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11 settembre 2018

TORRI GEMELLE / BIN LADEN E MOHAMED ATTA UNITI NELLA LOTTA PER LA CIA


Arieccolo. Era scomparso da un bel po' di tempo il volto del capo commando per l'assalto alle Twin Towers che ha cambiato i destini del mondo e provocato l'assalto degli Usa all'Iraq, la preda da sbranare per interessi petroliferi, di potere e logistici: il volto di Mohamed Atta.
Il Corriere della Sera pubblica un ampio reportage sul "Matrimonio tra gli eredi del terrore", ossia le nozze tra Bin Laden junior (il rampollo di Osama) e la figlia di Mohamed Atta, la figura strategica in tutta la vicenda dell'11 settembre.
La notizia, a sua volta, arriva fresca fresca dall'autorevole Guardian, che fornisce alcuni dettagli da non poco. Nel resoconto del quotidiano londinese, ad esempio, viene  sfornata un'altra new, sempre in tema nuziale: "un altro figlio di Osama bin Laden, Mohamed, ha avuto in sposa la figlia di Afef al Marsi, a lungo uno dei principali esponenti militari della fazione e poi ucciso da un drone statunitense nel 2001. Cerimonia tramandata da un celebre video".

IL TIMIDO MOHAMED TUTTO CASA & CIA
Così scrive l'inviato del Corsera Guido Olimpio: "Sulla vita privata di Mohamed Atta, figura introversa e timida, però capace di guidare i suoi uomini nella fase finale del grande attentato, non sono mancate le supposizioni, le speculazioni, i racconti a metà. Si era ipotizzato di una sua possibile relazione con un cittadino mediorentale detenuto in Spagna mentre alcuni anni fa una donna, spuntata in Florida, aveva sostenuto di essere stata la sua compagna. Voci perse nel tempo".
Contina Olimpio: "Nel 2010 la madre, Boziana, aveva dichiarato al quotidiano spagnolo El Mundo che il figlio in realtà non era morto nella strage del 2001: gli americani lo hanno catturato e portato a Guantanamo. A suo dire l'intelligence avrebbe organizzato una manovra per accusare i musulmani di 'terrrorismo'. Teorie cospirative condivise a lungo anche dal padre, convinto che Mohamed fosse rimasto vittima di una manipolazione, salvo poi cambiare idea".


Ferdinando Imposimato. In apertura Mohammed Atta e, sullo sfondo, Osama bin Laden

Molto più chiara ci pare la ricostruzione fornita sei anni fa, nel 2012, da Ferdinando Imposimato, che venne ufficialmente incaricato dal Tribunale dell'Aja per i crimini di guerra di redigere un dossier proprio su tutti i lati oscuri & le connection della tragedia delle Torri Gemelle. E, guarda caso, Mohamed Atta era il protagonista di quel lungo e minuzioso documento che il giudice antimafia e antiterrorismo preparò (e poi consegnò) alle autorità dell'Aja. In basso riproduciamo per intero l'articolo che Imposimato firmò proprio per la Voce a marzo 2012 (emblematico il titolo: "Atta secondo") su quella tragica vicenda.
La realtà è più semplice di quanto possa sembrare. Atta era un uomo al servizio dei servizi americani. Forse a loro insaputa? Macchè, era un infiltrato di lusso, di superlusso. Si era addestrato per volare negli Usa in tutta tranquillità, aveva conseguito i relativi brevetti, aveva ogni tipo di documento in regola, e l'ultimo anno prima della strage, ossia tra la fine del 2000 a tutto agosto del 2001, aveva viaggiato in lungo e in largo per gli Usa, e tra gli Usa e l'Europa.
Possibile mai che un "sospetto" di quel calibro (il suo nome era infatti nella black list di Cia ed Fbi) fosse libero come un normale commesso viaggiatore di saltare da una costa all'alta, dall'Atlantico al Pacifico? Libero come un fringuello e senza lo straccio di un controllo?

LA GRANDE AMICIZIA TRA LE FAMIGLIE BUSH E BIN LADEN
Atto secondo, è il caso di dirlo. Ossia la storia dei legami d'affari tra la famiglia Bush (senior e junior) e Osama bin Laden. La Voce una decina d'anni fa ha pubblicato un'intervista all'avvocato Carlo Taormina, all'epoca legale di Loredana Bertè, in cui raccontava di un pranzo a casa Bush in compagnia dell'allora marito, il campione di tennis Bjorn Borg. Tra aragoste & racchette spunta un vip. Ebbene, sapete chi era l'altro invitato eccellente alla tavola di casa Bush? Osama bin Laden. Voleva anche lui lezioni di tennis o qualcos'altro?


Loredana Bertè con Bjorn Borg

Sta di fatto che gli affari tra le due famiglie sono volati sempre a gonfie vele, sigillati da un'altra amicizia da novanta: quella di Bush senior con il fratellastro di Osama bin Laden, perchè entrambi soci del potentissimo gruppo finanziario a stelle e strisce Carlyle.
E circola una "leggenda metropolitana" (ma non troppo): che i due amiconi abbiamo assistito all'esplosione delle Twin Towers in diretta, proprio dalle ampie terrazze griffate Carlyle, superpanoramiche e soprattutto con vista diretta sulle Torri Gemelle. 
Sorgono a questo punto spontanee alcune domande. Ma cosa ha poi fatto il tribunale dell'Aja del dossier Imposimato? Di tutti gli esplosivi elementi che conteneva? Di tutta quella minuziosa ricostruzione che aveva effettuato?
E cosa ha fatto la Casa Bianca del lavoro investigativo iniziato ovviamente subito dopo la tragedia, per svelare gli scenari che c'erano dietro la tragedia delle Torri Gemelle? Già nell'autunno 2001, infatti, venne ordinata un'inchiesta top secret. Solo pochi mesi prima della scadenza del suo secondo mandato presidenziale Barack Obama l'ha desecretata.
Come mai non se ne è più saputo niente? Come mai non s'è mossa una sola foglia? Perchè s'è alzata la solita cortina fumogena? Perchè s'è invece alzato, alto come le Torri Gemelle, un muro di gomma, anche disinformativo?
Sono ancora in troppi a temere che quelle tragiche verità prima o poi possano venire a galla.
Vergogna per la 'democratica' (sic) America.

L'ARTICOLO DI FERDINANDO IMPOSIMATO DI MARZO 2012
http://www.lavocedellevoci.it/wp-content/uploads/2016/05/articolo-Voce-Imposimato-marzo-2012.pdf

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03 maggio 2018

Dag Hammarskjöld: prove indicano che l'aereo del capo delle Nazioni Unite è stato abbattuto

Testimoni oculari affermano che un secondo aereo ha sparato sull'aereo sollevando domande di insabbiamento britannico sull'incidente del 1961 e sulle sue cause


Il relitto dell'aereo di Dag Hammarskjöld

Il relitto dell'aereo di Dag Hammarskjöld vicino a Ndola, ora Zambia. Testimoni oculari affermano di aver visto un secondo piano di fuoco sull'aereo del capo dell'ONU. Fotografia: TopFoto

Nuove prove sono emerse in uno dei misteri più duraturi delle Nazioni Unite e della storia africana, suggerendo che l'aereo che trasportava il segretario generale delle Nazioni Unite Dag Hammarskjöld fu abbattuto sulla Rhodesia del Nord (ora Zambia) 50 anni fa, e l'omicidio fu coperto da Autorità coloniali britanniche.

Una commissione d'inchiesta gestita da britannici ha accusato l'incidente del 1961 di un errore del pilota e una successiva inchiesta delle Nazioni Unite ha ampiamente impressionato le sue scoperte. Hanno ignorato o minimizzato la testimonianza dei testimoni degli abitanti dei villaggi vicino al luogo dell'incidente che suggerivano un gioco scorretto. The Guardian ha parlato con i testimoni sopravvissuti che non sono mai stati interrogati dalle indagini ufficiali e che erano troppo spaventati per farsi avanti.

I residenti nella periferia occidentale della città di Ndola descrissero la DC6 di Hammarskjöld abbattuta da un secondo velivolo più piccolo. Si dice che il luogo dell'incidente sia stato sigillato dalle forze di sicurezza del Nord-Rodi il mattino dopo, alcune ore prima che il relitto fosse dichiarato ufficialmente trovato, e gli fu ordinato di lasciare l'area.

I testimoni chiave sono stati individuati e intervistati negli ultimi tre anni da Göran Björkdahl, un operatore umanitario svedese con base in Africa , che ha reso le indagini sul mistero di Hammarskjöld una ricerca personale da quando ha scoperto che suo padre aveva un frammento della DC6 caduta.

"Mio padre era in quella parte dello Zambia negli anni '70 e chiedeva alla popolazione locale cosa fosse successo, e un uomo lì, vedendo che era interessato, gli diede un pezzo dell'aereo. Questo è ciò che mi ha fatto iniziare", ha detto Björkdahl. Quando andò a lavorare in Africa, andò sul posto e cominciò a interrogare sistematicamente le persone locali su ciò che avevano visto.

L'inchiesta ha portato Björkdahl a telegrammi inediti - visti dal Guardian - dai giorni precedenti alla morte di Hammarskjöld il 17 settembre 1961, che illustrano la rabbia degli Stati Uniti e britannici a un'operazione militare dell'ONU fallita che il segretario generale ordinò a nome del governo congolese contro una ribellione sostenuta da compagnie minerarie occidentali e mercenari nella regione del Katanga ricca di minerali.

Hammarskjöld stava volando a Ndola per i colloqui di pace con la leadership Katanga in un incontro che gli inglesi hanno aiutato a organizzare. Il diplomatico svedese ferocemente indipendente aveva, allora, fatto infuriare quasi tutte le maggiori potenze del Consiglio di sicurezza con il suo sostegno alla decolonizzazione, ma il sostegno dei paesi in via di sviluppo significava che la sua rielezione come segretario generale sarebbe stata virtualmente garantita al voto di assemblea generale dovuto l'anno seguente.

Björkdahl lavora per l'agenzia svedese per lo sviluppo internazionale, Sida, ma la sua indagine è stata condotta a suo tempo e il suo rapporto non rappresenta le opinioni ufficiali del suo governo. Tuttavia, il suo rapporto riecheggia lo scetticismo sul verdetto ufficiale espresso dai membri svedesi delle commissioni di inchiesta.

Björkdahl conclude che:


 L'aereo di Hammarskjöld fu quasi certamente abbattuto da un secondo aereo non identificato.
 Le azioni dei funzionari britannici e del nord della Russia hanno ritardato la ricerca dell'aereo scomparso.
 Il relitto è stato trovato e sigillato dalle truppe e dalla polizia del nord di Rodi molto prima che la sua scoperta fosse ufficialmente annunciata.
 L'unico sopravvissuto all'incidente potrebbe essere stato salvato ma gli è stato permesso di morire in un ospedale locale mal attrezzato.
 All'epoca della sua morte, Hammarskjöld sospettava che i diplomatici britannici avessero segretamente sostenuto la ribellione del Katanga e avesse ostacolato un tentativo di organizzare una tregua.
 Giorni prima della sua morte, Hammarskjöld autorizzò un'offensiva delle Nazioni Unite su Katanga - nome in codice Operazione Morthor - nonostante le riserve del consulente legale delle Nazioni Unite, alla furia degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.

Le nuove prove più interessanti provengono da testimoni che non erano stati precedentemente intervistati, per lo più produttori di carbone della foresta intorno a Ndola, ora tra i 70 e gli 80 anni.

Dickson Mbewe, ora 84enne, era seduto fuori dalla sua casa nel compound di Chifubu, a ovest di Ndola, con un gruppo di amici la notte dello schianto.

"Abbiamo visto un aereo sorvolare Chifubu ma non gli abbiamo prestato attenzione la prima volta", ha detto al Guardian. "Quando l'abbiamo vista una seconda e una terza volta, abbiamo pensato che all'aereo fosse negato il permesso di atterraggio all'aeroporto. All'improvviso, abbiamo visto un altro aereo avvicinarsi all'aereo più grande ad una maggiore velocità e rilasciare un incendio che appariva come una luce brillante.

"L'aereo in alto si è girato e ha preso un'altra direzione, abbiamo percepito il cambiamento nel suono dell'aereo più grande, è andato giù e è scomparso".

Verso le 5 del mattino, Mbewe andò alla sua fornace di carbone vicino al luogo dell'incidente, dove trovò soldati e poliziotti che stavano già disperdendo persone. Secondo il rapporto ufficiale, il relitto è stato scoperto solo alle 15:00 di quel pomeriggio.

"C'era un gruppo di soldati bianchi che trasportavano un corpo, due davanti e due dietro", ha detto. "Ho sentito la gente che diceva che c'era un uomo che è stato trovato vivo e dovrebbe essere portato in ospedale, a nessuno è stato permesso di rimanere lì".

Mbewe non ha trasmesso questa informazione prima perché non gli è mai stato chiesto, ha detto. "L'atmosfera non era pacifica, eravamo cacciati via, avevo paura di andare alla polizia perché potevano mettermi in prigione".

Un altro testimone, Custon Chipoya, un produttore di carbone di 75 anni, sostiene anche di aver visto un secondo aereo nel cielo quella notte. "Ho visto un aereo girare, aveva luci chiare e ho potuto sentire il rombo del motore", ha detto. "Non era molto alto, secondo me era al culmine degli aerei quando stanno per atterrare.

"È tornato una seconda volta, il che ci ha fatto guardare e la terza volta, mentre si stava dirigendo verso l'aeroporto, ho visto un aereo più piccolo avvicinarsi dietro quello più grande: l'aereo più leggero, un tipo di aereo più piccolo, seguiva da dietro e ha avuto una luce lampeggiante, poi ha rilasciato un po 'di fuoco sul piano più grande sottostante e si è mosso nella direzione opposta.

"L'aereo più grande ha preso fuoco e ha iniziato a esplodere, schiantandosi contro di noi. Abbiamo pensato che ci stesse seguendo mentre tagliava rami e tronchi d'albero, pensavamo fosse una guerra, quindi siamo fuggiti".

Chipoya ha detto che è tornato al sito la mattina dopo alle 6 del mattino e ha trovato l'area delimitata da poliziotti e ufficiali dell'esercito. Non ha menzionato ciò che aveva visto perché: "Era impossibile parlare con un ufficiale di polizia, poi abbiamo capito che dovevamo andare via", ha detto.

Safeli Mulenga, 83 anni, anche a Chifubu nella notte dello schianto, non ha visto un secondo aereo ma è stato testimone di un'esplosione.

"Ho visto l'aereo girare due volte", ha detto. "La terza volta che il fuoco proveniva da qualche parte sopra l'aereo, brillava così luminoso: non poteva essere l'aereo che esplodeva perché il fuoco si stava avvicinando ad esso", ha detto.

Non c'è stato alcun annuncio per le persone di farsi avanti con le informazioni dopo l'incidente, e il governo federale non voleva che la gente ne parlasse, ha detto. "C'erano alcuni che hanno assistito all'incidente e sono stati portati via e imprigionati".

John Ngongo, ora 75, fuori nella boscaglia con un amico per imparare a fare il carbone di legna la notte dello schianto, non ha visto un altro aereo ma ne ha sicuramente sentito uno, ha detto.

"All'improvviso, abbiamo visto un aereo con il fuoco da un lato che veniva verso di noi: era in fiamme prima che colpisse gli alberi L'aereo non era solo Ho sentito un altro aereo ad alta velocità scomparire in lontananza ma non l'ho visto ," Egli ha detto.

L'unico sopravvissuto tra le 15 persone a bordo della DC6 era Harold Julian, un sergente americano sui dettagli della sicurezza di Hammarskjöld. Il rapporto ufficiale dice che è morto per le sue ferite, ma Mark Lowenthal, un medico che ha aiutato a trattare Julian in Ndola, ha detto a Björkdahl che avrebbe potuto essere salvato.

"Considero l'episodio come uno dei miei peggiori fallimenti professionali in quella che è diventata una lunga carriera", ha scritto Lowenthal in una e-mail. "Devo prima chiedere perché le autorità statunitensi non hanno immediatamente deciso di aiutare / salvare uno di loro? Perché non ho pensato a questo in quel momento? Perché non ho provato a contattare le autorità statunitensi per dire:" Invia con urgenza un aereo per evacuare un cittadino statunitense in disimpegno alle Nazioni Unite che sta morendo per insufficienza renale? '"

Julian fu lasciato a Ndola per cinque giorni. Prima di morire, ha detto alla polizia di aver visto scintille nel cielo e un'esplosione prima dello schianto.

Björkdahl solleva anche delle domande sul motivo per cui la DC6 è stata fatta circolare fuori da Ndola. Il rapporto ufficiale afferma che non c'era un registratore nella torre di controllo del traffico aereo, nonostante il fatto che la sua attrezzatura fosse nuova. Il rapporto sul controllo del traffico aereo dell'incidente non è stato depositato fino a 33 ore dopo.

Secondo i registri degli eventi della notte, l'alto commissario britannico della Federazione di Rodi e Nyasaland, Cuthbert Alport, che era all'aeroporto quella sera, "improvvisamente disse di aver sentito che Hammarskjöld aveva cambiato idea e intendeva volare da qualche parte Altrimenti, il gestore dell'aeroporto non ha inviato alcuna segnalazione di emergenza e tutti sono semplicemente andati a letto ".

I racconti dei testimoni di un altro piano sono coerenti con altri resoconti interni della morte di Hammarskjold. Entrambi i suoi migliori assistenti, Conor Cruise O'Brien e George Ivan Smith, si erano entrambi convinti che il segretario generale fosse stato abbattuto da mercenari che lavoravano per gli industriali europei nel Katanga. Credevano anche che gli inglesi aiutassero a coprire le riprese. Nel 1992, i due hanno pubblicato una lettera nel Guardian spiegando la loro teoria. Il sospetto delle intenzioni britanniche è un tema ricorrente della corrispondenza che Björkdahl ha esaminato dai giorni precedenti la morte di Hammarskjöld.

Formalmente, il Regno Unito appoggiava la missione delle Nazioni Unite, ma, in privato, il segretario generale ei suoi collaboratori ritenevano che i funzionari britannici stessero ostacolando le mosse di pace, probabilmente come risultato di interessi minerari e simpatie con i coloni bianchi sul lato Katanga.

La mattina del 13 settembre il leader separatista Moise Tshombe ha segnalato che era pronto per una tregua, ma ha cambiato idea dopo un incontro di un'ora con il console britannico nel Katanga, Denzil Dunnett.

Non c'è dubbio che al momento della sua morte Hammarskjöld, che aveva già alienato i sovietici, francesi e belgi, aveva anche irritato gli americani e gli inglesi con la sua decisione di lanciare l'operazione Morthor contro i leader ribelli e mercenari nel Katanga.

Il segretario di stato americano, Dean Rusk, ha detto a uno degli assistenti del segretario generale che il presidente Kennedy era "estremamente turbato" e stava minacciando di ritirare il sostegno dell'ONU. Il Regno Unito, ha detto Rusk, era "ugualmente sconvolto".

Alla fine della sua inchiesta, Björkdahl non è ancora sicuro di chi abbia ucciso Hammarskjöld, ma è abbastanza sicuro del perché sia ​​stato ucciso: "È chiaro che c'erano molte circostanze che indicavano il possibile coinvolgimento delle potenze occidentali. gli interessi dell'ovest negli immensi giacimenti minerari del Congo. E questo fu il periodo della liberazione dell'Africa nera, e tu avevi i bianchi che cercavano disperatamente di aggrapparsi.

"Dag Hammarskjöld stava cercando di attenersi alla carta delle Nazioni Unite e alle regole del diritto internazionale, ho avuto l'impressione dai suoi telegrammi e dalle sue lettere private di essere disgustato dal comportamento delle grandi potenze".

Gli storici del Foreign Office dissero che non potevano commentare. I funzionari britannici credono che, in questa data tardiva, nessuna ricerca avrebbe dimostrato o smentito in modo conclusivo quelle che considerano teorie cospirative che hanno sempre circondato la morte di Hammarskjöld.

www.theguardian.com

02 maggio 2018

Sondaggio SWG: 3 italiani su 4 contrari ai raid sulla Siria

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(SIR-DIRE) Roma 20 apr. – Il 73% degli italiani boccia nettamente la scelta di bombardare la Siria compiuta da Usa, Gran Bretagna e Francia sferrato all'alba di sabato 14 aprile. È quanto si legge in 'PoliticApp', lo speciale di Swg 'Raid sulla Siria', pubblicato ieri.
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Alla domanda se si è o meno d'accordo con la scelta effettuare un attacco missilistico sulla Siria gli intervistati 1.000 soggetti maggiorenni – hanno risposto per il 46% "per niente" e per il 27% "poco".
"Molto" e "abbastanza" d'accordo sono risultati, rispettivamente, il 3% e il 13%. Inoltre, per la maggioranza degli intervistati il raid di sabato scorso è stato un errore di strategia e un'aggressione illecita.
Infatti, per il 31% si è trattato di "un'aggressione a un Paese sovrano, una violazione del diritto internazionale" mentre il 23% sostiene che sia stato "un errore perchè unirà la Siria sotto la leadership di Assad".
Secondo il 15% il bombardamento è stato "un atto giusto perchè Assad ha usato le armi chimiche contro la popolazione" e per un altro 7% il raid è stato "un atto legittimo nel quadro multilaterale". Quasi un intervistato su quattro (24%) non si è espresso.
Rispetto alle sanzioni che gli Stati Uniti chiedono siano inflitte alla Russia "perchè è stata complice nell'uso delle armi chimiche in Siria" la metà degli intervistati si dice contraria. Infatti il 32% sarebbe "poco" d'accordo con le sanzioni mentre il 18% sarebbe "per niente" d'accordo.
"Molto" e "abbastanza" favorevoli si sono dichiarati rispettivamente il 6% e il 18%, mentre il 21% non si è espresso.
Foto SANA, e US DoD
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16 febbraio 2018

Siria: la denuncia di mons. Abou Khazen, “si stanno spartendo le vesti del nostro Paese”

La drammatica testimonianza del vicario apostolico di Aleppo, mons. Georges Abou Khazen: "La guerra in Siria non è finita. Le grandi potenze si stanno spartendo le vesti del nostro Paese". Daesh? "Il cavallo di Troia dei Paesi coinvolti che lo usano per spostare il conflitto da un punto all'altro del Paese, secondo le convenienze". Il dramma dei bambini uccisi, orfani, abbandonati e assoldati dalle fazioni in lotta per combattere.


"Siamo entrati nella Terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli". Era l'agosto del 2014, quando Papa Francesco, durante il suo viaggio apostolico in Corea del Sud, pronunciava queste parole. Parole quanto mai attuali se riferite a quanto sta avvenendo in questi giorni in Siria dove si registra una escalation del conflitto dopo lo scontro tra Iran e Israele che hanno visto abbattuti rispettivamente un drone iraniano e un caccia F-16 con la Stella di David. E sebbene la guerra sia stata dichiarata conclusa dal presidente Assad e dal suo primo alleato, il presidente russo Putin, sul tavolo verde siriano le potenze regionali e internazionali continuano a giocare le loro carte: turchi, israeliani, curdi, russi, americani, iraniani, hezbollah libanesi, sauditi, i resti di Daesh e le milizie di al-Nusra. Si combatte nell'enclave curda di Afrin, a Idlib nel nord-ovest del Paese, teatro di un'offensiva governativa contro i ribelli, a Deir ez-Zor.
Bombe anche a Damasco dove fonti locali parlano di colpi di mortaio che hanno centrato il patriarcato siro ortodosso, causando morti e feriti. L'Onu ha aperto un'inchiesta relativa all'uso di bombe al cloro da parte dell'esercito regolare. Accusa respinta da Damasco. E nel risiko siriano affondano anche le tenui speranze di negoziati legate all'ultima conferenza di pace di Sochi, di fine gennaio, nella quale è stato chiesto rispetto per l'integrità territoriale del Paese e ribadito che solo il popolo siriano dovrebbe decidere la forma del proprio governo. Nella stessa conferenza è stata approvata la creazione di una commissione costituzionale con una lista di 150 partecipanti, due terzi in rappresentanza del governo siriano, un terzo dell'opposizione.
"Qui è di nuovo l'inferno. Piovono bombe e la povera popolazione siriana non smette mai di soffrire.
Perché tutto questo? Quando finirà?".
È un fiume in piena mons. Georges Abou Khazen, francescano della Custodia di Terra Santa e vicario apostolico di Aleppo. Al telefono, dalla città martire siriana, denuncia: "Ogni volta che rinasce un briciolo di speranza ecco che questo viene sepolto di nuovo dalle bombe. Ogni volta che si compiono timidi passi in avanti per la ripresa di negoziati, ecco che ci ricacciano indietro. Perché?". Non ci sono risposte certe, l'unica, dice, "è continuare a sperare". Ciò che sta accadendo nel Ghouta orientale, a Damasco, Idlib e Afrin è una tragedia immane. Qui secondo l'Unicef sono stati uccisi, nel solo mese di gennaio, 60 bambini e molti altri sono stati feriti durante i combattimenti in corso. "Siamo addolorati – prosegue mons. Abou Khazen -.
La gente soffre e si chiede cosa accadrà. Ci sono migliaia di famiglie, donne, anziani intrappolate dalle bombe delle parti in lotta. Sono queste persone la parte più debole della popolazione. Ma soprattutto ci sono migliaia di bambini malnutriti, abbandonati, orfani, che vagano soli, che hanno bisogno di ogni forma di assistenza materiale e morale".
Piccoli che diventano preda delle fazioni armate in lotta: "In alcune zone, soprattutto quelle sotto controllo dello Stato Islamico (Daesh) e di Al Nusra – spiega il religioso francescano – i più piccoli vengono arruolati, addestrati alla guerra e mandati a combattere". Ma l'emergenza non finisce qui. "Urgono aiuti di ogni genere. In tante zone del Paese manca il lavoro, migliaia di famiglie hanno necessità di rimettere in piedi la propria abitazione per avere di nuovo un tetto sulla testa. Come Chiesa stiamo cercando di aiutare quante più persone possibile ma i bisogni sono enormi. Non abbandonateci",  dice con voce accorata il vescovo.
La tragedia siriana non conosce fine. Daesh? "Sembra essere stato sconfitto ma non è così – risponde mons. Abou Khazen –
Daesh è il cavallo di Troia per le potenze coinvolte nella guerra.
Serve loro per spostare il conflitto da un punto all'altro della Siria, a seconda delle convenienze.
Ma non c'è solo Daesh, nel campo di battaglia siriano. Ci sono Al Nusra e tanti altri gruppi affiliati teleguidati da tutte le potenze, regionali e internazionali, coinvolte in questo conflitto per procura. Li assoldano, li addestrano e li armano: questo è il maggiore ostacolo al dialogo tra le parti siriane".
Mai come oggi le sorti della Siria sono nelle mani di Usa, Arabia Saudita, Israele, Russia, Iran, Turchia:
"Si stanno dividendo le vesti del nostro Paese. Abbiamo paura di una spartizione della Siria.
È giusto che per interessi economici e politici un intero popolo debba soffrire così?". "Gesù sta patendo sulla croce per tutta la popolazione della Siria, senza distinzione di etnia e fede. Siamo un corpo solo. La guerra – ricorda il vicario – ha allontanato i siriani dalle loro terre e case, metà della popolazione è profuga, centinaia di migliaia di morti, milioni di feriti, almeno diecimila rapiti, spariti nel nulla e dei quali non si conosce la sorte. Cosa altro vogliono da noi queste potenze?".
È un Paese lacerato quello che fra un mese entrerà nel suo ottavo anno di guerra. Il pensiero del vicario apostolico va ai più giovani: "Quelli che hanno potuto, hanno lasciato il Paese.
Che generazioni future avremo se non verranno formate alla giustizia, al diritto e alla pace? Cosa ne sarà di loro? E cosa sarà della società che verrà? La speranza non deve abbandonarci perché abbiamo la certezza che il nostro destino non è nelle mani di un uomo o di una superpotenza. Il nostro destino è nelle mani di Dio, Padre provvidente.
In Lui, e solo in Lui, poniamo la nostra salvezza".
www.agensir.it

12 gennaio 2018

Mobilità, arriva la rivoluzione elettrica


Quale sarà l'impatto di questa "rivoluzione"? E cosa comporterà a livello di costi di gestione della rete elettrica la graduale conversione del parco auto in mezzi a emissioni zero?
ANDREA BERTAGLIO

La rivoluzione elettrica è iniziata. Piaccia o meno, infatti, nel corso dell'ultimo paio di anni si è avviata una serie di dinamiche che, dopo lunghe attese da parte degli addetti del settore, stanno smuovendo le acque come mai prima a livello di mobilità green, nuove infrastrutture e percezione del pubblico della necessità di ridurre l'inquinamento atmosferico. Tanto che nel terzo trimestre del 2017 le auto elettriche e le ibride plug-in vendute sono state circa il 63% in più rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente. E così temi o fenomeni fino a poco tempo fa riservati ai soli appassionati come l'auto e la moto elettrica, le Smart Grid o le Smart City sono finalmente sulle prime pagine dei giornali, protagonisti nelle fiere e ormai parte dell'immaginario collettivo. Ma quale sarà l'impatto di questa "rivoluzione"? E cosa comporterà a livello di costi di gestione della rete elettrica la graduale conversione del parco auto in mezzi a emissioni zero?
Se lo sono chiesto soprattutto in California, stato che da solo ospita più della metà dell'intero parco EV Usa (secondo mercato globale, dopo la Cina): il boom di veicoli elettrici avrà effetti negativi sui costi per la collettività nella gestione di rete elettrica e infrastrutture, o nell'applicazione di trasformatori e condensatori? Secondo alcuni studi e ricerche, la risposta è un secco "no". Come riportato in un approfondimento della rivista specializzata CleanTechnica, infatti, senza accorgimenti per una maggiore efficienza energetica un'auto elettrica può far aumentare di un terzo (33%) i consumi di corrente una famiglia, ma ciò non significa che le performance della rete vengano penalizzate. Al contrario, rappresenta un'opportunità di miglioramento per l'intero sistema.
In realtà lo ha rivelato già nel 2014 una rigorosa analisi guidata dalla California Public Utilities Commission con cui, sempre sulla West Coast, si sono stimati gli impatti sulla rete elettrica di una larga diffusione di veicoli elettrici: i costi per l'aggiornamento della rete di distribuzione locale sarebbero "sorprendentemente bassi", spiegano i ricercatori. Anche ipotizzando di ritrovarsi nel 2030 con una diffusione molto più elevata di auto e moto elettriche, ad esempio 7 milioni di veicoli (un quarto di tutti quelli immatricolati), i costi per le infrastrutture di distribuzione sarebbero solo l'1% del budget annuale delle utility. Non solo, secondo questo studio sempre entro il 2030 l'adozione di veicoli elettrici porterebbe a benefici per addirittura 3,1 miliardi di dollari, derivanti da numerosi fattori fra cui ad esempio l'acquisizione di crediti d'imposta federali, i risparmi di carburante e i crediti di carbonio della California nel mercato delle emissioni.
E in Italia, cosa ne pensano gli esperti del settore? Secondo il Tesla Club Italy, ormai punto di riferimento sui temi legati alla mobilità elettrica, non è affatto vero che se tutti avessero auto elettriche la rete non reggerebbe. "Da una parte perché i consumi di elettricità negli ultimi anni si sono talmente ridotti che prima di tornare ai livelli passati ci vorrà un po' di tempo; dall'altra perché anche le reti e le infrastrutture si fanno sempre più efficienti, e intelligenti (avrete sicuramente sentito parlare di Smart Grid)", scrive il Club in un articolo sui 5 falsi miti sulle auto elettriche: "E infine, perché le auto elettriche da sole non basterebbero ad aumentare così tanto i consumi da fare collassare le reti elettriche nazionali."
Altra voce autorevole a livello di mobilità elettrica nel panorama italiano è sicuramente Energica Motor, dal 2019 fornitore unico del Motomondiale per la nuova Moto-e, versione elettrica della MotoGP. Fresca di presentazione del suo nuovo modello Eva EsseEsse9, di vittoria con la Ego di "migliore moto elettrica del mondo" e di vari riconoscimenti fra cui il "Premio Innovazione amica dell'ambiente" di Legambiente, la casa modenese non vede la diffusione della mobilità elettrica come un problema. "Dal punto di vista tecnico la rete è ben in grado di sopportare quello che potrebbe essere un impatto su larga scala dei veicoli elettrici, anche perché seppure la diffusione degli EV stia aumentando esponenzialmente stiamo parlando di un processo graduale", spiega Giampiero Testoni, direttore tecnico (CTO) di Energica: "Non ci saranno da oggi a domani 2 miliardi di veicoli elettrici da caricare contemporaneamente. Inoltre, l'80% delle volte una moto o un'auto elettrica vengono ricaricate nelle ore notturne, quando i consumi sono al minimo. E oggi si sta lavorando per far sì che, grazie alle Smart Grid, i veicoli anche se collegati in gran numero durante il giorno possano funzionare come battery storage units, e quindi supportare la rete, invece di sovraccaricarla".
Lo sviluppo della mobilità elettrica deve andare quindi di pari passo con quello delle reti intelligenti, capaci di minimizzare sprechi, picchi, sovraccarichi e variazioni di tensione. Ma anche delle rinnovabili, senza cui la mobilità elettrica non si può dire veramente sostenibile. Un'ampia diffusione di auto, moto e camion elettrici, insomma, oltre a rappresentare un'importante opportunità per il sistema dei trasporti e quello infrastrutturale nel loro complesso può e deve contribuire alla totale conversione in chiave green del settore elettro-energetico. Il che andrebbe anche a levare ai detrattori dell'elettrico il principale argomento: quello per cui l'inquinamento atmosferico, con i veicoli elettrici, si sposta dalle città alle centrali, ma non si elimina.
"Con la crescita di una ramificata rete di ricarica il motore endotermico non ha proprio più senso, né a livello di costi di produzione e distribuzione dell'energia stessa, né per quanto riguarda l'inquinamento." spiega Livia Cevolini, amministratore delegato (CEO) di Energica Motor Spa: "Secondo lo studio belga Life Cycle Analysis of the Climate Impact of Electric Vehicles condotto dall'Università di Bruxelles Vrije, i Battery Electric Vehicle hanno un impatto significativamente minore sui cambiamenti climatici e sulla qualità dell'aria urbana, rispetto ai veicoli convenzionali."
"L'opportunità più importante per migliorare l'impatto dei BEV risiede nella scelta di energie rinnovabili per ricaricarli. Tuttavia la sostenibilità, aggiunge la ricerca, è in ogni caso positiva anche in situazioni svantaggiose come la Polonia, dove sebbene i veicoli elettrici utilizzino un mix di fornitura con le più alte emissioni di gas serra, queste sono ancora inferiori del 25% rispetto ad un veicolo diesel di riferimento", aggiunge Livia Cevolini. E per quanto riguarda le rinnovabili in Italia? "La situazione è molto favorevole rispetto ad altri Paesi: ad oggi il nostro energy mix è fra i migliori al mondo, e l'energia prodotta proviene già per oltre il 40 percento da fonti rinnovabili. Questo è dovuto a molteplici fattori, e rappresenta di sicuro una grande opportunità per l'Italia. Anche di cambio di mentalità".
Tra i molteplici fattori elencati dall'ingegnere modenese c'è la presenza nel nostro Paese di Enel, ad oggi primo operatore globale di rinnovabili, da diversi anni molto concentrato sullo sviluppo della mobilità elettrica. In effetti, i suoi sforzi per contribuire allo sviluppo di infrastrutture che ne permettano un pieno sviluppo sono stati notevoli, e con un investimento fra i 100 e i 300 milioni di euro punta a passare dalle attuali 930 colonnine di ricarica sul territorio italiano ad almeno 14mila entro il 2022. E tutto ciò, chiediamo anche al colosso dell'energia, non porterà a maggiori costi per gli utenti o a problemi per la rete elettrica? "È esattamente il contrario", spiega Francesco Venturini, Head of Global e-Solutions di Enel S.p.A: "In un mondo in cui le rinnovabili faranno da padrone, sia per motivi ambientali che di costo, in cui la digitalizzazione dematerializza l'importanza di chi possiede l'asset e permette che lo stesso asset abbia più funzioni, per rendere la rete più efficiente e quindi meno costosa le auto elettriche giocano un ruolo fondamentale". In pratica, i veicoli elettrici possono essere visti "come batterie su quattro ruote che prendono energia ma che la ridanno al sistema quando il sistema la richiede", aggiunge Venturini: "Gli EV democratizzano la rete, non il contrario".

@AndreaBertaglio

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01 gennaio 2018

Un nuovo libro afferma: “Nel 2006 Majorana era vivo”

Dato alle stampe l'ultimo lavoro editoriale
di Alfredo Ravelli sulla vita di Rolando Pelizza

(RinoDiStefano.com, Venerdì 22 Dicembre 2017)
Copertina del libro
La prima volta che ci siamo incontrati, Alfredo Ravelli mi ha portato a vedere un piccolo locale nel quale spiccava una parete interamente ricoperta da una scaffalatura a giorno. Sui ripiani, in modo molto ordinato, si trovavano numerosi grossi faldoni straboccanti di documenti. Li ho contati: erano 26 raccoglitori. Ravelli, con fare compiaciuto, mi disse che quello era il lavoro ottenuto in almeno quarant'anni di attenta archiviazione. Decine di migliaia di documenti che raccontavano, passo passo, tutto ciò che il suo amico e parente Rolando Pelizza aveva fatto dalla fine degli anni Cinquanta a oggi. In altre parole, quei faldoni spiegavano l'incredibile e avventurosa vita di Pelizza, alle prese con vicissitudini di ogni tipo. Governi, Capi di Stato, servizi segreti, imprenditori, politici di primissimo livello: c'è di tutto nell'esistenza di quell'uomo. Ravelli, con cura e pazienza certosina, aveva raccolto ogni singolo documento, lo aveva catalogato ed era in grado, fornendo indicazioni su luoghi, tempi, nomi e cognomi, di dire tutto ciò che era accaduto all'uomo che afferma di essere il costruttore di una macchina fantastica e avveniristica, ideata e progettata dal genio di Ettore Majorana. Una macchina, tanto per essere precisi, che sarebbe in grado di annichilire la materia fornendo grandi quantità di energia pulita a costo zero. Alfredo RavelliE diverse altre cose ancora. Quel grande scienziato, sostiene Pelizza con prove periziate ben difficili da contestare, gli avrebbe insegnato le basi di una nuova fisica in grado di cambiare il mondo, come oggi lo conosciamo. Da qui, da questo assunto, l'inizio ed il progredire di tutti i suoi guai.
Sintetizzare quei 26 faldoni in un solo libro, non è dunque un'impresa da poco. Ravelli, però, lo ha fatto pubblicando il volume "2006: Majorana era vivo! – Le ultime lettere di Ettore Majorana  a Rolando Pelizza", per le Edizioni Print Service Srl di Pavia. In effetti, è il terzo libro che Ravelli manda in stampa in questi ultimi anni. Il primo, pubblicato nel 2013, si intitolava "Il Dito di Dio – Parte prima – Il fatto", sempre con la stessa tipografia. Il secondo, invece, era "Il segreto di Majorana – Due uomini, una macchina", nel 2015. Tuttavia, se si vanno ad osservare gli indici, ci si rende conto che non di tre libri diversi si tratta, bensì di una sola opera che viene di volta in volta aggiornata e rivista, con ulteriori aggiunte e aggiustamenti. Del resto, anche lo stesso autore nel suo sito web ammette di  riferirsi sempre allo stesso racconto, cioè alla vita di Rolando Pelizza. In pratica, dunque, i tre volumi sono tre edizioni diverse dello stesso lavoro. Quest'ultimo libro, per esempio, è molto ricco di documentazione, con nuove foto e lettere autenticate del presunto Ettore Majorana. Nel testo è stato inserito un accorgimento davvero geniale. Affinché il lettore possa prendere visione dei documenti che, per ragioni di spazio non potevano essere incorporati nel volume stesso (309 pagine), si fa un largo uso dei cosiddetti QR Code, cioè dei codici a barre bidimensionali che, usando la fotocamera di un qualunque telefono cellulare, permettono di collegarsi via Internet al sito dove i documenti sono ospitati. In questo modo, i segreti contenuti nei faldoni di Ravelli entrano nelle case di tutti i lettori interessati.
Rolando PelizzaL'autore, dunque, ripercorre per la terza volta la vita di Pelizza giungendo, con il suo racconto, fino agli anni Novanta. Per la precisione, il libro copre il periodo che va dal 1958 al 1992. Nell'arco di questi 34 anni è successo letteralmente di tutto. Si va dal supposto incontro di Pelizza con Majorana in un convento del Sud (il cui nome non viene mai citato), ai primi esperimenti con la macchina, alla frequentazione con Massimo Pugliese (tenente colonnello del Servizio Informazioni Difesa, diventato suo socio), ai rapporti con il governo Andreotti, alla conoscenza di Loris Fortuna (Presidente della Commissione Industria della Camera) e Flaminio Piccoli (Segretario politico della Democrazia Cristiana), all'intervento di Ezio Clementel (ordinario di Fisica all'Università di Bologna e presidente del CNEN), ai primi esperimenti di annichilazione, ai rapporti con Gerald Ford (presidente degli USA) e Leo Tindemans (Presidente del Belgio). E via via fino alla presunta trasmutazione di 130 cubi di gommapiuma in oro (oltre otto tonnellate), nel 1992, in un garage di Barcellona. Il problema è che ci sarebbero altri 25 anni da raccontare. "Questi ulteriori anni – scrive Ravelli a pagina 276 – sono stati ricchi di avvenimenti in un intreccio quasi surreale: faccendieri, uomini d'affari e alti prelati della Chiesa, noti e importanti politici e oltre agli ormai immancabili servizi segreti perfino Capi di Stato hanno partecipato a questo contorto ed intricato susseguirsi di eventi". Ma Rolando Pelizza non ha voluto che tutte queste cose, tanto delicate quanto potenzialmente pericolose per lui, i suoi cari e i suoi amici, fossero in qualche modo narrate al pubblico. E Ravelli, che ha raccontato tutto ciò che l'amico ha voluto raccontasse, ha rispettato questo suo volere. Così, si è limitato a pubblicare (pagina 295) anche le ultime lettere inedite del presunto Majorana all'allievo Rolando, risalenti al 2006. Dunque, come tutto lascerebbe credere, fino a quell'anno lo scienziato sarebbe stato in vita.
Forse, allora, assumono un valore più concreto le due frasi che Ravelli ha posto all'inizio del suo libro. La prima è "Alle verità nascoste"; la seconda "Viviamo in un periodo strano in cui la menzogna viene creduta sulla parola, mentre per la verità non bastano i La sezione verticale della macchina di Pelizza in corrispondenza della zona centralefatti". Quante sono, infatti, le verità che ancora oggi nasconde Rolando Pelizza? Ed è vero che, nonostante le numerose prove che durante la sua vita ha mostrato a governi e politici, non gli si vuole credere ufficialmente per evitare che la sua verità provochi un terremoto nella nostra società? Probabilmente, non avremo mai queste risposte. Anche perché, come recita una massima di Dostoevskij, citata dallo stesso Ravelli, "La verità autentica è sempre inverosimile". E chi si prenderebbe la briga di difendere a spada tratta una realtà inverosimile? Forse ha dunque una sua precisa logica l'amarezza che lo stesso Pelizza esprime in fondo al libro, ammettendo di aver lottato fino all'ultimo contro i mulini a vento. Stanco e sconfitto, alla fine si arrende: "Ora sono logorato da tanti anni di ricatti e battaglie con i maggiori gruppi di potere, i quali hanno già avuto e vorrebbero continuare a pretendere di avere gli esclusivi benefici dell'uso di questa macchina".
Non è facile credere a tutto ciò che è scritto in questo libro. Anche se Ravelli fornisce un'ampia documentazione probante. Non c'è dubbio, però, che valga la pena di leggerlo per riflettere sulla vita di uno degli uomini più misteriosi e discussi a cavallo dei due secoli.

"2006: Majorana era vivo! – Le ultime lettere di Ettore Majorana a Rolando Pelizza" di Alfredo Ravelli, Edizioni Print Service Srl Pavia, 2017, ISBN 9788898765508, 309 pagine, 16,90 euro.

Il sito web del libro "Il Segreto di Majorana" di Alfredo Ravelli è www.ilsegretodimajorana.it
Il sito web ufficiale di Rolando Pelizza è https://www.majorana-pelizza.it

22 settembre 2017

Venezuela comincia a vendere il proprio petrolio in Yuan cinese. Sempre più concreto il pericolo di una invasione statunitense

Attilio Folliero, Caracas, 15/09/2017

Vedasi anche: "Pesanti sanzioni degli Stati Uniti contro il Venezuela"

Il 15 settembre 2017 Venezuela ha cominciato a segnalare il prezzo di vendita del proprio petrolio inYuan cinese, la cui sigla internazionale è CNY. Il Ministero dell’Energia e Petrolio del Venezuela nella sua pagina web ha riportato il prezzo medio di vendita settimanale del proprio petrolio in 306,26 Yuan, in aumento rispetto alla settimana scorsa quando era stato in media 300,91 Yuan.

Prezzi del petrolio nella pagina web del Ministero dell'Energia e Petrolio del Venezuela

Per la prima volta nella sua storia il prezzo del petrolio venezuelano non è più indicato in dollari. Nella stessa pagina web, però si riporta anche il cambio Dollaro/Yuan. Per un dollaro la settimana scorsa (all’8 settembre) occorrevano 6,52 yuan, alla data odierna per un dollaro occorrono 6,55 yuan.

Si tratta di un altro segnale della decadenza del dollaro (e degli Stati Uniti).

Perché Venezuela ha cominciato a segnalare e vendere il proprio petrolio in Yuan? Lo scorso 25 agosto il Governo statunitense di Donald Trump ha emanato pesanti sanzioni contro il Venezuela e PDVSA, l’industria petrolifera statale. 

L’obiettivo di queste sanzioni è impedire al Venezuela l’approvvigionamento di dollari e l’accesso ai finanziamenti. PDVSA, attraverso CITGO, la sua filiale negli Stati Uniti, vende il petrolio venezuelano negli USA; i dollari derivanti da questa vendita, fino al giorno delle sanzioni, venivano trasferiti al Venezuela, che li utilizzava per importare i beni di cui il paese ha bisogno.

Il Venezuela vende agli USA oltre un milione di barili di petrolio al giorno, ma in virtù di queste sanzioni è materialmente impossibilitato ad incassare i dollari derivanti dalla vendita. Non solo: le sanzioni impediscono la compravendita di titoli (Bond) emessi legalmente da PDVSA e quindi viene impedito l’accesso ad ogni forma di finanziamento.

Secondo Peter Koening (1), economista ed ex funzionario della Banca Mondiale (Word Bank) si tratta delle sanzioni più dure della storia emanate dal Governo degli Stati Uniti; sono il frutto evidente di una guerra finanziaria diretta a paralizzare il paese e costituiscono, inoltre un crimine di guerra, dato che mettono in pericolo la vita di milioni di venezuelani.

In definitiva con queste sanzioni impedendo al Venezuela di accedere ai dollari, la moneta utilizzata nel commercio internazionale, si impedisce anche di poter comprare cibo e medicine nel mercato internazionale. Inoltre, le sanzioni hanno anche l’obiettivo di mandare il paese in default, in fallimento: non potendo accedere ai propri conti in dollari, il Venezuela sarebbe anche impossibilitato a pagare le rate in scadenza del proprio debito pubblico.

Queste sanzioni stanno spingendo il Venezuela ad abbandonare il dollaro ed a cercare nuovi mercati per la vendita del proprio petrolio e l’approvvigionamento dei beni di cui ha bisogno il paese.

La Cina è un paese in forte sviluppo che ha bisogno di energia, di petrolio e sta investendo fortemente in Venezuela e in tutto il continente americano; è sufficiente pensare che sta finanziando la costruzione del Nuovo Canale del Nicaragua, opera ingegneristica che permetterà il passaggio delle grandi navi cargo tra il Pacifico e l’Atlantico.

Cina, Russia, i paesi dell’Organizzazione di Shanghai (SCO) ed ora anche il Venezuela si stanno sempre più allontanando dall'egemonia del dollaro. Il commercio internazionale tra questi paesi si effettuerà attraverso le rispettive monete locali ed in particolare utilizzando sempre più le monete della Cina e della Russia (Yuan e Rublo).

Il dollaro, a cui è legato anche l’Euro, e tutto il complesso finanziario che ruota attorno ad esso (Federal Reserve, Wall Street, Bank for International Settlement, ovvero il BIS, ed il sistema SWIFT) saranno progressivamente sostituiti dal CIPS, il Sistema della Cina per i pagamenti internazionali e dal costituente Sistema per i pagamenti internazionali della Russia. Non va dimenticato che Russia e Cina in questi ultimi anni hanno acquistato grandi quantità di oro e continuano ad acquistarlo per sostenere la propria moneta. Sta dunque per terminare il monopolio del dollaro e della finanza statunitense ed occidentale. In definitiva stiamo assistendo al tramonto degli Stati Uniti.

Come reagiranno gli USA? Gli USA accetteranno di farsi pacificamente da parte? Certamente gli USA non accetteranno di farsi da parte; cercheranno in tutti i modi di mantenere il dollaro come principale moneta degli scambi commerciali internazionali.

In realtà per gli USA è una questione di vita o di morte: il giorno in cui il dollaro cesserà di essere la principale moneta del commercio internazionale, il giorno in cui il dollaro cesserà di essere la moneta di Riserva Internazionale per eccellenza sarà la fine per l’Impero statunitense. Nel momento il cui il dollaro cesserà di essere la moneta di riferimento internazionale, la grande quantità di dollari della Riserva Internazionale, la grande quantità di dollari  in circolazione, la grande quantità di dollari che la FED ha stampato per finanziare il debito pubblico USA sarà immessa nel mercato facendo letteralmente crollare il suo valore. In definitiva chi ha i dollari sarà costretto a venderli per acquistare le nuove monete internazionali. Il valore del dollaro crollerà e gli USA saranno interessati da una iperinflazione; l’Unione non reggerà e gli Stati Uniti termineranno dividendosi. Da tanti anni pensiamo e scriviamo che questo sia il futuro riservato agli Stati Uniti. Ovviamente gli USA sono ancora una grande potenza militare, anche se in declino, per cui utilizzeranno tutta la forza di cui dispongono per impedire l’abbandono del dollaro e quindi la loro fine.

Il Venezuela non aveva alternative: abbandonare il dollaro o sprofondare. La decisione di abbandonare il dollaro e vendere il proprio petrolio in Yuan inevitabilmente porterà gli Stati Uniti ad adottare provvedimenti di natura militare. Insomma non è difficile prevedere un intervento armato (diretto o indiretto) contro il Venezuela. In Venezuela tutti sono consapevoli di questo pericolo. Un anno fa circa, il Generale venezuelano Jacinto Pérez Arcay in una intervista a Russia Today, considerava "inevitabile" l'invasione statunitense del Venezuela. Oggi, dopo questa decisione di vendere il proprio petrolio in Yuan, il pericolo di una invasione statunitense diventa sempre più concreto e imminente.

Bisogna ancora aggiungere che la decisione di abbandonare il dollaro non riguarda solo il Governo, ma tutta la società venezuelana. La Banca Centrale del Venezuela ha cessato di offrire dollari al pubblico, sia imprese che privati (attraverso il Mercato cosiddetto Dicom); i cittadini e le imprese che disponevano di un conto corrente in dollari presto potranno aprire un conto corrente in Yuan, Rublo o Rupia. Insomma si va verso l’abbandono totale del dollaro.

Ovviamente il Venezuela non è isolato; Russia e Cina, le grandi potenze in ascesa che hanno grandi investimenti in Venezuela, non possono permettere una invasione del Venezuela; hanno il diritto di veto in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e sicuramente lo utilizzerebbero. Tutto ciò potrebbe non essere sufficiente per dissuadere gli USA da avventure militari contro il Venezuela o contro la Russia e la stessa Cina. Per gli USA – come analizzato – è una questione di vita o di morte.

Inevitabilmente il mondo sta andando incontro ad una guerra di proporzioni inimmaginabili. O meglio chi regge i destini del mondo sa benissimo quali sarebbero le conseguenze; non dimentichiamo che gli USA e altri paesi possiedono armi atomiche il cui utilizzo mette in pericolo la vita sul nostro pianeta. Loro, coloro che reggono i destini del mondo, sanno benissimo che stiamo andando verso una guerra catastrofica che potrebbe portare all'estinzione della vita sul nostro pianeta. È per questo motivo che si sono “preoccupati” di creare il “Deposito globale di sementi delle Svalbard" (Svalbard Global Seed Vault), un bunker quasi al Polo Nord in cui si conservano le sementi di tutto il mondo. Le sementi sembrano dunque a salvo, ma rimarrebbe vivo qualcuno per poterle utilizzare?

Nota

(1) Peter Koening lo scorso 2 settembre ha inviato una lettera al Presidente Maduro in cui appunto esprime le sue considerazioni circa le sanzioni imposte da Trump al Venezuela. La lettera è leggibile all’Url: http://www.laiguana.tv/articulos/67286-carta-maduro-economista-banco-mundial 

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