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23 marzo 2019

SANGUE INFETTO / IL 25 MARZO A NAPOLI LA “STORICA” SENTENZA


Processo per il sangue infetto. A Napoli la sentenza verrà pronunciata il 25 marzo dal presidente della sesta sezionale penale del tribunale, Antonio Palumbo.
Una sentenza "storica", dal momento che le prime indagini risalgono a quasi 40 anni fa, il processo è cominciato a Trento 20 anni fa, poi trasferito a Napoli dove è ricominciato tre anni fa, aprile 2016.
Il capo di imputazione è man mano scalato da strage ad epidemia colposa ed infine ad omicidio colposo plurimo. La Voce ha scritto decine e decine di inchieste e articoli su quella tragedia largamente annunciata. Fin dal 1977…

BIG PHARMA & C.

Il tribunale di Napoli

Alla sbarra l'ex re mida della sanità ministeriale, Duilio Poggiolini, ed alcuni ex funzionari del gruppo Marcucci, da sempre oligopolista nella importazione, lavorazione e distribuzione di emoderivati.
Patriarca storico di quelle aziende Guelfo Marcucci, passato a miglior vita proprio alla vigilia del processo. Nel quale non sono mai entrati né il timoniere della corazzata di famiglia Kedrion, ossia il rampollo Paolo Marcucci, né tantomeno la sorella Marilina (ad inizio 2000 coeditore dell'Unità e oggi primattrice nella Fondazione che organizza il Carnevale di Viareggio) ed Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato e una carriera politica decollata sotto le protettive ali dell'ex ministro della Sanità Francesco De Lorenzo.
Grande amico della dinasty dei Marcucci e storicamente legato a Poggiolini (con il quale ha condiviso la condanna penale e civile per la Farmatruffa, con un risarcimento da 5 milioni di euro a testa), neanche Sua Sanità è mai entrato in questo processo, né come imputato e nemmeno come teste: quando ad esempio è stata chiamata a verbalizzare davanti alla sesta sezione del tribunale di Napoli anche la Dc Maria Pia Garavaglia, che gli è poi succeduta sulla poltrona di ministro.
Appena 9 le parti costituite in giudizio: malati o familiari di alcune vittime.


Andrea Marcucci

Ma la "strage del sangue infetto" conta almeno 5 mila caduti sul campo degli emoderivati killer. Una cifra superiore, ad esempio, rispetto a quella registrata in Inghilterra, dove si contano circa 3 mila vittime.
Paradosso nei paradossi, a Napoli il processo riguarda solo le case farmaceutiche nostrane – in particolare quelle del gruppo Marcucci – perché le azioni penali riferite alle case estere è stato archiviato e con ogni probabilità potrà ricominciare, non si sa in quale o in quali procure, dopo la conclusione di questo procedimento.
Tutto il processo è ruotato intorno ad un interrogativo base: riuscire a dimostrare il nesso causale tra l'assunzione (o le assunzioni) di emoderivati e l'insorgenza delle patologie che hanno condotto in molti casi alla morte.


I CONFLITTI DEL SUPER TESTE



L'avvocato Stefano Bertone

Un nesso che la difesa delle parti civili – ossia gli avvocati Stefano Bertone ed Ermanno Zancla – hanno dimostrato carte, documenti scientifici e perizie alla mano. E sono anche riusciti a provare la validità scientifica di "re-infezioni" e "sovra-infezioni". Proprio come quando un plotone di esecuzione ti uccide più volte.
Di diverso avviso il pubblico ministero, Lucio Giugliano, che fin dalla prima udienza ha chiesto l'assoluzione per alcuni imputati e nella sua requisitoria finale ha chiesto l'assoluzione di tutti gli imputati perché "il fatto non sussiste".
Ovviamente dello stesso avviso i legali degli imputati – in prima fila Alfonso Stile e Massimo Di Noia – che non vogliono sentire parlare di prescrizione ma chiedono una assoluzione piena nel merito (la stessa che chiede il pm).
Fin dalla prima udienza il pm Giugliano ha richiesto una perizia tecnica d'ufficio che – durata diversi mesi – ha partorito un vero e proprio topolino. La perizia, infatti, si è basata in modo particolare sulle tesi di un ematologo milanese, che poi è stato anche il primo teste di questo processo, maggio 2016, ossia Piermannuccio Mannucci.
Un teste in palese conflitto di interessi, visto è stato consulente (pagato) di Kedrion ed ha partecipato (gettonato) a svariati simposi nazionali e internazionali organizzati dalla stessa Kedrion.
Gli avvocati di parte civile hanno chiesto lo stralcio della posizione di Mannucci, accusato di falsa testimonianza.
Quando in udienza è stato chiesto all'ematologo meneghino da dove provenissero mai – a suo sapere – quegli emoderivati, così ha risposto: "Mi dicevano (il riferimento è ai funzionari delle aziende Marcucci, ndr) che era di fonte certa, sicura, proveniendo dai campus universitari americani e dalle casalinghe statunitensi". Alice nel Paese delle Meraviglie…

SANGUE DAL CARCERE

Elio Veltri

In successive verbalizzazioni due testi hanno fornito versioni opposte.
L'ematologo e scrittore Elio Veltri (autore del recente "L'Italia non è un paese per onesti", in cui un capitolo è dedicato ai traffici del sangue e dei suoi derivati) ha dichiarato che quei prodotti arrivavano dagli Stati Uniti, dall'Asia e dall'Africa.
Il regista americano Kelly Duda, autore dodici anni fa di uno choccante docufilm "Fattore VIII", ha illustrato i suoi due anni di lavoro e descritto per filo e per segno una delle fonti base di provenienza. Le carceri statunitensi, in particolare quello di Cummings, nell'Arkansas.
Un docufilm della BBC dello stesso anno (2007) ha illustrato i medesimi scenari.
Risale invece addirittura a 42 anni fa, luglio 1977, la prima inchiesta della Voce su quegli emoderivati: inchiesta in cui si parlava dei campi di raccolta organizzati nell'ex Congo belga dalle aziende del gruppo Marcucci, che proprio in quegli anni – metà/fine '70 – vedevano germogliare le loro fortune.
P.S. Grandi assenti, nei tre lunghi anni di processo partenopeo, i media. Si contano sulle dita di una (1) mano i nomi dei giornalisti che hanno fatto capolino nell'aula 212 del tribunale penale di Napoli.
C'è da sperare che almeno in occasione della sentenza si possa vedere qualcuno. Per rendere Memoria – oltre che Giustizia – alle migliaia di vittime della strage per il sangue infetto.

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21 marzo 2019

Questa cartina geografica mostra la ragione da trilioni di dollari del perché gli Stati Uniti appoggiano il terrorismo nella Cina occidentale


Come parte di un impegno più ampio e concertato per accerchiare e contenere la Cina, è stata intrapresa dai media occidentali una campagna di disinformazione che è in corso, contro la massiccia frenesia infrastrutturale globale di Pechino, conosciuta come la Belt and Road Initiative (BRI).
Un esempio recente e particolarmente abietto in merito a ciò proviene da un articolo di Business Insider intitolato , “This map shows a trillion-dollar reason why China is oppressing more than a million Muslims.” (“Questa cartina geografica mostra la ragione da trilioni di dollari del perché la Cina sta opprimendo più di un milione di Musulmani”).
L’articolo è stato ampiamente diffuso dai fronti finanziati dall’Occidente, citati nell’articolo stesso, tra cui Human Rights Watch (HRW) il cui Direttore esecutivo – Kenneth Roth – avrebbe asserito in un post sui social media:
La detenzione di massa dei Musulmani Uiguri in Cina è determinata [non] solo dall’islamofobia, ma anche dalla centralità della loro regione, lo Xinjiang, nella Belt and Road Initiative.
Le affermazioni che la politica cinese sia “motivata dall’islamofobia” sono particolarmente assurde. Il più stretto alleato e partner della Cina nella regione è il Pakistan, una nazione indubbiamente a maggioranza musulmana. Roth non spiega mai perché la “centralità” della BRI determini “detenzioni di massa” nello Xinjiang, quando progetti infrastrutturali cinesi altrove, sia in Cina che all’estero -anche nel Pakistan a maggioranza musulmana – non prevedono né richiedono tali “detenzioni”.
Manca qualcosa alla [narrativa] di Business Insider, di Human Rights Watch e al resto della narrativa sullo Xinjiang dei media occidentali. L’articolo di Business Insider afferma:
Pechino ha iniziato ad applicare tolleranza zero sulla vita degli Uiguri nello Xinjiang. I funzionari dicono che la repressione è un’operazione necessaria contro il terrorismo, ma gli esperti dicono che in realtà protegge i loro progetti della BRI.
Questi “esperti” non spiegano mai perché i funzionari di Pechino sentano la necessità di “proteggere i loro progetti della BRI”. Né spiegano da chi hanno bisogno di essere protetti. L’ovvia spiegazione è infatti che – come ha dichiarato Pechino – lo Xinjiang si trova di fronte a una significativa minaccia terroristica.
Una minoranza della popolazione uigura dello Xinjiang è stata indubbiamente radicalizzata e ha portato a termine, negli ultimi anni, numerosi attacchi terroristici di alto profilo non solo nello Xinjiang, ma in tutta la Cina. Un articolo di Reuters pubblicato da Business Insidernel 2014, intitolato “Knife-Wielding Attackers In Chinese Train Station Leave 27 Dead, 109 Injured” (“Aggressori armati di coltello in una stazione ferroviaria cinese fanno 27 morti e 109 feriti”), descrive solo uno dei numerosi attacchi degli estremisti Uiguri.
Un articolo di Reuters del 2015, pubblicato da Business Insider, conferma che gli aggressori erano in realtà dei terroristi uiguri. La stazione ferroviaria situata a Kunming si trova a oltre 2.000 miglia dalla regione dello Xinjiang, il che illustra la portata della minaccia terroristica che Pechino sta affrontando.
Nonostante queste precedenti – ben note ammissioni – pubblicate dalla stessa Business Insider – la piattaforma mediatica e molti altri, insieme a fronti come HRW sfidano spudoratamente l’ignoranza sui reali problemi di sicurezza dell’odierna Cina nello Xinjiang.
La propaganda occidentale rovescia la realtà
L’articolo di Business Insider afferma:
Il governo cinese da anni incolpa gli Uiguri di terrorismo e afferma che essi dicono che il gruppo sta importando l’estremismo islamico in Asia centrale.
Ma c’è un’altra ragione per cui Pechino vuole reprimere gli Uiguri nello Xinjiang: la regione ospita alcune delle componenti [infrastrutturali] più importanti della Belt and Road Initiative (BRI), il principale progetto commerciale della Cina.
In tale sede Business Insider rovescia deliberatamente la causa e l’effetto – affermando che la Cina sta dando un giro di vite sugli Uiguri, semplicemente perché segmenti essenziali del suo progetto BRI passano attraverso lo Xinjiang – invece di attuare una repressione più severa al terrorismo molto reale, che minaccia un corridoio economico evidentemente fondamentale.
E come rivela la cartina geografica di Business Insider, la BRI cinese attraversa molte altre regioni della Cina e non solo, comprese le regioni dominate da comunità musulmane, dove simili tensioni sono assenti.
Il terrorismo uiguro è reale
È chiaro che Business Insider, HRW e altri stanno deliberatamente prendendo in considerazione le politiche cinesi nello Xinjiang e travisando la causa principale dell’estremismo uiguro. Ma persino l’articolo stesso ammette una minaccia per la sicurezza molto reale, affermando:
La Cina ha accusato i militanti uiguri di essere terroristi e di incitare alla violenza in tutto il Paese, almeno dagli inizi del 2000, poiché molti separatisti Uiguri, al fine di diventare combattenti, hanno lasciato la Cina per posti come l’Afghanistan e la Siria.
Voice of America (VOA), finanziata dal Dipartimento di Stato americano, in un articolo intitolato “Analysts: Uighur Jihadis in Syria Could Pose Threat” (“Analisti: gli Jihadisti uiguri potrebbero rappresentare una minaccia”) riconoscerebbe che (grassetto aggiunto):
Gli analisti avvertono che il gruppo jihadista del Turkistan Islamic Party (TIP) nella Siria nordoccidentale potrebbe rappresentare un pericolo per l’instabile provincia siriana di Idlib, dove continuano gli sforzi per mantenere un fragile cessate il fuoco negoziato tra Turchia e Russia, tra le forze del regime siriano e i vari gruppi ribelli.
Il TIP ha dichiarato un emirato islamico a Idlib, alla fine di novembre, ed è rimasto largamente al riparo dalle autorità e dai media, grazie al suo basso profilo. Fondato nel 2008 nella regione nord-occidentale cinese dello Xinjiang, il TIP è stato uno dei maggiori gruppi estremisti in Siria dallo scoppio nel 2011 della guerra civile nel Paese.
Il TIP è composto principalmente da Musulmani uiguri provenienti dalla Cina, ma negli ultimi anni ha incluso tra le sue fila anche altri combattenti jihadisti.
L’articolo riconosce inoltre che fino a 3.000 militanti potrebbero aver combattuto per il TIP in Siria e ha messo in guardia contro la possibilità che questi militanti possano trasferire le loro abilità di combattimento in Cina.
Tali ammissioni –[provenienti] anche dalle attività mediatiche statali statunitensi – aiutano a esporre l’attuale campagna di disinformazione rivolta a Pechino per la presunta “repressione”, il che significa che gli interessi speciali occidentali – incluso lo stesso governo americano – stanno minando alla base gli sforzi legittimi di lotta al terrorismo della Cina.
Gli Stati Uniti stanno intenzionalmente fomentando la violenza nello Xinjiang per interrompere la BRI
Ma gli indizi, persino nell’articolo di Business Insider, rivelano che il supporto degli Stati Uniti per minare la sicurezza interna cinese va ben oltre la semplice disinformazione.
Business Insider cita tra gli “esperti” Rushan Abbas, descritta dall’articolo come “attivista di etnia uigura in Virginia”.
Quello che l’articolo omette intenzionalmente è che Abbas è in realtà una dipendente di lungo corso e contractor del governo degli Stati Uniti – riconoscendo nella sua biografiapubblicata da una società di consulenza con sede a Washington DC per cui lavora, che:
[Rushan Abbas] ha una vasta esperienza di lavoro con agenzie governative degli Stati Uniti, tra cui l’Homeland Security, il Dipartimento della Difesa, il Dipartimento di Stato, il Dipartimento di Giustizia e varie agenzie di intelligence degli Stati Uniti.
La biografia riconosce anche:
È stata anche impiegata presso L-3, come consulente a Cuba, presso Guantanamo Bay, a sostegno dell’operazione Enduring Freedom nel 2002-2003 e come reporter di Radio Free Asia.
La signora Abbas ha anche lavorato come linguista e traduttrice per diverse agenzie federali, incluso il lavoro per il Dipartimento di Stato americano a Guantanamo Bay, a Cuba e per il Presidente George W. Bush e l’ex First Lady Laura Bush.
La sua affermazione che i membri della [sua] famiglia sono stati rapiti, a causa del suo “attivismo” con base negli Stati Uniti si inserisce in un modello di “oltraggi” inventati dei diritti umani, usato da parte degli USA per dipingere nella peggiore luce possibile, gli obiettivi della coercizione e dell’aggressione.
Abbas è solo una dei tanti che lavorano a Washington DC per sostenere quello che è apertamente il separatismo uiguro nello Xinjiang sostenuto dagli USA.
Il National Endowment for Democracy (NED) – un’organizzazione finanziata dal governo degli Stati Uniti dedicata all’interferenza politica in tutto il mondo – ha un’intera pagina dedicata allo “Xinjiang / Turkestan orientale” – il Turkestan orientale è lo Stato che gli estremisti Uiguri cercano di ritagliarsi dal territorio, riconosciuto dal diritto internazionale come Cina.
Le organizzazioni sovversive che promuovono apertamente il separatismo come il World Uyghur Congress (WUC) mantengono anche uffici a Washington DC e ricevono denaro e sostegno direttamente dal governo degli Stati Uniti.
Quindi un segreto malamente mantenuto implica l’ampia quantità di armi, equipaggiamento, denaro e altro materiale fornito dagli Stati Uniti ai terroristi che muovono guerra al governo siriano – tra cui sono inclusi i terroristi Uiguri come ammesso dalla stessa VOA.
Da Washington DC, ai campi di battaglia della Siria settentrionale, allo Xinjiang stesso – gli Stati Uniti stanno sviluppando con tutta franchezza una vasta minaccia terroristica, che rappresenti un ostacolo significativo per la BRI cinese.
Il pubblico è davvero intenzionato a credere che una minaccia terroristica sponsorizzata dallo Stato, tesa a paralizzare un corridoio economico da svariati trilioni di dollari, non sia una ragione sufficiente per Pechino per lanciare una vasta campagna antiterrorismo? Washington non solo sta fomentando il terrorismo nella Cina occidentale, ma sta tentando, in reazione a ciò, di paralizzare le operazioni di sicurezza interna di Pechino – il tutto sfruttando e facendo abuso della difesa dei diritti umani e rappresentando come colpevole la vittima del terrorismo, sponsorizzato dagli Stati Uniti.
Che tutto questo contesto sia stato intenzionalmente omesso da Business Insider e da Kenneth Roth di Human Rights Watch dimostra che l’Occidente sta conducendo una guerra contro la Cina e la sua espansione economica, non solo sul terreno da Washington, alla Siria [e] allo Xinjiang, ma pure in tutto il settore dell’informazione.
Tony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di base a Bangkok, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.
Tradotto per www.comedonchisciotte.org da NICKAL88

19 marzo 2019

STRAGE DEL SANGUE INFETTO / COME E’ NATA LA MAXI INCHIESTA DI TRENTO SUGLI EMODERIVATI KILLER


Sangue infetto, alle battute finali il processo a Napoli cominciato tre anni fa, con una sentenza prevista per il 25 marzo. Alla sbarra l'ex re Mida al ministero della Sanità, Duilio Poggiolini, ed ex dipendenti di aziende del gruppo Marcucci, da sempre oligopolista nella lavorazione e distribuzione di emoderivati in Italia.
La Voce ne scritto più volte, dal momento che i media locali e nazionali hanno praticamente ignorato questo processo "storico": soprattutto per restituire, oltre a quella giustizia da sempre negata, anche la "memoria" alle vittime uccise due volte e ai loro familiari. Al processo napoletano, infatti, sono rappresentate solo 9 parti civili, ma il tragico conto globale parla di almeno 5 mila vittime. Quasi il doppio di quante ne vengono calcolate, per fare un solo esempio, in Inghilterra.
Abbiamo ricevuto molti messaggi e tante storie di sofferenza in questi anni. Di recente ci hanno chiesto di conoscere perché parliamo sempre di "processo cominciato tanti anni fa a Trento", e poi passato a Napoli. Cerchiamo quindi di ricostruire, a questo punto, la genesi della tragedia, delle nostre Torri Gemelle abbattute due volte: perché se il mondo ha giustamente pianto per quelle morti, è incredibile come pochi piangano per le nostre, a causa di una totale mancanza, fino ad oggi, non solo di giustizia, essendo i killer liberi come fringuelli, ma anche di uno straccio d'informazione.

TUTTO COMINCIA A TRENTO

Carlo Palermo

Tutto nasce da un'interrogazione presentata alla Provincia di Trento dal consigliere Carlo Palermo. Si tratta del magistrato coraggio che negli anni '80, in servizio proprio alla procura di Trento, aveva puntato i riflettori sui fondi neri di grandi aziende del parastato. E anche sui traffici di armi e mega riciclaggi. Una vera bomba capace di deflagrare nei palazzi del potere, dai partiti (craxiani d'un tempo in pole position) alle grandi imprese fino alle banche, pesantemente coinvolte nell'affaire.
Palermo stava tirando le somme ed era in procinto di chiudere il cerchio. Ma provvidenzialmente subì un attentato dinamitardo dal quale scampò per puro miracolo. Ma fu costretto ad abbandonare quelle indagini che poi, ovviamente, si sono perse tra le consuete nebbie giudiziarie.
A quel punto Palermo lascia la magistratura, prende un'altra toga, quella di avvocato. Negli anni seguenti dedicherà il suo impegno soprattutto ai buchi neri della nostra storia, dalla strage del Moby Prince fino all'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. E partecipa, Palermo, anche alla vita politica, aderendo nei primi anni '90 alla Rete di Leoluca Orlando.
E proprio nelle vesti di consigliere provinciale della Rete a Trento presenta quell'interrogazione. Punta i riflettori su alcune notizie che all'epoca circolavano negli ambienti sanitari, circa traffici sospetti di sangue ed emoderivati. Nell'interrogazione e nella successiva denuncia presentata in procura da Palermo viene fatto esplicito riferimento al j'accuse contenuto nel libro "Sua Sanità – Viaggio nella De Lorenzo spa, un'azienda che scoppia di salute", edito dalla piccola ma agguerrita casa editrice trentina Publiprint e scritto da Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola, all'epoca direttore e condirettore della Voce della Campania (poi Voce delle Voci), uscito a febbraio 1992. Palermo allega il libro alla sua denuncia.
A fine 1990 la Voce era stata invitata alla prima edizione di "Le Voci dell'Italietta", una iniziativa organizzata dal settimanale "Questotrentino", tra i promotori anche Eugenio Pellegrini, titolare della Publiprint. Ed infatti Publiprint e Voce decisero di coeditare il volume "'O Ministro – La Pomicino story, Bilancio all'italiana", che esce nel '91. In precedenza la Voce stessa aveva pubblicato da sola, nel 1990, in occasione dei 10 anni da terremoto, "Grazie Sisma – Dieci anni di potere e terremoto".

I MIRACOLI DI SUA SANITA'
A febbraio '91, quindi, esce Sua Sanità, che fa subito il botto, entrando per 4 settimane nella classifica tra i libri più venduti in Italia. La presentazione avviene a Napoli nel corso della più nota kermesse del libro, all'epoca, nel Mezzogiorno, "Galassia Gutenberg".
Proprio all'inizio prende la parola il legale di Sua Sanità De Lorenzo, che sventola una citazione miliardaria e la richiesta di sequestro del libro. Gli replichiamo che l'indomani avremmo provveduto a depositare una denuncia per ricettazione nei confronti del suo patrocinato, visto che era di tutta evidenza entrato in possesso illegalmente addirittura delle bozze, con il volume ancora in fase finale di stampa! Titolò in Resto del Carlino: "Ora De Lorenza frega anche le bozze dei libri".
Il libro ricostruisce tutte le acrobazie finanziarie di casa De Lorenzo. Ed un corposo capitolo è dedicato all'amico del cuore, Guelfo Marcucci, all'epoca proprietario di un vero impero del sangue. Un legame appena saldato dalla candidatura del rampollo Andrea Marcucci (oggi capogruppo del PD al Senato) alle elezioni politiche del 1991, dove viene eletto alla Camera – più giovane deputato italiano – sotto i vessilli del PLI di Renato Altissimo e Francesco De Lorenzo, ministro della Sanità. Per facilitarne l'ascesa, De Lorenza pensa bene di "trainarlo" presentandosi proprio nel collegio della Toscana. Di tutto e di più per gli amici. Come fa anche il fratello di Sua Sanità, Renato De Lorenzo, che entra nel consiglio d'amministrazione di una delle fresche perle di casa Marcucci, Sclavo, sigla storica nel tempo passata all'Anic del gruppo Montedison e nel '90 venduta al gruppo Marcucci.
In quel capitolo, in particolare, viene ricordata la prima inchiesta della Voce sul gruppo Marcucci, uscita a luglio 1977. Già allora la Voce della Campania scriveva a proposito dei centri di raccolta di sangue e plasma nell'ex Congo, evidentemente non troppo "sicuri". E guarda caso – come emerge dall'attuale processo di Napoli – siamo proprio negli anni bollenti della raccolta di sangue infetto, metà-fine anni '70 primi '80: come ha sottolineato in una verbalizzazione l'ematologo Elio Veltri, citando le provenienze dall'Africa e dagli Stati Uniti. Perfino le carceri dell'Arkansas, come ha dettagliato in un'altra testimonianza clou il regista americano Kelly Duda, autore dello choccante "Fattore VIII".
Ma torniamo a bomba. Ossia la genesi trentina della "sangue infetto story".

UN PROCESSO LUNGO VENT'ANNI
Dopo l'interrogazione e la denuncia di Carlo Palermo, le fiamme gialle partono con una raffica di indagini. Allargano subito il raggio d'azione – epicentro il Veneto – e scoprono, in alcuni magazzini, un arsenale di scatoloni contenti emoderivati. Destinatarie di quei lotti alcune aziende del gruppo Marcucci. Drammatico lo scenario che viene descritto dai militari della Guardia di Finanza nei loro rapporti: gli emoderivati, infatti, sono stipati e conservati nei frigoriferi insieme a grosse partite di baccalà!
Un documentario della BBC del 2007 (nello stesso periodo esce Fattore VIII di Duda) mostra quelle immagini da brivido. E dettaglia anche le triangolazioni nei paradisi fiscali, in primis quelli delle Isole Vergini, con la consulenza speciale dell'avvocato inglese David Mills, che all''epoca si occupava di grandi gruppi, ad esempio quelli targati Marcucci e Berlusconi.
Alla procura di Trento confluisce tutto il materiale raccolto in un paio d'anni di indagini condotte delle fiamme gialle. Quindi lo start del processo, nel 1999. Un processo che però dura poco e dopo un paio d'anni finisce,: anche perché l'arco temporale sotto esame parte dal 1994, ed è già intervenuta tra l'altro una nuova legislazione.
Tutto deve passare, per competenza territoriale, a Napoli. E dall'imputazione per "epidemia colposa" si scala a quella di "omicidio colposo plurimo": e pensare che si era partiti da una più che realistica pista di "strage", visto il rigore "scientifico" nel procedere ad importazioni di sangue non testato (come quello africano e dalle carceri dell'Arkansas) solo per realizzare giganteschi profitti, da parte delle aziende italiane ed estere.

VERRA' FATTA FINALMENTE GIUSTIZIA?

David Mills

Tutti sappiamo come poi è andata a finire. Anni e anni di attesa a Napoli per iniziare il processo, con un rocambolesco trasloco di oltre 1000 faldoni giudiziari da Trento negli scantinati del Centro Direzionale, dove ha sede il tribunale partenopeo. Molti sono nel frattempo spariti, altri rosicchiati dai topi. Il processo finalmente è iniziato ad aprile 2016, quasi tre anni fa.
Il pm Lucio Giugliano, nell'udienza del 21 gennaio, ha chiesto l'assoluzione piena nel merito di tutti gli imputati perché "il fatto non sussiste". A suo parere, infatti, non sarebbe dimostrato il fondamentale "nesso causale" che lega le infusioni killer all'insorgere delle patologie, quasi sempre letale.
I legali delle parti civili Stefano Bertone ed Ermanno Zancla, invece, hanno abbondantemente documentato quel nesso, non solo relativo alla prima infusione ma anche a quelle successive che hanno di certo aggravato i decorsi delle malattie.
Dopo aver ascoltato i legali della difesa, in testa Massimo Di Noia e Alfonso Stile (per il gruppo Marcucci) e Luigi Ferrante (per Poggiolini), la parola il 25 marzo passa per la sentenza al giudice monocratico, il presidente della sesta sezione penale Antonio Palumbo.
Sarà fatta, dopo quasi 40 anni, finalmente Giustizia?

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18 marzo 2019

LA GUERRA AL VENEZUELA È COSTRUITA SULLA MENZOGNA


Viaggiando con Hugo Chavez, mi fu subito chiara la minaccia del Venezuela. In una cooperativa agricola nello stato di Lara, la gente aspettava paziente e allegra, nonostante il caldo. Brocche d’acqua e succo di melone passavano di mano in mano. Una chitarra suonava; una donna, Katarina, si alzò e cantò con voce roca.
“Che cosa dicono le parole?” chiesi.
“Che siamo orgogliosi”, fu la risposta.
Gli applausi per lei si mischiarono a quelli per l’arrivo di Chavez. Sotto un braccio portava una borsa piena di libri. Indossava la sua grande camicia rossa e salutava le persone per nome, fermandosi ad ascoltare. La cosa che mi colpì di più era la sua capacità di ascoltare.
Poi si mise a leggere. Per quasi due ore lesse al microfono dalla pila di libri accanto a lui: Orwell, Dickens, Tolstoj, Zola, Hemingway, Chomsky, Neruda: una pagina qui, una riga o due là. La gente applaudiva e fischiava mentre lui passava da autore ad autore.
Poi gli agricoltori presero il microfono e gli raccontarono ciò che sapevano e ciò di cui avevano bisogno; un volto antico, che pareva scolpito dal tronco di un albero, fece un lungo discorso critico sul tema dell’irrigazione; Chavez prendeva appunti.
Qui coltivano vigneti, un’uva di tipo Syrah scuro. “John, John, vieni qui”, disse El Presidente, avendomi visto sonnecchiare nel calore e nelle profondità di Oliver Twist.
“Gli piace il vino rosso”, disse Chavez al pubblico esultante e fischiettante, facendomi dono di una bottiglia di “vino de la gente”. Le mie poche parole in cattivo spagnolo provocarono fischi e risate.
Guardando Chavez con la gente si capiva l’uomo che promise, al suo arrivo al potere, che ogni sua mossa sarebbe stata sottoposta alla volontà della gente. In otto anni, Chavez vinse otto elezioni e referendum: un record mondiale. Elettoralmente era il capo di stato più popolare dell’emisfero occidentale, probabilmente del mondo.
Tutte le principali riforme chaviste furono approvate, in particolare una nuova Costituzione, di cui il 71% della popolazione ratificò ciascuno dei 396 articoli che sancivano libertà fino ad allora inconcepibili, come l’articolo 123, che per la prima volta riconosceva i diritti umani delle razze miste, di cui Chavez faceva parte, e delle persone di colore.
In una delle sue lezioni di gruppo citava una scrittrice femminista: “Amore e solidarietà sono la stessa cosa”. Il suo pubblico lo capiva bene e si esprimeva con dignità, raramente con deferenza. La gente comune considerava Chavez e il suo governo come i loro primi campioni, come fossero di loro proprietà.
Questo era particolarmente vero per gli indigeni, per i meticci e per gli afro-venezuelani, storicamente considerati con disprezzo dagli immediati predecessori di Chavez e da quelli che oggi vivono lontano dai quartieri poveri, nelle dimore e negli attici di Caracas orientale, che fanno i pendolari a Miami dove hanno le loro banche e che si considerano “bianchi”. Sono il potente nucleo di ciò che i media chiamano “l’opposizione”.
Quando incontrai questa classe sociale, in periferie chiamate Country Club, in case arredate con lampadari bassi e brutti quadri, li riconobbi. Avrebbero potuto essere bianchi sudafricani, la piccola borghesia di Costantia e Sandton, pilastri delle crudeltà dell’apartheid.
I vignettisti della stampa venezuelana, di cui la maggior parte è di proprietà di un’oligarchia che si oppone al governo, ritraevano Chavez come uno scimmione. Un conduttore radiofonico lo chiamava “la scimmia”. Nelle università private, il modo di parlare dei figli dei benestanti è spesso un abuso razzista di coloro le cui baracche sono appena visibili attraverso l’inquinamento.
Sebbene la politica dell’identità sia di gran moda nelle pagine dei giornali liberali in occidente, razza e classe sono due parole che non si pronunciano quasi mai nella falsa “copertura” dell’ultimo, più crudo tentativo di Washington di agguantare il più grande deposito di petrolio al mondo e di reclamare ciò che considera il suo “cortile di casa”.
Nonostante le molte colpe dei chavisti – come permettere all’economia venezuelana di diventare ostaggio degli alti e bassi del petrolio e di non sfidare mai seriamente il grande capitale e la corruzione – essi hanno portato la giustizia sociale e l’orgoglio a milioni di persone e l’hanno fatto con una democrazia senza precedenti.
“Delle 92 elezioni che abbiamo monitorato”, dichiarò l’ex presidente Jimmy Carter, il cui Carter Center è un rispettato osservatore delle elezioni a livello globale, “direi che il processo elettorale in Venezuela è il migliore del mondo”. Per contrasto, disse Carter, il sistema elettorale degli Stati Uniti, con la sua enfasi sul denaro, “è uno dei peggiori”.
Conferendo diritti e privilegi a uno stato parallelo di autorità popolare, con sede nei quartieri più poveri, Chavez descrisse la democrazia venezuelana come “la nostra versione dell’idea di Rousseau di sovranità popolare”.
Seduta nella sua minuscola cucina nel barrìo La Linea, Beatrice Balazo mi disse che i suoi figli erano la prima generazione di poveri a frequentare la scuola per un’intera giornata, pasto caldo incluso, per imparare musica, arte e danza. “Ho visto la loro sicurezza sbocciare come un fiore”, ha detto.
Nel barrìo La Vega, ho ascoltato un’infermiera, Mariella Machado, una donna di colore di 45 anni con una strepitosa risata, rivolgersi ad un consiglio urbano su argomenti che vanno dai senzatetto alla guerra illegale. Quel giorno, stavano lanciando Mision Madres de Barrio, un programma mirato alla povertà tra le madri single. Secondo la Costituzione, le donne hanno il diritto di essere pagate come badanti e possono prendere prestiti da una banca speciale per donne. Ora le casalinghe più povere ricevono l’equivalente di $ 200 al mese.
In una stanza illuminata da un singolo tubo fluorescente, ho incontrato Ana Lucia Ferandez, di 86 anni, e Mavis Mendez, di 95 anni. Una trentatreenne, Sonia Alvarez, era venuta con i suoi due figli. Una volta, nessuno di loro poteva leggere e scrivere; ora stavano studiando matematica. Per la prima volta nella sua storia, il Venezuela ha quasi il 100% di alfabetizzazione.
Questo è il lavoro di Mision Robinson, che è stato progettato per adulti e adolescenti a cui precedentemente era negata un’educazione a causa della povertà. Mision Ribas offre a tutti l’opportunità di un’istruzione secondaria, chiamata bachillerato (i nomi Robinson e Ribas si riferiscono ai leader indipendentisti venezuelani del XIX secolo)
Mavis Mendez, nei suoi 95 anni, ha visto una sfilza di governi, per lo più vassalli di Washington, presiedere il furto di miliardi di dollari di bottino di petrolio, in gran parte trasportato a Miami. “Non avevamo importanza dal punto di vista umano”, mi disse. “Vivevamo e morivamo senza una vera istruzione, senza acqua corrente e cibo che non potevamo permetterci. Quando ci ammalavamo, i più deboli morivano. Ora posso leggere e scrivere il mio nome e molto altro ancora, e checché ne dicano i ricchi e i media, noi abbiamo piantato i semi della vera democrazia e io ho la gioia di vederli crescere”.
Nel 2002, durante un colpo di stato appoggiato da Washington, i figli e le figlie, i nipoti e i pronipoti di Mavis si unirono a centinaia di migliaia di persone che scesero dai barrios sulle colline e pretesero che l’esercito rimanesse fedele a Chavez.
“La gente mi ha salvato”, mi disse Chavez. “Lo hanno fatto con i media contro di me, impedendo anche i fatti di base di ciò che è accaduto. Per un eroico esempio di democrazia popolare, ti suggerisco di non guardare oltre”.
Dalla morte di Chavez nel 2013, il suo successore Nicolas Maduro ha perso la sua etichetta derisoria sulla stampa occidentale come “ex autista di autobus” ma ne ha acquisito un’altra come la reincarnazione di Saddam Hussein. Il modo in cui i media abusano di lui è a dir poco ridicolo. Da quando governa, il calo del prezzo del petrolio ha causato un’iperinflazione e devastato i prezzi in una società che importa quasi tutto il suo cibo; eppure, come ha riferito il giornalista e cineasta Pablo Navarrete questa settimana, il Venezuela non è la catastrofe che è stata dipinta. “C’è cibo ovunque”, ha scritto. “Ho girato molti video di cibo nei mercati [in tutta Caracas] … È venerdì sera e i ristoranti sono pieni.”
Maduro fu rieletto presidente nel 2018. Una sezione dell’opposizione ha boicottato le elezioni, una tattica tentata contro Chavez, ma il boicottaggio è fallito: 9.389.056 persone hanno votato; sedici partiti hanno partecipato e sei candidati si sono presentati per la presidenza. Maduro ha ottenuto 6.248.864 voti, ovvero il 67,84%.
Il giorno delle elezioni, ho parlato con uno dei 150 osservatori elettorali stranieri. “Il voto è stato assolutamente equo”, mi disse. “Non c’è stata alcuna frode, nessuna delle clamorose accuse dei media sta in piedi. Zero. Veramente incredibile.”
Come in una pagina del ricevimento del tè di Alice nel Paese delle Meraviglie, l’amministrazione Trump ha presentato Juan Guaidò, una creatura del National Endowment for Democracy della CIA, come “legittimo presidente del Venezuela”. Sconosciuto all’81 per cento del popolo venezuelano, secondo The Nation, Guaidò non è stato eletto da nessuno.
Maduro è “illegittimo”, dice Trump (che ottenne la presidenza degli Stati Uniti con tre milioni di voti in meno rispetto al suo avversario), un “dittatore”, ribadisce l’evidentemente squilibrato vicepresidente Mike Pence e “un trofeo petrolifero”, rincara il consigliere della “sicurezza nazionale” John Bolton (che quando lo intervistai nel 2003 mi disse: “Ehi, sei un comunista, forse persino Laburista?”).
Come suo “inviato speciale in Venezuela” (specializzato in colpi di stato), Trump ha nominato un criminale dichiarato, Elliot Abrams, i cui intrighi al servizio dei presidenti Reagan e George W. Bush hanno contribuito a far scoppiare lo scandalo Iran-Contra negli anni ’80 e precipitato l’America centrale in anni di sanguinoso squallore.
Senza scomodare Lewis Carroll, questi “pazzi” appartengono ai cinegiornali degli anni ’30. Eppure le loro menzogne sul Venezuela sono state accolte con entusiasmo da quelli pagati per dire le cose come stanno.
Sulla rete televisiva indipendente inglese Channel 4 News, Jon Snow ha inveito contro il deputato laburista Chris Williamson, “Guarda, tu e il signor Corbyn vi siete cacciati in una situazione molto brutta [sul Venezuela]!”. Quando Williamson ha cercato di spiegare perché minacciare un paese sovrano è sbagliato, Snow lo interruppe. “Hai parlato abbastanza!”.
In effetti, nel 2006, Channel 4 News aveva accusato Chavez di aver tramato la fabbricazione di armi nucleari con l’Iran: una fantasia. L’allora corrispondente da Washington, Jonathan Rugman, permise a un criminale di guerra, Donald Rumsfeld, di paragonare Chavez a Hitler, senza contraddittorio.
Tempo fa i ricercatori della University of the West of England studiarono i reportage della BBC sul Venezuela su di un periodo di dieci anni. Esaminarono 304 reportage e scoprirono che solo tre di questi si riferivano a una qualsiasi delle politiche positive del governo. Per la BBC, il record democratico del Venezuela, la legislazione sui diritti umani, i programmi alimentari, le iniziative sanitarie e la riduzione della povertà non sono avvenuti. Il più grande programma di alfabetizzazione nella storia umana non è accaduto, proprio come i milioni che marciano a sostegno di Maduro e in memoria di Chavez, non esistono.
Quando alla giornalista della BBC Orla Guerin è stato chiesto perché avesse filmato solo una marcia dell’opposizione, lei ha twittato dicendo che era “troppo difficile” coprire due marce in un solo giorno.
Una guerra è stata dichiarata al Venezuela, la cui verità è “troppo difficile” da riferire.
È troppo difficile riferire che il crollo dei prezzi del petrolio dal 2014 è in gran parte il risultato di macchinazioni criminali di Wall Street.
È troppo difficile denunciare come sabotaggio il blocco dell’accesso del Venezuela al sistema finanziario internazionale dominato dagli Stati Uniti.
È troppo difficile riportare le “sanzioni” di Washington contro il Venezuela, che hanno causato la perdita di almeno 6 miliardi di dollari nelle entrate del Venezuela dal 2017, inclusi 2 miliardi di dollari di medicinali importati, come illegali, o di dichiarare un atto di pirateria il rifiuto della Bank of England di restituire la riserva d’oro del Venezuela.
Alfred de Zayas, ex relatore delle Nazioni Unite, ha paragonato tutto ciò ad un “assedio medievale” progettato “per mettere in ginocchio i paesi”. È un attacco criminale, dice. È simile a quello affrontato da Salvador Allende nel 1970 quando il presidente Richard Nixon e il suo equivalente di John Bolton, Henry Kissinger, si proponevano di “far urlare l’economia [del Cile]”. Seguì la lunga notte buia di Pinochet.
Il corrispondente del Guardian, Tom Phillips, ha twittato una foto di un berretto su cui le parole in spagnolo significano in gergo locale: “Rendi il Venezuela fottutamente figo”. Il giornalista-pagliaccio potrebbe essere la fase finale di gran parte della degenerazione del giornalismo mainstream.
Se il tirapiedi della CIA Guaidò e i suoi suprematisti bianchi prendessero il potere, sarebbe il 68° rovesciamento di un governo sovrano da parte degli Stati Uniti, la maggior parte dei quali democrazie. Seguirà sicuramente una svendita delle utenze e delle risorse minerarie del Venezuela, insieme al furto del petrolio del paese, come delineato da John Bolton.
Sotto l’ultimo governo controllato da Washington a Caracas, la povertà raggiunse proporzioni storiche. Non c’era assistenza sanitaria per coloro che non potevano pagare. Non c’era educazione universale; Mavis Mendez e milioni come lei non potevano leggere o scrivere.
Quant’è figo questo, Tom?
John Pilger
Scelto e tradotto per comedonchisciotte.org da Gianni Ellena

13 marzo 2019

PROCURA DI ROMA / I “MISTERI” DEL DOPO PIGNATONE


Valzer di nomine nelle procure italiane. Oltre un centinaio nei prossimi mesi, con un Csm super impegnato a ridisegnare la mappa del potere giudiziario in Italia.
Nel suo fresco numero l'Espresso, con un'inchiesta della firma antimafia Lirio Abbate, punta i riflettori e sciorina una sfilza di nomi e papabili per i prossimi, delicati incarichi, procura per procura.

Si parte, of course, dalla più bollente del nostro Paese, quella di Roma. Così dettaglia Abbate: "L'epicentro del terremoto è Roma. Giuseppe Pignatone andrà in pensione a maggio e il posto è già stato bandito per evitare di lasciarlo scoperto a lungo. I candidati sono tredici. Oggi piazzale Clodio non è più il 'Porto delle nebbie'. Pignatone lascia a chi erediterà il suo ruolo una grande responsabilità. Vale a dire, continuare a tenere alto il livello della giustizia a Roma senza troppo rispetto per i potenti, come mai prima di lui era stato fatto nella Capitale. Qui sono state squarciate zone grigie, si è puntato dritto alle mafie, nazionali e internazionali" e via continuando con le grandi imprese targate 'Mafia Capitale'.

Proseguono le trombe di Abbate: "Ma anche sulla politica corrotta e collusa sono arrivate condanne e sequestri di beni, decisi e applicati per la prima volta nei casi di corruzione proprio dai pm guidati da Pignatone".
Un paradiso in terra, la procura capitolina, un Eden dove finalmente i cittadini possono trovare i portoni spalancati per ospitare la Giustizia, quella vera. Altro che il famigerato 'Porto delle Nebbie'!

A questo punto, prima di lasciare la procura tra inni e fanfare, non resta a Pignatone che risolvere qualche problemino lasciato ai posteri.
Prendiamo il caso Alpi. E' fresca del 4 febbraio la firma apposta da Pignatone all'ennesima richiesta di archiviazione per l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. La richiesta è del pm Elisabetta Ceniccola, che ancora una volta chiede al gip di turno (per un anno è stato Andrea Fanelli, chissà chi è il prossimo) di archiviare la "pratica". Nonostante le clamorose evidenze emerse dal processo di Perugia, che un anno e mezzo fa non solo ha liberato dalla galera (vi ha trascorso 16 anni da innocente) Hashi Omar Assan, ma ha anche descritto il "depistaggio di stato" messo in atto da inquirenti e forze dell'ordine per proteggere e far scappare in Inghilterra il teste fasullo Ali Rage, alias Gelle.
Prima di lasciare Roma perchè il capo Pignatone non spiega la "non inchiesta" della sua procura, che si configura a questo punto come l'ennesimo depistaggio? Alla faccia di ogni ipocrita volontà di far Giustizia?

Passiamo all'eterno mistero che ancora avvolge la sparizione di Emanuela Orlandi e della sua amica Mirella Gregori. Mesi fa è sembrato che si aprisse uno squarcio, con il ritrovamento di misteriose ossa in Vaticano. Poi niente, erano ossa stravecchie.
Ma circa un anno fa avevano fatto capolino altre verità molto più clamorose: ossia tracce di una documentazione top secret e conservata nella super cassaforte del Vaticano, in cui venivano messe nero su bianco tutte le spese sostenute per nascondere Emanuela per un anno – a metà dei '90 – in una residenza gestita da alcune suore a Londra.
Come mai quella pista non è stata mai battuta? Perchè la procura capitolina ha paura di ficcare il naso in Vaticano? Perchè si genuflette davanti ad ogni ostacolo? Misteri.
Come di misteri è avvolto, ancora oggi, il giallo sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini. Senza che la procura di Roma alzi un dito, neanche mezzo.

Due anni fa l'avvocato della famiglia, Stefano Macioti, ha chiesto la riapertura dell'inchiesta basandosi su una prova inoppugnabile: quella del DNA, il cui test ha dimostrato come sulla scena del delitto non si trovasse solo Ignoto 1, ossia Pino Pelosi, ma anche un secondo e forse un terzo soggetto (Ignoto 2 e Ignoto 3). A questo punto Macioti ha semplicemente chiesto che quel test del DNA venisse esaminato e il caso venisse riaperto. Facile come bere un bicchier d'acqua.
Pensate che qualcosa si sia mosso? Neanche un battito d'ali. Il pm del caso, Francesco Minisci, s'è tuffato negli impegni sindacali, diventando presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati e certo non aveva tempo da perdere in bazzecole del genere.
D'accordo il capo Pignatone? Perchè non fa sapere qualcosa prima di godersi la dorata pensione?

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12 marzo 2019

Pedofilia e abusi, come uscire dall’«11 settembre» ecclesiale?


Quel che è venuto alla luce in varie parti del mondo a partire dal 2002 ha determinato una serie di scosse telluriche in tante diocesi e conferenze episcopali. La necessitàdi una conversione profonda e di un cambiamento di rotta. Il summit in Vaticano dal 21 al 24 febbraio.


Abusi su bambini e ragazzi da parte di preti e religiosi. Abusi a centinaia, a migliaia. Praticamente sempre coperti, insabbiati, non denunciati. Permettendo così all’abusatore di continuare a delinquere. «L’11 settembre della Chiesa» l’ha definito chi certo non può essere considerato un catastrofista: l’arcivescovo Georg Gänswein, già segretario di Benedetto XVI. Lo scandalo della pedofilia paragonato al grande attacco terroristico del 2001 agli Stati Uniti. In altri termini, un evento spartiacque, dopo il quale nulla potrà essere come prima. Esagerato?
Nella prospettiva di un comune fedele italiano, forse sì. Quel che è venuto alla luce dal 2002, con l’inchiesta del quotidiano «Boston Globe» (raccontata nel film Spotlight, vincitore dell’Oscar), in poi ha determinato una serie di scosse telluriche in molte diocesi e conferenze episcopali. Ha abbattuto vescovi, arcivescovi e cardinali; ha mandato in bancarotta Chiese locali; Usa, Belgio, Austria, Australia, Irlanda, Cile… immaginate – è un incubo che non si concretizzerà, ma utile per provare a comprendere lo sconcerto di una comunità ecclesiale – che tutti i vescovi italiani vengano rimossi, com’è accaduto di recente in Cile, per il loro silenzio sui casi di pedofilia, coperti, insabbiati, silenziati. Una tragedia. Che non riguarda solo né principalmente i singoli protagonisti, ma la credibilità della Chiesa. Il suo annuncio. Il Vangelo.
Come uscire dall’11 settembre ecclesiale? Nessuna guerra, se non interiore alla ricerca del male da estirpare. Ma una conversione sì. Un esercizio di sincerità – persino «spietato» – sì. E la ricerca di un cambiamento di rotta. Perché alla diagnosi deve sempre seguire la terapia. E questa che colpisce la Chiesa non è una banale febbriciattola.
Per questo motivo nell’agosto scorso papa Francesco ha scritto una «Lettera al popolo di Dio» (a tutti i battezzati, nessuno escluso, perché un peccato grave di alcuni membri riguarda l’intero corpo e nessuno può chiamarsi fuori) e ha convocato dal 21 al 24 febbraio in Vaticano un summit, a cui parteciperanno i presidenti delle Conferenze episcopali nazionali e i capi dei dicasteri.
«La prima regola per guarire è accettare di essere malati». E la malattia che esplode oggi ha origini antiche. La prima denuncia formale risale addirittura al 1051 a opera di Pier Damiani. Senza conseguenze. I Papi dell’epoca, come Gregorio VII, intervengono per arginare la corruzione del clero, ma ignorano la pedofilia. Emblematica ma tristissima è la vicenda di Giuseppe Calasanzio, fondatore degli Scolopi. La Controriforma è fatta di ombre e luci. Calasanzio è una luce che forze oscure tentano di spegnere. Venuto a sapere senza ombra di dubbio che un suo confratello, Giuseppe Cherubini, abusa degli alunni («orchi in tonaca e saio»), lo rimuove. Ma Cherubini gode di potenti protezioni in Vaticano. Calasanzio viene a sua volta inquisito e imprigionato. Basta poco, a quel tempo, anche solo la frequentazione di Galileo… Chi prende il suo posto a capo degli Scolopi? Cherubini, l’orco. Calasanzio sarà riabilitato e canonizzato. Ma l’episodio rimane.
di Umberto Folena