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26 ottobre 2019

‘Non riesco a pensare’: Assange cerca di non piangere e quasi non ricorda il suo nome durante l’udienza preliminare per l’estradizione negli USA


Era sembrato che Julian Assange stesse per piangere mentre diceva “non riesco a pensare correttamente,” di fronte alla corte che dovrebbe decidere sulla sua estradizione negli Stati Uniti.
Il fondatore di WikiLeaks aveva avuto anche difficoltà a parlare, aveva fatto lunghe pause e aveva balbettato, mentre confermava il suo nome e la data di nascita all’inizio dell’udienza preliminare per la gestione del processo, a Londra, lunedì scorso.
Il governo americano sta cercando di estradare il 48enne per incriminarlo della diffusione di centinaia di migliaia di documenti top secret.
Dovrà affrontare 18 accuse, tra cui quella di cospirazione per hackerare i computer del governo e di violazione della legge sullo spionaggio e potrebbe passare decenni in prigione, se ritenuto colpevole.
Assange, che quando era stato arrestato ad aprile aveva una barba lunga ed incolta, si è presentato alll’udienza della corte dei magistrati di Westminster rasato e vestito con un abito blu scuro sopra un maglione blu chiaro.
John Pilger, il giornalista e documentarista e l’ex sindaco di Londra Ken Livingstone, erano tra i sostenitori seduti in una galleria destinata al pubblico completamente piena, mentre altri protestavano fuori dal tribunale.
L’avvocato difensore di Assange, Mark Summers, ha definito la richiesta di estradizione “un tentativo politico” da parte dell’amministrazione Trump di “far capire ai giornalisti le conseguenze della pubblicazione di informazioni [riservate].”
Legalmente è una cosa senza precedenti,” ha detto alla corte.
Summers ha affermato che esiste un “legame diretto” tra l’elezione di Trump e il “rinvigorimento” dell’indagine, che si era conclusa sotto la presidenza di Barack Obama senza accuse nei confronti di Assange.
L’avvocato ha anche affermato che gli Stati Uniti “avevano fatto notevoli sforzi per intromettersi nelle discussioni coperte da segreto professionale tra Assange e i suoi avvocati” nell’ambasciata ecuadoriana [di Londra], dove il fondatore di WikiLeaks era stato rinchiuso per quasi sette anni dopo l’ottenimento dell’asilo politico [da parte di quel paese].
Le intrusioni comprendevano il “controllo illegale dei telefoni e dei computer” e “uomini incappucciati che irrompevano negli uffici,” ha affermato Summers.
Queste preoccupazioni sono solo alcune della “pluralità” dei problemi, infatti il team legale di Assange avrebbe voluto avere più tempo per la preparazione del caso, ha affermato l’avvocato, che aveva richiesto una proroga di tre mesi sulla data dell’udienza vera e propria di estradizione.
Ma il giudice distrettuale, Vanessa Baraitser, ha rifiutato di concedere agli avvocati della difesa più tempo per la raccolta delle prove. Ha detto ad Assange che la prossima udienza preliminare sulla gestione processuale si terrà il 19 dicembre e che l’udienza vera e propria seguirà, come previsto, a febbraio.
Mentre la corte rinviava i lavori, Assange ha affermato di non aver compreso la procedura e si è lamentato che “questo non è giusto.
Ha aggiunto: “Non posso fare ricerche su nulla, non posso accedere a nessuno dei miei scritti. È molto difficile dove mi trovo.
Assange, che è detenuto nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, ha detto al giudice di trovarsi contro una “superpotenza” con “risorse illimitate” e, mentre sembrava ricacciare indietro le lacrime, ha aggiunto: “non riesco a pensare correttamente.”
Era stato incarcerato a maggio e condannato a 50 settimane di detenzione per aver violato le norme del rilascio su cauzione rifugiandosi nell’ambasciata ecuadoriana di Londra per evitare l’estradizione in Svezia, dove era accusato di violenza sessuale [accusa dimostratasi poi infondata, N.D.T.].
Assange era stato arrestato quando la polizia aveva fatto irruzione nell’ambasciata, dopo che la nazione sudamericana aveva ritirato la sua offerta di asilo.
Avrebbe dovuto essere rilasciato dal carcere di Belmarsh il mese scorso [1], ma il giudice lo aveva trattenuto in custodia perché c’erano “motivi sostanziali” per credere che si sarebbe reso irreperibile.
L’ex Ministro dell’Interno, Sajid Javid, aveva firmato nel mese di giugno una delibera che autorizzava il dibattito processuale sulla richiesta di estradizione [di Assange] da parte degli Stati Uniti.
A maggio, Wikileaks aveva affermato che c’erano “gravi preoccupazioni” per la salute di Assange, dopo il suo trasferimento nell’infermeria della prigione. Quando non era apparso per un’udienza in tribunale, il magistrato capo, Emma Arbuthnot, aveva dichiarato che l’Australiano “non si sentiva molto bene.”
All’epoca, WikiLeaks aveva dichiarato: “Durante le sette settimane a Belmarsh la sua salute ha continuato a peggiorare ed è dimagrito in modo drammatico. La decisione delle autorità carcerarie di trasferirlo nel reparto sanitario parla da sola.”
In una dichiarazione subito prima dell’udienza di lunedì scorso, Amnesty International ha esortato il Regno Unito a respingere la richiesta di estradizione.
Massimo Moratti, vicedirettore del gruppo per i diritti umani per l’Europa, ha dichiarato: “Le autorità britanniche devono riconoscere i rischi reali di gravi violazioni dei diritti umani che Julian Assange dovrebbe affrontare se fosse inviato negli Stati Uniti. Il Regno Unito deve rispettare l’impegno, già assunto, che [Assange] non venga inviato dove potrebbe subire torture o altri maltrattamenti.
Chris Baynes
[1] Il giudice che lo aveva condannato a 50 settimane di detenzione, Deborah Taylor, aveva stabilito che Assange avrebbe potuto essere rilasciato dopo aver scontato almeno metà della sentenza, ma che il rilascio condizionale sarebbe stato “soggetto alle condizioni e all’esito di qualsiasi altro procedimento nei suoi confronti.” N.D.T.
Fonte:
www.independent.co.uk

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

14 ottobre 2019

Il golpe anglo-americano che aveva messo fine all’indipendenza dell’Australia


Nel 1975, il Primo Ministro Gough Whitlam, che è mancato questa settimana [L’articolo è dell’ottobre 2014 ed era stato scritto subito dopo la morte dell’ex primo ministro, N.D.T.], aveva osato rivendicare l’autonomia del proprio paese. La CIA e il MI6 si erano assicurati che ne pagasse il prezzo.
Sui media e nell’establishment politico australiano è calato il silenzio sulla memoria del grande Primo Ministro riformatore Gough Whitlam. I suoi successi sono riconosciuti, seppur a malincuore, i suoi errori vengono sottolineati con falso rincrescimento. Ma la ragione principale del suo straordinario insuccesso politico, essi sperano, sarà seppellita con lui.
L’Australia, durante gli anni di Whitlam, 1972-75, era diventata per un breve periodo di tempo uno stato indipendente. Un commentatore americano aveva scritto che nessun paese aveva “invertito la sua posizione negli affari internazionali in modo così totale senza passare attraverso una rivoluzione interna.” Whitlam aveva posto fine alla servilità coloniale della sua nazione. Aveva abolito il patrocinio reale, indirizzato l’Australia verso il Movimento dei paesi non allineati, sostenuto le”zone di pace” e si era opposto ai test sulle armi nucleari.
Anche se non veniva considerato un laburista di sinistra, Whitlam era un socialdemocratico anticonformista per principio, orgoglio e correttezza. Credeva che una potenza straniera non dovesse controllare le risorse del suo paese e dettarne la politica economica ed estera. Aveva intenzione di “ricomprare la fattoria.” Nel redigere i primi atti legislativi sui diritti delle terre degli aborigeni, il suo governo aveva risvegliato il fantasma del più grande esproprio terriero nella storia dell’umanità, la colonizzazione britannica dell’Australia e la questione di chi fossero le enormi ricchezze naturali del continente insulare.
I Latino-Americani riconosceranno l’audacia e il pericolo di questa “voglia di libertà” in un paese il cui establishmente era indissolubilmente legato ad un grande potenza straniera. Gli Australiani avevano partecipato ad ogni avventura imperiale britannica, fin da quando in Cina era stata repressa la ribellione dei Boxer. Negli anni ’60, l’Australia aveva implorato per unirsi agli Stati Uniti nell’invasione del Vietnam, poi aveva messo a disposizione i suoi “black team” [gruppi di specialisti per operazioni clandestine], gestiti però dalla CIA. I cablogrammi diplomatici statunitensi pubblicati lo scorso anno da Wikileaks rivelano i nomi di figure di spicco in entrambi i principali partiti, tra cui un futuro primo ministro e un ministro degli esteri, nel ruolo di informatori di Washington durante gli anni di Whitlam.
Whitlam conosceva il rischio che stava correndo. Il giorno dopo la sua elezione, aveva ordinato che il suo staff non venisse “controllato o molestato” dal servizio di sicurezza australiana, Asio, allora come adesso legato all’intelligence anglo-americana. Quando i suoi ministri avevano pubblicamente condannato i bombardamenti americani sul Vietnam definendoli “corrotti e barbari,” un funzionario della stazione della CIA a Saigon aveva dichiarato: “Ci hanno detto che gli Australiani potrebbero benissimo essere considerati dei collaboratori dei Nord-Vietnamiti.
Whitlam aveva chiesto di sapere se e perché la CIA gestisse una base di spionaggio a Pine Gap, vicino ad Alice Springs, un gigantesco aspirapolvere che, come ha da poco rivelato Edward Snowden, consente agli Stati Uniti di spiare tutti. “Se cercherete di fregarci o di manipolarci,” aveva detto il primo ministro all’ambasciatore degli Stati Uniti, “[Pine Gap] diventerà una questione tutta da rivedere.
Victor Marchetti, l’ufficiale della CIA che aveva contribuito a creare Pine Gap, mi aveva confidato in seguito: “Quella minaccia di chiudere Pine Gap aveva fatto venire un colpo apoplettico alla Casa Bianca … si era iniziato a preparare una specie di [golpe come in] Cile.”
I messaggi top-secret di Pine Gap venivano decodificati da un’azienda dipendente dalla CIA, la TRW. Uno dei decodificatori era Christopher Boyce, un giovane turbato dall’inganno e dal tradimento da parte di un alleato. Boyce aveva riveato che la CIA si era infiltrata nella dirigenza politica e sindacale australiana e che si riferiva al Governatore Generale dell’Australia, Sir John Kerr, come “il nostro uomo, Kerr.”
Kerr non era solo l’uomo della Regina, aveva legami di vecchia data con l’intelligence anglo-americana. Era un appassionato sostenitore dell’Associazione Australiana per la Libertà Culturale, descritta da Jonathan Kwitny del Wall Street Journal nel suo libro, The Crimes of Patriots, come “un gruppo d’élite, esclusivamente su invito … smascherato di fronte al Congresso come fondato, finanziato e completamente gestito dalla CIA.” La CIA “aveva pagato i viaggi di Kerr, costruito il suo prestigio … Kerr aveva continuato ad assecondare la CIA per soldi.”
Quando Whitlam era stato rieletto per un secondo mandato, nel 1974, la Casa Bianca aveva inviato a Canberra come ambasciatore Marshall Green. Green era una figura imperiosa e sinistra, che operava all’ombra dello “stato profondo” americano. Conosciuto come il “maestro del golpe,” aveva avuto un ruolo centrale nel colpo di stato del 1965 contro il presidente Sukarno in Indonesia, che aveva provocato quasi un milione di morti. Uno dei suoi primi discorsi in Australia, presso l’Australian Institute of Directors, era stato descritto da un membro allarmato del pubblico come “un incitamento agli imprenditori del paese a ribellarsi contro il governo.
Gli Americani e gli Inglesi avevano lavorato insieme. Nel 1975, Whitlam aveva scoperto che il MI6 britannico stava operando contro il suo governo. “Gli Inglesi stavano effettivamente decodificando i messaggi segreti che arrivavano nel mio ufficio per gli affari esteri,” aveva detto in seguito. Uno dei suoi ministri, Clyde Cameron, mi aveva riferito: “Sapevamo che il MI6 stava spiando le riunioni di gabinetto per conto degli Americani.” Negli anni ’80, alcuni alti funzionari della CIA avevano rivelato che il “problema Whitlam” era stato discusso “con urgenza” dal direttore della CIA, William Colby e dal capo del MI6, Sir Maurice Oldfield. Un vicedirettore della CIA aveva detto: “Kerr ha fatto quello che gli era stato detto di fare.
Il 10 novembre 1975, a Whitlam era stato mostrato un messaggio telex top-secret proveniente da Theodore Shackley, il noto capo della divisione della CIA per l’Asia Orientale, che aveva contribuito al colpo di stato contro Salvador Allende in Cile, due anni prima.
Il messaggio di Shackley era stato letto a Whitlam. In esso si diceva che il primo ministro australiano rappresentava un rischio per la sicurezza del suo paese. Il giorno prima, Kerr aveva visitato il quartier generale del Defence Signals Directorate (DSD), la NSA australiana, dove era stato informato sulla “crisi della sicurezza.”
L’11 novembre, il giorno in cui Whitlam avrebbe dovuto informare il parlamento della presenza segreta della CIA in Australia, era stato convocato da Kerr. Invocando arcaici, vice-regali “poteri di riserva,” Kerr aveva licenziato il suo primo ministro democraticamente eletto. Il “problema Whitlam” era stato risolto e la politica australiana, e la nazione intera, non avrebbero mai più riconquistato la loro vera indipendenza.
John Pilger
Fonte: www.theguardian.com

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

02 ottobre 2019

Il più importante prigioniero politico al mondo


Siamo a solo una settimana dalla fine della lunghissima detenzione di Julian Assange, reo di non essersi presentato in tribunale dopo esser stato rilasciato su cauzione. Dal resto di quella sentenza riceverà la libertà condizionale, ma continuerà a rimanere in custodia cautelare in attesa dell’udienza sull’estradizione verso gli Stati Uniti – un processo che potrebbe durare diversi anni.
A quel punto, svaniranno tutte le giustificazioni per la prigionia di Assange che i finti liberali britannici hanno accampato. Non ci sono accuse né indagini pendenti in Svezia, dove le “prove” si sono disintegrate al primo soffio di controllo critico. Ha scontato la propria pena. L’unico motivo della sua attuale incarcerazione è la pubblicazione dei registri di guerra afgani ed iracheni, ricevuti da Chelsea Manning, che comprovavano molteplici illeciti e crimini di guerra.
Nell’incarcerare Assange per non esser comparso innanzi alla corte dopo la cauzione, il Regno Unito è chiaramente andata contro la sentenza del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria (UNWGAD), la quale attesta:
“In base al diritto internazionale, la detenzione preventiva deve essere imposta solo in limitati casi. Quella durante le indagini deve essere ancor più limitata, soprattutto in assenza di accuse. Le indagini svedesi sono chiuse da oltre 18 mesi: l’unico motivo rimasto per la continua privazione della libertà del signor Assange è il non essersi presentato in tribunale dopo il rilascio su cauzione nel Regno Unito. Questo è, oggettivamente, un reato minore, che non può giustificare, post facto, gli oltre 6 anni di confino a cui è stato sottoposto da quando ha cercato asilo nell’ambasciata dell’Ecuador. Assange dovrebbe essere in grado di esercitare il proprio diritto alla libera circolazione, in conformità alle convenzioni sui diritti umani, che il Regno Unito ha ratificato.”
Nel ripudiare l’UNWGAD, il governo britannico ha minato un importante pilastro del diritto internazionale, uno che ha sempre sostenuto in centinaia di altre decisioni. I media mainstream non hanno del tutto sottolineato il fatto che l’UNWGAD abbia chiesto il rilascio di Nazanin Zaghari-Ratcliffe – una potenzialmente preziosa fonte di pressione internazionale sull’Iran, che il Regno Unito ha reso vano per il proprio rifiuto di conformarsi alle Nazioni Unite sul caso Assange. L’Iran ha semplicemente risposto “se non rispettate voi l’UNWGAD, perché dovremmo noi?”
È in effetti un’indicazione chiave della collusione tra media e governo il fatto che i media britannici, che riportano regolarmente sul caso Zaghari-Ratcliffe per promuovere la propria agenda governativa anti-iraniana, non abbiano riportato l’appello dell’UNWGAD per la scarcerazione di lei – per il desiderio di negare la credibilità dell’organismo delle Nazioni Unite nel caso di Julian Assange.
Nel presentare domanda di asilo politico, Assange stava entrando in un procedimento legale diverso e più elevato, un diritto riconosciuto a livello internazionale. Un’altissima percentuale di prigionieri politici in tutto il mondo sono in carcere con accuse penali apparentemente non correlate, che le autorità affibbiano loro. Molti dissidenti hanno ricevuto asilo in queste circostanze. Assange non si è nascosto – si sapeva dove fosse. La semplice caratterizzazione di questo come “fuga” da parte del giudice distrettuale Vanessa Baraitser è una farsa di giustizia – e, come il ripudio del rapporto UNWGAD nel Regno Unito, è un atteggiamento che i regimi autoritari saranno lieti di ripetere nei confronti dei dissidenti di tutto il mondo.
La sua decisione di costringere Assange ad una ulteriore prigionia, in attesa dell’udienza di estradizione, è stata eccessivamente crudele, anche in considerazione dei gravi problemi di salute che questi ha incontrato a Belmarsh.
Vale la pena far notare che l’affermazione della Baraitser, secondo cui Assange aveva dei “precedenti di fuga in questi procedimenti” – e ho già considerato “fuga” un termine estremamente inappropriato – è inaccurata, in quanto “questi procedimenti” sono del tutto nuovi, e si riferiscono soltanto alla richiesta di estradizione statunitense. Assange era in prigione per tutto il corso di “questi procedimenti”, e certamente non è fuggito. Il governo ed i media hanno interesse a confondere “questi procedimenti” con le precedenti, risibili, accuse provenienti dalla Svezia, e con la successiva condanna in séguito al rilascio su cauzione. Dobbiamo dipanare questa maligna matassa. Dobbiamo chiarire che Assange è ora detenuto solo e soltanto per aver pubblicato quei documenti. Che un giudice debba mescolare le accuse è disgustoso. Vanessa Baraitser è una vergogna.
Assange è stato demonizzato dai media come un pericoloso, insano e folle criminale. Non c’è cosa più lontana dalla verità. Assange non è mai stato condannato per alcunché, tranne che per violazione dopo cauzione.
Nel Regno Unito abbiamo quindi ora un governo di destra con evidente scarsa preoccupazione per la democrazia. Abbiamo, in particolare, un estremista di destra come Segretario degli Interni. Assange ora è, chiaramente e senza discussioni, un prigioniero politico. Non è in prigione per aver disertato il tribunale dopo la cauzione. Né per molestie sessuali. È incarcerato soltanto per aver pubblicato segreti d’ufficio. Il Regno Unito detiene ora il prigioniero politico più famoso al mondo, e non ci sono motivi razionali per negare questo fatto. Chi prenderà posizione contro questo atto d’autoritarismo ed a favore della libertà di pubblicazione?
Traduzione  per www.comedonchisciotte.org  a cura  HMG

15 settembre 2019

11 SETTEMBRE / BUSH & CIA, LA LUNGA SCIA DI COLLUSIONI E DEPISTAGGI


Sono trascorsi 18 anni dalla tragedia delle Torri Gemelle che ha causato oltre 3 mila vittime e i cittadini americani stanno aprendo gli occhi sulle responsabilità di quell’11 settembre. Nonostante l’establishment a stelle strisce abbia fatto di tutto e cerchi ancora adesso di fare di tutto per nascondere le tremende verità.
Secondo un ultimo rilevamento, quasi il 60 per cento degli statunitensi pensa che il governo Usa insabbi quelle responsabilità.

George Bush
All’interno di questa larga, predominante fetta, c’è una parte dell’opinione pubblica che sostiene apertamente la pista della cospirazione interna: cioè che si sia trattato di un “lavoro interno” (“an inside job”) dell’allora amministrazione Bush (senior); non pochi poi addebitano colpe agli israeliani, soprattutto tra coloro che parlano di esplosivi all’interno delle Torri Gemelle.
Dal congresso degli Stati Uniti (sotto la presidenza Obama) è stato elaborato un ponderoso documento, dal quale emergono responsabilità riconducibili all’Arabia Saudita, che avrebbe coperto le frange estremistiche del terrore islamista. Ma niente di più. Dopo tanto lavoro, partorito un topolino. Tanto più per il fatto che dagli Usa non sono mai state intraprese azioni politiche o legali nei confronti di quel Paese, peraltro considerato un alleato strategico nel sempre bollente scacchiere mediorientale.

FAMIGLIE AMERICANE CONTRO SAUDITI
Due anni fa è partita un’azione legale (a fini risarcitori) intentata dai familiari delle vittime dell’11 settembre, proprio contro il governo saudita, accusato, appunto, di collusioni con i terroristi. Sostiene Andrew Maloney, il legale delle famiglie: “I sauditi hanno coperto. Sapevano che quel mattino erano arrivati a Los Angeles degli uomini di Al Qaeda. Così come lo sapeva bene la CIA”.
Eccoci al nodo, la Cia. Di cui si parla diffusamente nelle 6 mila e 800 pagine di carte e documenti presentati davanti alla Corte dall’avvocato Maloney. Il quale ha chiamato a testimoniare, tra gli altri, Fahad al-Thumairy, importante ufficiale saudita a Los Angeles e all’epoca imam alla moschea di Culver City, in California, frequentata da alcuni componenti del commando. Nel 2003 Thumairy è stato fermato all’aeroporto di Los Angeles (proveniente dalla Germania) e rimpatriato in Arabia Saudita perchè “sospettato di legami con i terroristi”. Ma oggi lavora ancora per il governo di Riyad. “Potete crederlo, questo?”, si è chiesto Maloney in aula.

Fahad al-Thumairy
Il legale sta cercando di ottenere dall’FBI – per via giudiziaria – tutti i contatti intercorsi con la Cia nei mesi precedenti e susseguenti all’attacco delle Torri Gemelle. Per dimostrare come la Cia fosse perfettamente a conoscenza dei piani di strage, non abbia fatto nulla per contrastarli e abbia molto limitato la condivisione delle informazioni con lo stesso Fbi.
Una guerra tutta interna agli Stati Uniti, dunque, con una Cia in campo – in combutta coi vertici governativi dell’epoca – per colludere, fiancheggiare, coprire e depistare, e un Fbi nei panni degli sprovveduti, tanto che nelle testimonianze di non pochi agenti dell’Fbi – anche apicali – fanno sempre capolino espressioni del tipo “ci hanno fregati”, “non ci hanno comunicato”, “ci hanno nascosto” e via di questo passo. Alice nel paese delle meraviglie, il potente e super attrezzato Federal Bureau ofInvestigation?

TUTTA CIA, DEPISTAGGIO PER DEPISTAGGIO
Sembrerebbe proprio di sì, stando a quanto raccolto dagli autori di un libro-inchiesta, “The Watchdogs didn’t Barc: The CIA, NSA, and the Crimes of the War on Terror”.
A firmarlo John Duffy, uno scrittore e attivista di sinistra, e Ray Novosielsky, un regista, i quali tra l’altro dieci anni fa, nel 2009, intervistarono un consulente della Casa Bianca (sotto le presidenze Bush senior e Clinton) per l’antiterrorismo, Richard Clark. In quella occasione Clark lanciò delle pesantissime accuse contro i vertici della Cia e del suo numero uno, George Tenet,a proposito della rocambolesca e mai chiarita cattura di Osama bin Laden: hanno nascosto tutte le informazioni – è il tono del j’accuse – così come hanno celato le notizie sull’arrivo negli Usa dei futuri terroristi Khalid al-Mihdhar eNawaf al-Hazmi.

Osama bin Laden
Davanti al Congresso Usa, nel 2002 Tenet aveva respinto i primi addebiti, sostenendo di non essere a conoscenza di eventuali pericoli prima dell’11 settembre. Clamorosamente smentito, tra l’altro, da una serie di cablogrammi che contenevano informazioni sugli spostamenti di quei terroristi.
Circa 50-60 ufficiali della Cia, oltre ovviamente al capo Tenet, erano a conscenza di quei fatti, è il senso dell’accusa di Clark, il quale parla senza peli sulla lingua di “agenti doppi”.

I due autori raccolgono svariate testimonianze, lungo il percorso di quella che definiscono la “cospirazione del silenzio”.
Uno dei principali agenti Fbi dell’antiterrorismo, Ali Soufan,esclama: “E’ orribile. Ancora non sappiamo cosa è successo, hanno nascosto tutto. L’11 settembre ha cambiato la storia. Ciò ha portato alle invasioni dell’Afghanistan e dell’Iran, l’estrema instabilità del Medio Oriente, la crescista dell’islamismo militante ma ha anche condotto gli Stati Uniti ad un regime quasi poliziesco”. Parole bollenti.
“Sono triste e depresso per queste cose”, osserva Mark Rossini,uno dei due agenti Fbi di maggior grado posti al coordinamento dell’operazione che ha portato alla misteriosa cattura di Osama bin Laden.
“Ci volevano chiaramente nascondere delle verità”, sottolineano altri due ufficiali di lunga esperienza all’Fbi, Pat D’Amuro Dale Watson.

Terry Strada
Durissime le affermazioni di Terry Strada, leader del gruppo “9/11 Families & Survivors United for Justice Against Terrorism”. Le sue parole: “E’ molto triste che ci sia ancora tutta questa oscurità su quella tragedia. E’ frustrante, e mi fa molto arrabbiare. E’ uno schiaffo in faccia. Pensano di essere al di sopra di tutto, sopra la legge e di non dover rispondere alle famiglie e al mondo. E’ semplicemente disgustoso”.

IL J’ACCUSE DI FERDINANDO IMPOSIMATO
Quasi dieci anni fa è stato Ferdinando Imposimato, il memorabile magistrato antiterrorismo e antimafia, a firmare un report infuocato sull’11 settembre che tirava pesantemente in ballo i vertici Usa e della Cia.
Imposimato, infatti, venne incaricato dal tribunale dell’Aja per i crimini contro l’umanità di preparare un dettagliato dossier per far luce su molti controversi aspetti. Un lavoro che Ferdinando prese molto a cuore. Consultò montagne di documenti, gli demmo una mano per tradurne alcuni (per anni ha scritto per la Voce), redasse un rapporto ponderoso, circa 150 pagine, che venne presentato a New York.

Ne emergeva un quadro probatorio schiacciante. Prove documentali sui contatti della Cia con una serie di terroristi, alcuni dei quali tranquillamente acquartierati negli Usa senza che nessuno alzasse un dito.
Un nome su tutti, quello di Mohamed Atta, il pilota del primo aereo – l’American Airlines Flight11– che si è schiantato contro le Torri Gemelle.
Nato in Egitto nel 1968, Atta trascorre parecchi anni in Germania e all’inizio del 2001 si trasferisce nel States. A Venice, in Florida, prende il brevetto di pilota. In tutti i mesi precedenti all’attacco, fa la spola tra Europa e Usa, e da uno Stato all’altro all’interno degli stessi Usa. Libero di volare come un fringuello, nonostante il suo nome compaia in chiara evidenza ai terminali della Cia e della stessa Fbi nella black list.

Mohammed Atta
Il vertice della Casa Bianca, in quei mesi del 2001, è tenuto costantemente informato dalla Cia: ossia Bush e i suoi scagnozzi sanno bene di che personaggio si tratta, così come di parecchi altri rampanti terroristi. Ma nessuno compie un… atto, una sola azione per fermarli.
Imposimato fornisce ampi ragguagli; fa nomi, cognomi e indirizzi dei principali personaggi coinvolti; così come di coloro i quali avrebbero dovuto vigilare, controllare e fermare quell’azione terroristica e non lo hanno fatto.
E’ successo qualcosa dopo quel potente atto d’accusa stradocumentato? Niente. Così come dopo altre accuse e inchieste al calor bianco, in Italia una per tutte quella firmata da Giulietto Chiesa sull’autodisastro delle Torri Gemelle.

BUSH & FRIENDS
Del resto, perché mai George W. Bushavrebbe dovuto alzare un dito, amico com’era della famiglia bin Laden?

Bjorn Borg e Loredana Bertè
Perché nell’agenda Bush va rammentata un’altra data da novanta. Quella di una gara di tennis e poi di un super pranzo. Tra le guest star il re della racchetta Bjorn Borg e la sua compagna di allora, Loredana Bertè. A raccontare la story alla Voce fu l’avvocato Carlo Taormina, che allora tutelava gli interessi della coppia Borg-Bertè.

Ma c’era un altro ospite eccellente, a quel meeting: Osama bin Laden. Proprio lui, il Principe del Terrore.

08 settembre 2019

Menti raffinatissime: i poteri a cui Grillo ora svende l’Italia

Beppe Grillo “Fare la storia, cambiare l’Italia: occasione irripetibile”. Ogni volta che parte la supercazzola di Beppe Grillo, ci siamo: sta per succedere qualcosa di orrendo. Il segnale: basta che il padrone del Movimento 5 Stelle si metta a parlare come un rivoluzionario dei cartoni animati. Caricatura di se stesso solo in apparenza, l’infido Grillo: è il servitore decisivo del potere europeo, l’unico capace di ripristinare la totale sottomissione del Belpaese. Dopo l’ambigua e velleitaria sbornia gialloverde, che aveva illuso la Lega (e gli italiani) che le regole potessero davvero cambiare, è intervenuto l’uomo del Britannia: è stato l’ex comico a dare il via libera alla “soluzione finale”. Senza il suo intervento padronale, i valletti grillini – pur traumatizzati dall’incubo delle elezioni anticipate – non ce l’avrebbero fatta, a calare le brache fino al punto di arrendersi all’odiato Matteo Renzi, decretando in questo modo la morte politica del Movimento 5 Stelle. L’indecorosa trattativa è stata affidata a manovali recalcitranti come Di Maio e Zingaretti, che hanno finto di prendere sul serio l’imbarazzante prestanome Giuseppe Conte. Ma è evidente che a decidere è stato il Giglio Magico, che ha colto al volo l’assist – decisivo – del Mago di Genova.
Avverte il massone progressista Gianfranco Carpeoro: a Renzi, che da premier aveva bussato inutilmente alle superlogge reazionarie, è stata fatta balenare la possibilità – dopo la strana passerella del Bilderberg (unico politico italiano invitato, nel 2019) – di ottenere finalmente l’agognato accesso al santuario esclusivo della supermassomeria oligarchica. Compitino da svolgere, per superare la prova: evitare in ogni modo le elezioni anticipate, anche osando l’impensabile – le nozze coi vituperati, abominevoli grillini – pur di mettere fuori gioco Salvini. Missione compiuta, ma solo grazie al domatore genovese dei sub-parlamentari penstastellati. Dopo la lunga stagione della finta palingenesi (“uno vale uno”) e il precario intermezzo gialloverde, ora le acque sono ridiventate cristalline: l’Italia è chiaramente sotto padrone, e la mano del reggente è tornata in piena luce. Certo, il coro gracidante del mainstream si eserciterà puntualmente nel valutare solo l’effimero: l’acconciatura stagionale dei servi sciocchi dell’operazione, gli euro-camerieri del Pd, e magari i mielosi cinguettii del finto innamoramento con gli ex pseudo-rivoluzionari grillini, nullità politiche assolute e disperatamente avvinghiate alla poltrona. E così, ancora una volta, si eviterà la narrazione scomoda, veritiera, della tragicommedia in corso.
Matteo Renzi – il vero titolare del povero Zingaretti – è stato avvistato dalle parti della superloggia Maat, a suo tempo creata dallo stratega americano Zbigniew Brzesinski per dare al suo ultimo progetto (lo specchietto per allodole chiamato Barack Obama) un profilo di “pontiere” supermassonico tra “l’impero del male” (i Bush) e la massoneria democratica. Premessa: se non si entra nei territori elusivi delle Ur-Lodges, da cui peraltro non è possibile riportare “selfie”, non si riesce a leggere la trama del film: si assiste al semplice spettacolo delle comparse, senza scorgere né i mandanti né il loro movente. Letta solo dal basso, la politichetta nazionale si riduce a una questione di simpatie e antipatie personali, al massimo di presunte incompatibilità politiche – ridicolo, specie in questa Italia dove Zingaretti e Renzi, Grillo e Di Maio sono riusciti a dire tutto e il contrario di tutto praticamente ogni giorno, ribaltando alleanze e linea politica. Più facile che bersi un mojito sulla spiaggia romagnola del Papeete. Unica clausola: del “terzo livello” è bene che non si parli mai, così come per la mafia, altrimenti i Brzezinski e Obamagestori del sistema si irritano. E se esce un saggio come “Massoni”, di Gioele Magaldi, meglio ignorarlo, anche se diventa un bestseller: la scoperta del “chi è chi, ma per davvero” è qualcosa di troppo indigesto per la stampa, troppo rischioso.
Fu Brzezisnki, consigliere per la sicurezza nazionale sotto Jimmy Carter, a reclutare in Afghanistan il saudita Osama Bin Laden, come pedina contro l’Urss. Socio dei petrolieri Bush, il futuro capo di Al-Qaeda lasciò poi la superloggia “Three Eyes” per approdare alla “Hathor Pentalpha”, vero e proprio avamposto dei neocon, sospettata di aver progettato l’attentato dell’11 Settembre per accelerare, a mano armata, la globalizzazione solo mercantile e finanziaria del pianeta. Sempre Magaldi rivela che lo stesso Abu-Bakr Al-Baghadi, “califfo” del sedicente Stato Islamico, milita nella “Hathor”, che ha annoverato tra le sue fila, oltre al clan Bush, politici come Blair, Sarkozy, Erdogan. Tradotto: terrorismo e guerra. Afghanistan e Iraq, Libia e Siria, attentati in Europa firmati Isis ma propiziati da servizi segreti “distratti”. Tranne che in un paese: l’Italia. «Avevamo il miglior dispositivo antiterrorismo del mondo», ha ripetuto Carpeoro, sodale di Magaldi. Messaggio: agenti leali, fedeli alle istituzioni e decisi a dimostrare ai “professionisti del terrore” che non tutta l’Europa era caduta nelle loro mani, visto che almeno nel Belpaese l’intelligence avrebbe compiuto il suo dovere, sventando decine di attentati (anche se la notizia non è mai apparsa sui media). Unico indizio: lo stragista di Berlino – Anis Amri, mercatino di Natale 2016 – freddato a Milano dalla polizia.
Nel saggio “Dalla massoneria al terrorismo”, Carpeoro svela i retroscena anche simbologici (templari, non islamici) degli attentati in Europa. E spiega: i settori eversivi della supermassoneria sovranazionale reazionaria – epicentro, la Francia – volevano essenzialmente spaventare il presidente socialista François Hollande, eletto nel 2012 grazie alla promessa di opporsi all’austerity europea promossa dal sistema di potere che usa la Germania come “ariete” del rigore da imporre agli altri paesi. Per inciso: Hollande era in quota alla superloggia progressista “Fraternitè Verte”, riferisce Magaldi, mentre la Merkel è saldamente arruolata nella “Golden Eurasia”, officina dell’oligarchia mercantilista e post-democratica. Nel 2012, quando Hollande si apprestava a “cambiare verso” alla politica francese provando ad allentare la stretta del rigore di bilancio, Beppe Grillo – a colpi di Vaffa – stava per lanciare la volata decisiva al Movimento 5 Stelle, che l’anno seguente sarebbe diventato il primo partito italiano, il più votato alla Camera. Il seguito è cronaca: la resa di Hollande al ricatto del terrore (Charlie Hebdo,CarpeoroBataclan) e l’obbedienza italiana alla legge del Rigor Montis, tramite grigi esecutori (Letta, Gentiloni) con in mezzo il menestrello Renzi, rivoluzionario solo a chiacchiere – proprio come il suo attuale socio, Beppe Grillo.
Dal cilindro delle “menti raffinatissime” che hanno dominato il backstage europeo in questi anni, nel 2017 è uscito Emmanuel Macron. La strage di Nizza – 14 luglio – ha siglato nel sangue il suo esordio di finto “avvocato del popolo”: sangue sull’anniversario della Presa della Bastiglia, emblema di libertà per i massoni progressisti. L’anno seguente, la rabbia dei francesi (imbrogliati, traditi) sarebbe esplosa nelle strade invase dai Gilet Gialli, ma senza riuscire a trasformarsi in proposta votabile. Colpa anche del sistema politico transalpino, bloccato dall’ineleggibile Marine Le Pen che domina l’opposizione, congelandola. In ogni caso il massone Macron, già banchiere Rothschild (prescelto da Papa Francesco come grande amico del Vaticano) si è distinto nella guerra contro l’Italia gialloverde, e in particolare contro Salvini. Un’Italia strana, ibrida, bifronte. Con un’ulteriore stranezza: la delega ai servizi segreti rimasta a Palazzo Chigi anziché al Viminale, com’era sempre stato, fino ai tempi dell’ottimo Minniti. «Non cambiate i vertici dei servizi», si era raccomandato Carpeoro. Poi invece il governo Conte ha licenziato quelli che erano stati gli impeccabili tutori della sicurezza italiana. «In realtà – accusa Carpeoro – a ordinare il cambio della guardia è stato direttamente il massone reazionario Jacques Attali, mentore di Macron». Un caso, se poi a Mosca viene intercettato il colloquio tra il leghista Savoini e alcuni emissari di seconda fila del potere russo?
La barzelletta che oggi va per la maggiore è che Matteo Salvini sia impazzito, sulla spiaggia di Milano Marittima. “Il cinghialone leghista, drogato dal boom delle europee”. Affermazioni deliranti: eppure sono i giornalisti nostrani a biascicarle, pur di non dire la verità. Che è tragicamente semplice: gli amici italiani di Macron hanno sabotato l’unico politico di cui avevano paura. L’unico, con tutti i suoi limiti, che aveva messo in allarme il sistema del dominio europeo che vuole un’Italia succube e depredabile, grazie alla cortese collaborazione dell’establishment tricolore. Tutto si era messo nel peggiore dei modi fin dall’inizio, con la bocciatura di Paolo Savona: l’ex ministro di Ciampi, voluto da Salvini, avrebbe avuto la statura per rinegoziare condizioni onorevoli per l’Italia, provando a risollevare l’economia nazionale liberandola dai vincoli più soffocanti. L’oligarca tedesco Günther Oettinger, massone reazionario, si è affrettato ad avvertici che sarebbero stati “i mercati” a Paolo Savonainsegnarci come votare. A ruota, Sergio Mattarella – nel bocciare Savona – ha ripetuto (ufficialmente, da presidente della Repubblica) che sono proprio “i mercati” a decidere chi governa, e non i cittadini: comanda lo spread, non gli elettori.
La Lega ha abbozzato; perso Savona, sperava comunque di introdurre elementi progressisti nell’economia nostrana, grazie anche agli economisti keynesiani (Bagnai, Rinaldi) ingaggiati da Salvini: i soli a introdurre una narrazione “di sinistra” nel cimitero politico italiano. Solo in casa leghista, infatti, è risuonato un paradigma alternativo al rigore mortale del “ce lo chiede l’Europa”, santificato da Monti e Letta, Renzi e Gentiloni, fino all’ultima comparsa del teatrino italico, il professor-avvocato Giuseppe Conte. Nei momenti decisivi, il finto amico del popolo Beppe Grillo non ha mai mancato di far sapere da che parte stesse: nel 2016 tentò di traghettare il gruppo europarlamentare del Movimento 5 Stelle tra gli ultras dell’Eurozona, nell’Alde. Ma Grillo un tempo non agitava lo spettro del referendum sull’euro? Appunto: è la sua tecnica. Dietro al Vaffa, il piano nascosto: il vero obiettivo. L’orrendo Salvini? E’ stato cucinato a fuoco lento: assediato dalle inchieste sullo stop ai migranti, minacciato dai gossip sulla Russia, boicottato sulla riforma strategica della de-tassazione. Colpo di grazia: il voto dei grillini per Ursula von der Leyen. Ha staccato la spina, quando ha capito che non sarebbe arrivato vivo a fine anno: era questo, il progetto messo a punto dai vari Grillo e Macron, Attali e Renzi.
Il loro ometto del momento? Conte, fattosi improvvisamente imperioso, nei toni. Mancava solo il Pd, ma a reclutarlo è bastato poco. E ancor meno fatica è costato il tradimento suicida dei 5 Stelle, con l’inevitabile esilio del peso-piuma Di Maio. Se il peggior potere europeo deve ringraziare qualcuno, per il favoloso Conte-bis, può certo applaudire le anime morte del Pd e il loro condottiero Matteo Renzi, che ora potrà sperare di essere finalmente accolto a bordo, al pari di personaggi come Massimo D’Alema e Giorgio Napolitano, fino a Pier Carlo Padoan. Ma senza il vero protagonista dell’inciucio – il Mago di Genova, l’uomo del Vaffa e del Britannia – i vari Macron, Merkel, Attali e Oettinger non avrebbero avuto di che brindare. Un conto è convincere il “partito della Boschi” a turarsi il naso, sopportando gli ex rivoluzionari all’amatriciana. Ben altra impresa, invece, Grillo e Renziè indurre gli sventurati grillini a tradire la loro storia, cioè gli ideali di trasparenza sbandierati per dieci anni, fino a naufragare tra le spire di quello che fino a ieri insultavano come “il partito di Bibbiano”.
C’è riuscito, eccome, il mago Beppe, anche se orfano del massone Gianroberto Casaleggio, a sua volta compagno di avventura – agli albori – del prestigioso Enrico Sassoon, eminente pensatore e uomo di primissimo piano dell’élite supermassonica internazionale. E’ capace di tutto, del resto, Giuseppe Piero Grillo detto Beppe: prima di attraversare a nuoto lo Stretto di Messina, nel 2013, era riuscito a incantare persino gli irriducibili NoTav. Retropensiero: quei fessi. Come tutti gli altri italiani, del resto. Abbindolati in modo spettacolare da un ex comico, e ora venduti alla banda Macron: cioè al cuore nero della peggior destra economica, tecnocratica e supermassonica, quella che – usando l’ex sinistra, in tutta Europa – confisca la democrazia per meglio rapinare i cittadini. Grazie a Grillo, se non altro, ora è tutto più chiaro. Caduto anche l’ultimo velo, l’Elevato è in vena di regali: riesce finalmente a riconsegnare l’Italia agli stranieri, ma in compenso apre gli occhi agli italiani. Compresi quelli che un anno fa credettero di votare per il mitico, fenomenale “cambiamento”.
(Nel libro “Massoni. Società a responsabilità illimitata. La scoperta delle Ur-Lodges”, pubblicato da Chiarelettere nel 2014, Gioele Magaldi dichiara che sue affermazioni sono comprovate da documenti d’archivio. Si tratta di 6.000 pagine di dossier riservati, che l’autore è disposto a esibire in caso di contestazioni. Nessuno dei soggetti citati si è però azzardato a contraddire l’autore).