzate da Stati autoritari per sorvegliare i cittadini (gli USA e la loro NSA potranno però continuare a farlo nell’interesse, beninteso, del “mondo libero”).

Biden conclude il capitolo sottolineando il proprio ruolo in seno alla Commissione transatlantica per l’integrità elettorale, a fianco di amici quali l’ex segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, che rovesciò la Jamahiriya Araba Libica, nonché l’ex segretario USA per la Sicurezza della Patria, che mise sotto sorveglianza l’intera popolazione USA. Non dimentichiamo John Negroponte, che organizzò i Contras in Nicaragua e Daesh in Iraq.

2. Formare la classe media per fronteggiare la globalizzazione. Preso atto che la politica successiva allo scioglimento dell’URSS ha comportato la rapida sparizione delle classi medie, Biden è convinto che si potrà prevenire la delocalizzazione di posti di lavoro formando quanto resta della classe media alle nuove tecnologie.

3. Rinnovare la leadership statunitense. Si tratta di fermare, in nome della democrazia, l’avanzamento di «populisti, nazionalisti e demagoghi». Una formula che fa capire quanto, secondo Biden, la democrazia non sia soltanto fabbricazione di consenso, ma anche soppressione della volontà popolare. Infatti, i demagoghi corrompono le istituzioni democratiche, mentre i populisti sono al servizio della volontà popolare e i nazionalisti della collettività.

Biden precisa poi che metterà «per sempre» fine alle guerre; una formula che sembra sostenere lo stesso scopo dei jacksoniani, ma che tuttavia differisce nella terminologia. Si tratta in realtà di validare l’adeguamento del sistema attuale ai limiti imposti dal presidente Trump: perché far morire i soldati USA all’estero, quando si può perseguire la strategia Rumsfeld/Cebrowski usando gli jihadisti, che tra l’altro costano meno? Tanto più che quando era senatore dell’opposizione, Biden diede il proprio nome al piano di divisione dell’Iraq, che il Pentagono cercò d’imporre.

Segue una tirata sull’allargamento della NATO agli alleati latino-americani, africani e del Pacifico. Lungi dall’essere obsoleta, la NATO tornerà a essere il nucleo dell’imperialismo USA.

Biden auspica infine il rinnovo dell’accordo 5+1 con l’Iran e dei trattati di disarmo con la Russia. L’accordo con il presidente iraniano Hassan Rohani mira alla canonica divisione dei Paesi mussulmani in sunniti e sciiti; i trattati di disarmo mirano invece a confermare che l’amministrazione Biden non punta allo scontro planetario, bensì al contenimento (containment) del rivale.

Il programma del candidato del Partito Democratico e dei Repubblicani, fuori dall’ufficialità del partito, si conclude con la convinzione di dover aderire all’Accordo di Parigi e di assumere la leadership della lotta al riscaldamento globale. Biden precisa che non farà sconti alla Cina, che delocalizza le proprie industrie più inquinanti lungo la via della seta. Omette però di dire che il suo amico Barack Obama prima di entrare in politica redasse gli statuti della borsa di Chicago degli scambi dei diritti di emissione di carbone. La lotta al riscaldamento climatico è un affare di banchieri più che questione ecologica.

Conclusione

È giocoforza constatare che tutto ostacola la chiarificazione. Quattro anni di sconvolgimento del presidente Trump sono riusciti soltanto a sostituire le “guerre senza fine” con una guerra privata di debole potenza: ci sono certamente meno morti, ma sempre di guerra si tratta.

Le élite beneficiarie dell’imperialismo non sono pronte a rinunciare ai propri privilegi.

Bisogna perciò temere che gli Stati Uniti siano costretti a un conflitto interno, a una guerra civile, e finiscano con lo sfasciarsi, come già accadde all’Unione Sovietica.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

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