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07 agosto 2020

Rete Voltaire: Israele distrugge Beirut Est con una nuova arma 7 ago 2020


Rete Voltaire
Israele distrugge Beirut Est con una nuova arma
di Thierry Meyssan
Il primo ministro israeliano ha ordinato la distruzione di un deposito d'armi dello Hezbollah a Beirut con una nuova arma che, non ancora ben sperimentata, ha causato ingenti danni, ha ucciso più di un centinaio di persone, ne ha ferite 5.000 e ha distrutto molti edifici. Questa volta Benjamin Netanyahu difficilmente potrà negare.
Rete Voltaire | Damasco (Siria) | 7 agosto 2020
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Il 27 settembre 2018, alla tribuna delle Nazioni Unite, Benjamin Netanyahu mostra il deposito che esploderà il 4 agosto 2020, indicandolo come deposito di armi dello Hezbollah.
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha autorizzato un'offensiva contro un deposito d'armi dello Hezbollah per mezzo di una nuova arma, testata sette mesi fa in Siria. S'ignora se l'operazione sia avvenuta con il consenso del secondo primo ministro, Benny Gantz.
L'offensiva del 4 agosto 2020 ha colpito esattamente il luogo indicato da Benjamin Netanyahu nel discorso tenuto alle Nazioni Unite il 27 settembre 2018 [1].
Non si sa che tipo di arma sia stata usata. È stata però testata in Siria a gennaio scorso. Si tratta di un missile la cui testata contiene un componente nucleare tattico, che provoca il fungo caratteristico delle armi nucleari. Non si tratta evidentemente di una bomba atomica in senso strategico.
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Test israeliano in Siria
Quest'arma è stata testata in Siria, in pianura e in aperta campagna, poi nelle acque del Golfo Persico, contro imbarcazioni militari iraniane. Il 4 agosto è stata utilizzata per la prima volta in un'area urbana, in un ambiente particolare che ha fatto ripercuotere sull'acqua e sull'altura lo spostamento d'aria e le vibrazioni. Non solo ha distrutto il porto di Beirut, ha ucciso anche un centinaio di persone, ne ha ferite almeno altre 5.000 e ha distrutto la parte Est della città (la parte Ovest è stata in gran parte protetta dall'alto edificio che contiene silos per cereali).
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Mettendo a confronto queste due foto satellitari, su quella di sinistra si vede la distruzione del deposito dello Hezbollah e di parte del porto.
Israele ha immediatamente attivato le entrature nei media internazionali per nascondere il proprio crimine e accreditare l'ipotesi dell'esplosione accidentale di uno stock di fertilizzante. Come spesso accade, si trovano colpevoli fasulli e la macchina mediatica internazionale ripete fino alla nausea la menzogna, sebbene in assenza d'inchiesta. Eppure tutti hanno potuto vedere il fumo a forma di fungo, incompatibile con la tesi dell'esplosione di fertilizzanti.
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Il fumo a forma di fungo osservato a Beirut non ha niente a che vedere con quello che avrebbe causato un esplosivo convenzionale.
Così come né Siria né Iran hanno reagito dopo essere stati colpiti da questa nuova arma, anche i partiti politici libanesi hanno immediatamente concluso un accordo affinché la verità venga tenuta nascosta al fine di non demoralizzare la popolazione. È stata aperta un'inchiesta per indagare non già sulla causa dell'esplosione, ma sulla responsabilità del personale portuale nello stoccaggio dei fertilizzanti, spacciati come causa dell'esplosione. Questa menzogna si è però presto ritorta contro i partiti politici che l'hanno architettata.
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Il Tribunale delle Nazioni Unite per il Libano ha deciso di rinviare di qualche giorno il verdetto sull'affare dell'assassinio nel 2005 del primo ministro Rafic Hariri, che avrebbe dovuto emettere a breve. Nella vicenda dell'assassinio di Hariri, l'esplosione di un furgone mascherò il tiro di un missile caricato con una nuova arma, così come l'esplosione di nitrato ha mascherato il tiro sul deposito di armi dello Hezbollah.
Cinque anni dopo – cinque anni troppo tardi! – ho rivelato su una rivista russa come fu ucciso Rafic Hariri [2]; lo Hezbollah diffusse invece un video che dimostrava l'implicazione di Israele.
È importante rilevare che l'assassinio del 2005 colpì un primo ministro sunnita, mentre l'attacco del 2020 non colpisce lo Hezbollah sciita, ma l'insieme della Resistenza libanese.
Oggi diverse ambasciate hanno fatto rilevamenti, in particolare hanno prelevato campioni di cereali e filtri ad aria delle ambulanze che si sono immediatamente recate sul posto, materiale che già viene analizzato nei rispettivi Paesi.
Thierry Meyssan
[1] "Remarks by Benjamin Netanyahu to the 73rd Session of the United Nations General Assembly", by Benjamin Netanyahu, Voltaire Network, 27 September 2018.
[2] "Rivelazioni sull'assassinio di Rafiq Hariri", di Thierry Meyssan, Оdnako (Russia) , Rete Voltaire, 29 novembre 2010.
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29 luglio 2020

[Reseau Voltaire] Les principaux titres de la semaine 28 lug 2020

Réseau Voltaire
Focus




En bref

 
Le réchauffement climatique particulier d'Iraq
 

 
Erdogan nouveau Mehmet II
 

 
Le passé esclavagiste du Parti démocrate US
 
Controverses
Fil diplomatique

 
Position de l'Iran sur la levée de l'embargo onusien
 

 
Déclaration commune de la Russie, de l'Iran et de la Turquie
 

 
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28 luglio 2020

Rete Voltaire: I principali titoli della settimana 28 lug 2020


Rete Voltaire
Focus




In breve

 
Il particolare riscaldamento climatico dell'Iraq
 

 
Erdogan, il nuovo Mehmet II
 

 
I trascorsi schiavisti del Partito Democratico USA
 

 
USA, vandalizzate statue della "Vergine Maria bianca"
 
Controversie

 
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08 luglio 2020

Come Washington vuole trionfare, di Thierry Meyssan


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Nel 2001 Donald Rumsfeld e l’ammiraglio Arthur Cebrowski definivano gli obiettivi del Pentagono al tempo del capitalismo finanziario, mentre lo stato-maggiore disegnava questa mappa di spartizione del Grande Medio Oriente. Nel 2017 però Donald Trump si opponeva: 1. a modifiche dei confini; 2. alla creazione di Stati governati da jihadisti; 3. a truppe statunitensi nella regione. Il Pentagono cominciò così a riflettere su come portare avanti la distruzione delle strutture statali, senza però rimettere in causa i confini delle nazioni, in modo d’accontentare la Casa Bianca.

Durante i tre mesi di confinamento degli Occidentali, la mappa del Medio Oriente è stata trasformata in profondità. Lo Yemen è diviso in due Paesi distinti, Israele è paralizzato da due primi ministri che si detestano, l’Iran sostiene apertamente la NATO in Iraq e in Libia, la Turchia occupa il nord della Siria, l’Arabia Saudita è sull’orlo del fallimento. Tutte le alleanze sono rimesse in discussione e nuove divisioni compaiono, meglio riaffiorano.

01 luglio 2020

Rete Voltaire: I principali titoli della settimana 1 lug 2020


Rete Voltaire
Focus




In breve

 
Il Libano chiede aiuto all'UE nei confronti degli USA
 

 
Un deputato australiano arrestato per spionaggio
 

 
L'UE sanziona l'opposizione venezuelana
 

 
Spie francesi arrestate in Turchia
 

 
Nella quarta città francese la sinistra si allea con i Fratelli Mussulmani
 

 
Israele bombarda l'esercito arabo siriano
 

 
Gli italiani sono favorevoli all'uscita dalla UE e a un'alleanza con la Cina
 

 
Negoziati segreti tra Siria e USA
 

 
Donald Trump potrebbe incontrare Nicolás Maduro
 

 
L'Egitto minaccia d'intervenire militarmente in Libia
 
Controversie

 
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26 giugno 2020

Cosa svelano le manifestazioni USA, di Thierry Meyssan


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Le manifestazioni non sono più contro il razzismo ma contro i simboli della storia del Paese. A protezione dei monumenti è stata dispiegata la Guardia Nazionale: nella foto, il 2 giugno al Lincoln Memorial di Washington.

Le manifestazioni contro il razzismo negli Stati Uniti sono rapidamente diventate veicolo delle idee difese dal Partito Democratico. Non è più una lotta affinché tutti abbiano gli stessi diritti, né una messa in discussione dei pregiudizi di taluni poliziotti: è la riapertura di un conflitto culturale, col rischio d’una nuova guerra di secessione.

Le manifestazioni contro il razzismo diffuse un po’ ovunque in Occidente mascherano l’evoluzione del conflitto negli Stati Uniti: dalla contestazione di quanto residua della schiavitù dei Neri, si va verso un altro tipo di scontro, suscettibile di rimettere in causa l’integrità del Paese.
La scorsa settimana ricordavo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto dissolversi dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, sulla cui esistenza si sostenevano. Il progetto imperialista (la “Guerra senza fine”) promosso da George W. Bush permise tuttavia il rilancio del Paese all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001. Nello stesso articolo rimarcavo anche come negli ultimi decenni la popolazione americana si sia molto spostata, per raggrupparsi secondo affinità culturali [1]. I matrimoni interrazziali sono di nuovo in diminuzione. Da questi elementi ho tratto la conclusione che l’ingresso nella contestazione di altre minoranze oltre ai Neri avrebbe minacciato l’integrità del Paese [2].
È proprio quanto accade oggi. Il conflitto non contrappone più Neri e Bianchi: in alcune manifestazioni antirazziste i Bianchi sono maggioranza, ispanici e asiatici si sono uniti ai cortei, il Partito Democratico si è intromesso.
A iniziare dal mandato di Bill Clinton, il Partito Democratico si è identificato con il processo di globalizzazione; una posizione che il Partito Repubblicano ha sostenuto tardivamente, senza peraltro mai adottarla appieno. Donald Trump rappresenta una terza via: quella del “sogno americano”, ossia dell’imprenditoria contrapposta alla finanza. Trump si è fatto eleggere proclamando American First!, slogan che non fa riferimento al movimento isolazionista filonazista degli anni Trenta, come da taluni sostenuto, ma alla rilocalizzazione, come si è visto nel prosieguo del suo mandato. Trump ha certamente avuto il sostegno del Partito Repubblicano, ma rimane un “jacksoniano”, non è nient’affatto un “conservatore”.
Come ha dimostrato lo storico Kevin Phillips – consigliere elettorale di Richard Nixon – la cultura anglosassone ha provocato tre guerre civili [3]:
– la prima guerra civile inglese, cosiddetta Grande Ribellione, che contrappose lord Cromwell e Carlo I (1642-1651);
– la seconda guerra civile inglese, o Guerra d’Indipendenza americana (1775-1783);
– la terza guerra civile anglosassone, o Guerra di secessione americana (1861-1865).
Quanto sta accadendo potrebbe portare alla quarta guerra civile. È quel che sembra temere l’ex segretario alla Difesa, Jim Mattis, che ha dichiarato a The Atlantic di essere preoccupato per la politica divisiva e non unitaria del presidente Trump.
Torniamo alla storia degli Stati Uniti per collocare le forze in campo. Il presidente populista Andrew Jackson (1829-1837) oppose il veto alla Banca federale (Fed), istituita da Alexander Hamilton, uno dei padri della Costituzione favorevole al federalismo perché violentemente contrario alla democrazia. Da discepolo di Jackson, oggi Donald Trump si oppone alla Fed.
Vent’anni dopo Jackson ci fu la Guerra di secessione, cui tutti i manifestanti di oggi fanno riferimento, ritenendola una lotta fra il Sud schiavista e il Nord difensore dei diritti dell’uomo. Il movimento, nato da un fatto di cronaca razzista (il linciaggio di un nero, George Floyd, da parte di un poliziotto bianco di Minneapolis), oggi prosegue con la distruzione delle statue dei generali sudisti, soprattutto di Robert Lee. Fatti di questo tipo erano già accaduti nel 2017 [4], ma ora stanno acquisendo sempre più rilevanza e vi partecipano governatori del Partito Democratico.
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Il governatore democratico della Virginia, Ralph Northam, ha annunciato la rimozione, su richiesta di manifestanti bianchi, di una celebre statua del generale Lee. Non si tratta più di lottare contro il razzismo, bensì di distruggere i simboli dell’unità del Paese.
È una narrazione che non corrisponde affatto alla realtà: all’inizio della guerra di Secessione, Nordisti e Sudisti erano entrambi schiavisti, ma alla fine erano entrambi anti-schiavisti. La fine della schiavitù non deve nulla agli abolizionisti; al contrario, deve tutto all’urgenza delle forze in campo di reclutare nuovi soldati.
La Guerra di secessione oppose un Sud agricolo, cattolico e ricco, a un Nord industriale e protestante, che voleva fare fortuna. Si è cristallizzata attorno alla questione dei diritti di dogana, che i Sudisti volevano fossero fissati dagli Stati federati e che i Nordisti invece volevano fossero aboliti fra gli Stati federati, nonché definiti dallo Stato federale.
Perciò, demolendo i simboli sudisti, i manifestanti odierni non se la prendono con i residui della schiavitù, ma contestano la concezione sudista dell’Unione. È soprattutto ingiusto prendersela con il generale Lee, che mise fine alla Guerra di secessione rifiutandosi di continuare la guerriglia dalle montagne e scegliendo l’unità nazionale. In ogni caso, questo deterioramento della protesta apre effettivamente la via a una quarta guerra civile anglosassone.
Nord e Sud non corrispondono più a realtà geografiche. Oggi si potrebbe parlare di Dallas contro New York e Los Angeles.
Non è possibile scegliere, della storia di un Paese, gli aspetti che più ci aggradano e distruggere quelli che giudichiamo negativi, senza contestualmente rimettere in causa quanto costruito nell’insieme.
Riprendendo lo slogan di Richard Nixon durante le elezioni del 1968, «Legge e Ordine» (Law and Order), il presidente Trump non predica l’odio razzista, come gli attribuiscono numerosi commentatori, ma si riferisce al pensiero del suo autore, Kevin Philipps, citato in precedenza. Intende comunque far trionfare il pensiero di Andrew Jackson contro la Finanza, appoggiandosi alla cultura sudista: non vuole certamente smembrare il Paese.
Il presidente Donald Trump si trova oggi nella stessa situazione di Mikhail Gorbaciov alla fine degli anni Ottanta: l’economia – non la finanza – del Paese è in netto declino da decenni, ma i concittadini si rifiutano di ammetterne le conseguenze [5]. Gli Stati Uniti possono sopravvivere solo prefiggendosi nuovi obiettivi, ma un cambiamento di tale portata è particolarmente difficile in periodo di recessione.
Donald Trump si aggrappa paradossalmente al “sogno americano” (ossia l’opportunità di fare fortuna) proprio nel momento in cui la società americana è boccata, le classi medie stanno scomparendo e i nuovi immigrati non sono più gli europei. Nello stesso tempo i suoi oppositori (Fed, Wall Street e Silicon Valley) propongono un nuovo modello, ma a scapito delle masse.
Il problema dell’URSS era diverso, tuttavia la situazione era simile: Gorbaciov ha fallito e l’Unione Sovietica si è dissolta. Sarebbe sorprendente che il prossimo presidente degli Stati Uniti, chiunque sarà, ci riuscisse.
Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

18 giugno 2020

Rete Voltaire: I principali titoli della settimana 17 giu 2020

Rete Voltaire
Focus
 Parigi (Francia) |
Negli anni Venti del secolo scorso i Britannici forgiarono islam e induismo a propria immagine. Crearono i Fratelli Mussulmani in Egitto; e in India, attorno a V.D. Savarkr, il Rashtriya Swayameval Sangh (RSS): due dottrine politiche che strumentalizzano le religioni e predicano l'intolleranza. Quando decolonizzarono il subcontinente indiano, i britannici, per essere comunque indispensabili, lo divisero in maniera da renderlo ingestibile. Oggi il Kashmir è artificialmente diviso tra il Pakistan e l'India, che rivendicano entrambi la sovranità sull'intera regione. Continuando l'opera di Savarkr, il primo ministro Narendra Modi ha deciso di applicare il concetto di "induità" (Hindutva) e rendere la vita dei mussulmani un inferno. L'ambasciatore del Pakistan in Francia, Moin ul-Haque, spiega questa (...)




In breve

 
La Turchia s'annette di fatto il nord della Siria
 

 
Secondo Hassan Nasrallah gli Stati Uniti vogliono provocare la fame in Libano
 

 
L'Iran ostenta il proprio sostegno alla NATO in Libia
 

 
La riorganizzazione di Al Qaeda in Siria
 

 
Washington crea un gruppo parlamentare transatlantico contro Beijing
 

 
USA e UE provocano una crisi alimentare in Siria
 

 
Il Pentagono contro il presidente Trump
 

 
Monsignor Viganò: dietro il confinamento e le manifestazioni odierne agiscono i medesimi personaggi
 
Controversie

 
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