19 giugno 2019

LA NEXT-GEN DI TESLA MODEL S E X AVRÀ TRE MOTORI E AUTONOMIA FINO A 644 KM


Mentre la produzione della Tesla Model 3 va verso le 1.000 unità giornaliere, e quella della nuova Tesla Model Y si appresta a partire, Elon Musk pensa già alla nuova generazione di Model S e Model X.
Le due vetture “simbolo” di Tesla hanno già ricevuto un aggiornamento minore nelle scorse settimane, guadagnano ulteriore autonomia, in un nuovo report CNBC però si parla di un prossimo refresh delle vetture, la cui nuova generazione sarà costruita in Fremont insieme alla Model Y. Fra le novità dei nuovi modelli, che esattamente come la 3 e la Y potrebbero condividere molti elementi in comune, dovremmo trovare nuovi motori, nuove batterie e un sistema di carica rinnovato, solo per dirne alcune.
L’indiscrezione più succosa però riguarda il debutto assoluto di tre motori elettrici su una singola auto Tesla, il che suona quasi “come una beffa” dopo i tre propulsori elettrici della nuova Ferrari SF90 Stradale. La nuova configurazione Tri-motors dovrebbe vedere due propulsori più grandi al posteriore e uno più piccolo all’anteriore.
Le migliorie dovrebbero riguardare anche l’autonomia, che potrebbe salire fino a 644 kmper la Model S e poco oltre i 600 km per la Model X - secondo gli standard EPA, bisogna poi vedere in Europa con il WLTP. Questo grazie a pacchi batteria più grandi, affiancati da sistemi di raffreddamento rinnovati - testati nel deserto del Mojave e nella Death Valley, sembrerebbe. Le auto saranno poi perfettamente compatibili con i Supercharger V3, potrebbero dunque caricare a 250 kW per una ricarica ultra veloce. Che l’hype per le nuove Model S e X inizi a crescere...
FONTE:TESLARATI

17 giugno 2019

Siamo tutti bugiardi di Thierry Meyssan


Thierry Meyssan replica alle commemorazioni dello sbarco in Normandia e del massacro di Tienanmen, nonché alla propaganda elettorale per le recenti elezioni del parlamento europeo, mettendo l’accento sul fatto che continuiamo a mentire, persino rallegrandocene. Soltanto la verità può però renderci liberi.


La propaganda è un mezzo per diffondere idee, siano esse vere o false. Ma mentire a sé stessi significa non assumersi la responsabilità dei propri errori, convincersi di essere perfetti e passare oltre.
La Turchia è esempio estremo di questo atteggiamento. Insiste a negare di aver cercato di liberarsi delle minoranze non mussulmane, tentando di farle sparire a ondate per un’intera generazione, dal 1894 al 1923. Anche gli israeliani non se la cavano male: pretendono di aver creato il loro Stato allo scopo di offrire vita degna agli ebrei sopravvissuti allo sterminio nazista, quando invece già nel 1917 Woodrow Wilson si era impegnato a fondarlo, e nonostante oggi in Israele oltre 50.000 sopravvissuti ai campi della morte vivano in miseria, al di sotto della soglia di povertà. Ma gli occidentali provvedono da sé a costruire il consenso attorno alle proprie menzogne e le professano come fossero verità rivelate.

Lo sbarco in Normandia

Si festeggia il 75° anniversario dello sbarco in Normandia. Quasi unanimemente i media affermano che con questa operazione gli Alleati diedero inizio alla liberazione dell’Europa dal giogo nazista.
Ebbene, sappiamo tutti che è una menzogna.
-  Lo sbarco non fu opera degli Alleati, ma quasi esclusivamente dell’Impero britannico e del corpo di spedizione statunitense.
-  Non ebbe lo scopo di “liberare l’Europa”, bensì di precipitarsi su Berlino per strappare i brandelli del Terzo Reich alla vittoriosa armata sovietica.
-  I francesi non accolsero lo sbarco con gioia, ma con orrore: Robert Jospin, padre dell’ex primo ministro Lionel, sul suo giornale denunciava in prima pagina che gli anglosassoni avevano importato la guerra in Francia. I francesi seppellirono le 20 mila vittime dei bombardamenti anglosassoni unicamente per creare un diversivo. A Lione, un’immensa manifestazione si raccolse attorno al “capo dello Stato”, l’ex maresciallo Philippe Pétain, per respingere la dominazione anglosassone. E mai, assolutamente mai, il capo della Francia libera, il generale Charles De Gaulle, accettò di partecipare alla benché minima commemorazione di questo nefasto sbarco.
La storia è più complicata dei film western. Non ci sono “buoni” e “cattivi”, soltanto uomini che cercano di salvare parenti e amici con più o meno umanità. Almeno si sono evitate le stupidaggini di Tony Blair che, durante le commemorazioni del 60° anniversario dello sbarco, fece insorgere la stampa affermando nel suo discorso che il Regno Unito entrò in guerra per salvare gli ebrei dalla “shoah” ¬– non però i gitani vittime dello stesso massacro. Ebbene, la persecuzione degli ebrei d’Europa iniziò soltanto nel 1942, dopo la Conferenza di Wansee.

Il massacro di Tienanmen

Si celebra anche il triste anniversario del massacro di Tienanmen. Ovunque si legge che il crudele regime imperiale cinese massacrò migliaia di concittadini, pacificamente radunati nella principale piazza di Beijing, che chiedevano soltanto un po’ di libertà.
Ebbene, tutti sappiamo che è falso.
-  Il sit-in in piazza Tienanmen non fu un semplice raduno genuino di cittadini cinesi, bensì un tentativo di colpo di Stato da parte di partigiani dell’ex primo ministro Zhao Ziyang.
-  In piazza Tienanmen, “pacifici manifestanti” linciarono o bruciarono vivi soldati a decine e distrussero centinaia di veicoli militari, prima che intervenissero gli uomini di Deng Xiaoping a fermarli.
-  A organizzare gli uomini di Zhao Ziyang, sul posto c’erano gli specialisti USA delle “rivoluzioni colorate”, tra cui Gene Sharp.

L’Unione Europea

Abbiamo appena votato per eleggere i rappresentanti al parlamento europeo. Per settimane siamo stati abbeverati di slogan che ci garantivano che «l’Europa è la pace e la prosperità» e che l’Unione Europea è il compimento del sogno europeo.
Ebbene, tutti sappiamo che è falso.
-  L’Europa è insieme un continente – «da Brest a Vladivostok», secondo la definizione di De Gaulle – e una cultura di apertura e cooperazione; l’Unione Europea invece non è altro che un’amministrazione anti-Russia, in continuità con la corsa verso Berlino dello sbarco in Normandia.
-  L’Unione Europea non è pace: a Cipro è vigliaccheria di fronte all’occupazione militare turca. Non è prosperità, ma stagnazione economica quando il resto del mondo si sviluppa a gran velocità.
-  L’Unione Europea non è in rapporto alcuno con il sogno europeo del primo dopoguerra. L’ambizione dei nostri antenati era unificare i regimi politici nell’interesse generale – le Repubbliche, nel senso etimologico del termine – conformemente alla cultura europea, si trovassero o meno nel continente. Aristide Briand propugnava che l’Argentina, Paese di cultura europea dell’America Latina, facesse parte dell’Europa, ma non il Regno Unito, società di classe.
E così via…

Andiamo avanti come ciechi

Dobbiamo saper distinguere il vero dal falso. Possiamo rallegrarci della caduta del nazismo, senza tuttavia convincerci che gli anglosassoni ci hanno salvati. Possiamo denunciare la brutalità di Deng Xiaoping, senza tuttavia negare che ha salvato la Cina da un nuovo colonialismo. Possiamo essere contenti di non essere stati dominati dall’Unione Sovietica, senza tuttavia inorgoglirci di essere i lacchè degli anglosassoni.
Continuiamo a mentire a noi stessi per nascondere le nostre vigliaccherie e i nostri crimini. Ciononostante, ci meravigliamo di non riuscire a risolvere alcuno dei problemi dell’umanità.

14 giugno 2019

La verità raccontata da Andrew Wakefield – Diretta Byoblu da Padova


In esclusiva su Byoblu, arriva la diretta streaming di un evento molto atteso: per la prima volta in Italia, Andrew Wakefield, il dottore londinese che nel 1998, con uno studio scientifico pubblicato su The Lancet, osò mettere in dubbio la pratica delle vaccinazioni di massa. Il suo articolo gli costò la radiazione dall’Ordine dei medici e la gogna mediatica dell’informazione mainstream, ma le sue ragioni, raccontate in prima persona, sono in pochi a conoscerle.
Grazie all’impegno dell’associazione Corvelva potremo ascoltare direttamente dalla voce dell’uomo più odiato dall’establishment farmaceutico e scientifico internazionale, il dottor Andrew Wakefield, quale sia la sua versione di questo lungo, triste capitolo di una storia che riguarda da vicino la salute dei nostri bambini, ed avere così un quadro più obiettivo su quello che si nasconde dietro a uno dei più grossi scandali del XX secolo.

12 giugno 2019

VACCINI E AUTISMO / LE RICERCHE ALLA KEELE UNIVERSITY


Ricordate le feroci polemiche ad inizio gennaio per una ricerca su alcuni lotti di vaccini parzialmente finanziata dall’Ordine Nazionale dei Biologi? Si scatenò un putiferio perché i risultati iniziali erano da brividi, un autentico polverone sollevato da un gruppo di ricercatori capitanato dal padre di tutti i Pro Vax, Roberto Burioni.
In quei lotti venne trovato di tutto e di più, compresi addirittura i nocivi glifosati.
Alla Keele University, invece, proseguono in tutta tranquillità gli studi di una equipe coordinata dal professor Chris Exley, docente in chimica bio-organica. Si tratta di una delle più prestigiose università britanniche, a pochi chilometri da Newcastle.
Nel 2017 l’equipe ha pubblicato uno studio sull’alluminio trovato nei tessuti cerebrali di cinque piccoli pazienti affetti da autismo. Le conclusioni della ricerca sottolineavano come anche piccole quantità di alluminio contenute in alcuni vaccini inattivati – ad esempio quello per l’HPV, vale a dire il papilloma virus – possono causare “le più severe e disabilitanti forme di autismo”.
E’ uno dei nodi sui quali la comunità scientifica internazionale dibatte da anni. L’equipe del professor Exley, dopo quella ricerca, ha deciso di continuare ad approfondire la delicatissima materia.
Per questo motivo alla Keele Universityhanno attivato una piattaforma destinata alle donazioni su questi fronti avanzati della ricerca, una sorta di crowdfundingper contribuire a finanziare quegli studi.
Ma alla Keele– come risulta da un ampio reportage effettuato dal Guardian– tengono a sottolineare l’alto profilo scientifico delle ricerche che possono attivarsi attraverso il portale. “Siamo convinti della necessità e grande utilità sociale dei vaccini oggi – sottolineano – ma altrettanto convinti che su questo terreno vadano promosse le più ampie ricerche. E noi intendiamo garantire la qualità scientifica degli studi che possono essere aiutati dalle donazioni”.
La ricerca di Exley ha ricevuto una sorta di marchio di garanzia assegnato dal “Children’s Medical Safety Research Institute” statunitense, un alto organismo americano che si occupa della sicurezza nei vaccini.
“I danari che riceviamo – osserva Exley – servono per supportare i costi di base e far funzionare i nostri laboratori, a prescindere dal tipo di ricerca da svolgere”.
Le ultime donazioni ammontano ad un totale di circa 22 mila sterline. La gran parte di importo inferiore alle 100 sterline ciascuna.
Il nuovo sistema di donazioni brevettato alla Keeleè finalizzato – sottolineano i promotori universitari – a garantire “il massimo grado possibile di trasparenza”.

10 giugno 2019

La punizione finale di Julian Assange ricorda ai giornalisti che il loro lavoro è scoprire quello che lo stato tiene nascosto


Se faremo il nostro lavoro, renderemo pubblica quella stessa, vile menzogna dei nostri governanti che ha causato questo rigurgito di odio verso Assange, Manning e Snowden.
Comincio ad essere un po’ stanco dello US Spionage Act. Del resto, è  molto tempo che sono anche abbastanza stufo della saga di Julian Assange e di Chelsea Manning. Nessuno vuole parlare delle loro personalità perché sembra che a nessuno vadano molto a genio queste due persone, anche a chi aveva giornalisticamente tratto vantaggio dalle loro rivelazioni.
Sin dall’inizio, ero preoccupato dell’effetto Wikileaks, non sui brutali governi occidentali, le cui attività aveva rivelato con precisione sconvolgente (specialmente in Medio Oriente) ma sulla pratica del giornalismo. Quando Wikileaks aveva offerto a noi scribi questo piatto di minestra, ci eravamo saltati dentro, avevamo remato e schizzato le pareti del racconto con le nostre grida di orrore. E avevamo dimenticato che il vero giornalismo investigativo riguarda la costante ricerca della verità attraverso le proprie fonti personali, piuttosto che scodellare davanti ai lettori una vagonata di segreti, segreti che Assange e gli altri (e non noi) avevano scelto di rendere pubblici.
Come mai, ricordo di essermi chiesto quasi 10 anni fa, potevamo leggere le indiscrezioni su tanti Arabi o Americani, ma su così pochi Israeliani? Chi stava in realtà mescolando la zuppa che avremmo dovuto mangiare? Che cosa era stato lasciato fuori dal pastone?
Ma gli ultimi giorni mi hanno convinto che c’è qualcosa di molto più ovvio riguardo l’arresto di Assange e la nuova incarcerazione della Manning. E non ha nulla a che fare con il tradimento,  l’infedeltà o con qualsiasi altra presunta catastrofica minaccia alla nostra sicurezza.
Sul Washington Post di questa settimana, c’è un pezzo di Marc Theissen, un’ex scrittore di discorsi della Casa Bianca che aveva difeso l’uso della tortura da parte della CIA come “legale e moralmente giusta,” che ci informa che Assange “non è un giornalista. È una spia … Si è impegnato nello spionaggio contro gli Stati Uniti. E non ha rimorsi per il male che ha fatto.” Così facendo dimentica che la pazzia di Trump ha già fatto diventare un passatempo la tortura e le relazioni segrete con i nemici dell’America.
No, non penso che tutto questo abbia qualcosa a che fare con l’uso dello Spionage Act (per quanto gravi siano le sue implicazioni per i normali giornalisti) o i “rispettabili organismi di informazione,” come Thiessen stucchevolmente ci definisce. Né ha molto a che fare con i pericoli che queste rivelazioni avrebbero fatto correre agli agenti assoldati localmente in America e in Medio Oriente. Ricordo bene quanto spesso gli interpreti iracheni [che lavoravano] per le forze statunitensi ci dicessero di aver richiesto i visti [di espatrio] per loro e le loro famiglie quando erano stati minacciati in Iraq, e come alla maggior parte di loro fosse stato risposto che la cosa era impossibile. Noi Inglesi abbiamo trattato molti dei nostri traduttori iracheni con la stessa indifferenza.
Perciò dimentichiamo, solo per un momento, il massacro dei civili, la letale crudeltà dei mercenari statunitensi (alcuni coinvolti in traffici di bambini), l’uccisione dello staff della Reuters da parte delle truppe americane a Baghdad, l’esercito di innocenti detenuto a Guantanamo, la tortura, le bugie ufficiali, le false cifre delle vittime, le menzogne ​​dell’ambasciata, l’addestramento americano dei torturatori egiziani e tutti gli altri crimini scoperti dal lavoro di Assange e Manning.
Supponiamo che ciò che avevano rivelato fossero state cose buone, piuttosto che cattive, che i documenti diplomatici e militari fornissero un fulgido esempio di una nazione grande e specchiata e fossero la prova di quegli ideali nobilissimi e risplendenti che la terra dei liberi ha sempre fatto suoi. Facciamo finta che le forze statunitensi in Iraq avessero ripetutamente rischiato la vita per proteggere i civili, che avessero denunciato le torture dei loro alleati, che avessero trattato i detenuti di Abu Ghraib (molti di loro completamente innocenti) non con crudeltà sessuale ma con rispetto e gentilezza; che avessero privato del potere i mercenari e li avessero riportati in catene negli Stati Uniti; che si sentissero in debito, anche solo per scusarsi, per tutti quegli uomini, donne e bambini che avevano fatto una fine prematura nella guerra in Iraq.
Meglio ancora, pensiamo per un momento a come avremmo potuto reagire alla rivelazione che gli Americani non avevano ucciso quelle decine di migliaia di persone, che non avevano mai torturato neanche un’anima, che i detenuti di Guantanamo, tutti quanti, erano senza ombra di dubbio pluriomicidi razzisti, sadici, codardi, xenofobi, e le prove dei loro crimini contro l’umanità validate di fronte ai tribunali più imparziali del mondo. Immaginiamo persino per un momento che l’equipaggio dell’elicottero americano che aveva falciato 12 civili in una strada di Baghdad non li avesse “eliminati” con le sue mitragliatrici. Immaginiamo che la voce alla radio dell’elicottero avesse detto: “Aspetta, penso che quei ragazzi siano dei civili, e quel fucile potrebbe essere solo una telecamera. Non sparare!
Come tutti sappiamo, questa è una fuga dalla realtà. Perchè quello che rappresentavano queste centinaia di migliaia di documenti era la vergogna dell’America, dei suoi uomini politici, dei suoi soldati, dei suoi torturatori, dei suoi diplomatici.
C’era persino un elemento di farsa che, sospetto, aveva fatto infuriare tutti i Thiess di questo mondo ancor più delle rivelazioni più terribili. Ricorderò sempre lo sdegno espresso da Hillary Clinton quando era stato rivelato che aveva mandato i suoi scagnozzi a spiare all’interno delle Nazioni Unite; i suoi schiavi al Dipartimento di Stato avevano dovuto studiarsi i dettagli della crittografia usata dai vari delegati, le transazioni con carte di credito, persino le tessere dei frequent flyer. Ma chi, al mondo, vorrebbe sprecare il proprio tempo a studiare tutte le sciocchezze dell’assolutamente incompetente staff delle Nazioni Unite? O, per quel che importa, chi alla CIA aveva sprecato il suo tempo ascoltando le conversazioni telefoniche private di Angela Merkel con Ban Ki Moon?
Uno dei cablogrammi divulgati da Assange risale alla rivoluzione iraniana del 1979 e riguarda l’opinione di Bruce Laingen sul fatto che “la psicologia persiana è prioritariamente egocentrica.” Interessante, ma gli studenti iraniani avevano faticosamente rimesso insieme tutti i trucioli dei documenti triturati dell’ambasciata americana a Teheran negli anni successivi al 1979, e avevano già pubblicato le parole di Laingen decenni prima che Wikileaks ce le facesse avere. Talmente enorme era stato il primo rilascio da 250.000 documenti (che Hillary  aveva denunciato come “un attacco alla comunità internazionale,” mentre ancora oggi li chiama “documenti presunti,” come se fossero dei falsi) che pochi avevano potuto verificare cosa ci fosse di nuovo e cosa di vecchio. Così il New York Times si era affrettato a sottolineare la citazione di Laingen come se fosse stato di uno scoop straordinario.
Parte del materiale non era così ovvio prima [della sua divulgazione], il suggerimento che la Siria avesse permesso ai ribelli antiamericani provenienti dal Libano di attraversare il suo territorio, per esempio, era assolutamente corretto, ma le “prove” degli attentati dinamitardi iraniani nel sud dell’Iraq erano molto più dubbiose. Questa storia era già stata felicemente passata al New York Times dai funzionari del Pentagono nel febbraio 2007, per essere poi riproposta in anni più recenti, ma erano quasi tutte stupidaggini. Di equipaggiamento militare iraniano ce n’era in giro in tutto l’Iraq fin dalla guerra Iran-Iraq del 1980-88 e la maggior parte degli attentatori che ne avevano fatto uso erano musulmani sunniti iracheni.
Ma questo è andare a cercare il pelo nell’uovo in quella montagna di carte. Una simile stupidaggine è insignificante in confronto alle mostruose rivelazioni sulla crudeltà americana; il resoconto, ad esempio, di come le truppe statunitensi avessero ucciso quasi 700 civili, tra cui donne incinte e malati di mente, solo per essersi avvicinati troppo ai loro posti di blocco. E le istruzioni alle forze statunitensi (questo frammento di narrativa è di Chelsea Manning) di non indagare quando i loro alleati militari iracheni frustavano i prigionieri con grossi cavi, li lasciavano appesi a ganci pendenti dal soffitto, gli bucavano le gambe con trapani elettrici e li violentavano. Nella valutazione segreta da parte degli USA su 109.000 morti in Iraq e Afghanistan (una grossolana sottostima), 66.081 erano stati ufficialmente classificati come non combattenti. Quale, mi chiedo, sarebbe stata la reazione americana di fronte all’uccisione di 66.000 cittadini statunitensi, 20 volte più delle vittime dell’11 settembre?
Naturalmente, noi non avremmo dovuto sapere niente di tutto questo. E si può capire perché no. Il peggio di questo materiale era segreto non perché fosse scivolato accidentalmente in una cartellina di un’amministrazione militare contrassegnata con “riservato” o “strettamente confidenziale,” ma perché rappresentava la copertura di un crimine di stato su vasta scala.
I responsabili di queste atrocità dovrebbero ora essere processati, estradati da qualunque luogo si nascondano e imprigionati per i loro crimini contro l’umanità. Ma no, noi stiamo punendo chi queste notizie le aveva divulgate, per quanto commoventi, a nostro avviso, fossero le loro motivazioni.
Certo, noi giornalisti, noi gente delle “rispettabili agenzie di informazione,” possiamo preoccuparci delle implicazioni di tutto questo perché riguarda la nostra professione. Ma, molto meglio, potremmo dare la caccia ad altre verità, ugualmente spaventose per l’autorità. Perché non scoprire, per esempio, cosa ha detto Mike Pompeo in privato a Mohammed bin Salman? Quali velenose promesse potrebbe aver fatto Donald Trump a Netanyahu? Quali relazioni segrete gli Stati Uniti intrattengono ancora con l’Iran, perché hanno persino mantenuto importanti contatti, saltuari, silenziosi e riservati, con elementi del governo siriano?
Perché aspettare 10 anni per il prossimo Assange che ci scaricherà un’altra camionata di segreti di stato?
Ma c’è il solito campanello d’allarme: quello che scopriremo attraverso i metodi del vecchio giornalismo convenzionale delle suole consumate a forza di camminare, delle storie che vengono fuori da gole profonde o da contatti fidati, rivelerà, se faremo il nostro lavoro, la stessa vile menzogna dei nostri padroni che ha provocato questo rigurgito di odio verso Assange e Manning e, indubbiamente, Edward Snowden. Non verremo chiamati in giudizio perché l’incriminazione di questi tre costituisce un pericoloso precedente legale. Ma saremo perseguitati per le stesse ragioni: perché ciò che riveleremo dimostrerà oltre ogni dubbio che i nostri governi e quelli dei nostri alleati commettono crimini di guerra e i responsabili di queste iniquità cercheranno di farcela pagare per questa indiscrezione con una vita dietro le sbarre.
La vergogna e la paura di dover condividere la responsabilità di ciò che era stato fatto dalle nostre autorità preposte alla “sicurezza,” non il fatto che chi aveva divulgato le notizie avesse violato la legge, ecco di che cosa si tratta.
Robert Fisk
Fonte: www.independent.co.uk

Tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

07 giugno 2019

NEWSLETTER VOCE DELLE VOCI - 6 GIUGNO 2019


Schermata 2019-06-06 alle 20.31.07.png
LA NEWSLETTER DI GIOVEDI' 6 GIUGNO 2019


Schermata 2019-06-06 alle 20.32.15.png








6 Giugno 2019
  di Luciano Scateni
Schermata 2019-06-06 alle 20.35.01.png

5 Giugno 2019
  di Luciano Scateni
Schermata 2019-06-06 alle 20.35.24.png










GIALLO CONTI / GIP CONTRO PM PER IL “SUICIDIO” DEL GENERALE AMBIENTALISTA


Clamorosa svolta nel giallo Conti. Ad un anno e mezzo da quel più che anomalo “suicidio” del generale dei carabinieri Guido Conti, il caso si rianima.
Grazie all’impegno della famiglia che non si è arresa a quella pista chiaramente fasulla, e del gip del tribunale di Sulmona, Marco Billi, che ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Aura Scarsella.
La prossima udienza è ora fissata per l’11 luglio.
Ma cerchiamo di ricostruire quella morte più che mai avvolta nel mistero.

LE TANTE ANOMALIE DEL “SUICIDIO”
Il 17 novembre 2017 viene ritrovato, nelle vicinanze di Sulmona, il cadavere del generale del corpo forestale dei carabinieri, una vita di grande impegno professionale, dedicata soprattutto alla scoperta di grossi reati ambientali, dai traffici milionari di rifiuti tossici alle maxi discariche, come quella che aveva scoperto a Bussi, nel pescarese, la più grande d’Europa.
Negli ultimi anni il generale indaga anche sulla tragedia di Rigopiano. Terminata la lunga carriera, Conti va in pensione. Ma non se la sente di incrociare le braccia e vuole ancora lavorare. Ed ecco che si prospetta una consulenza per la sicurezza ambientale alla Total Italia, impegnata nei contestati lavori a Tempa Rossa che provocarono addirittura le dimissioni del ministro dell’Industria nel governo Renzi, ossia Federica Guidi.
Conti lascia due lettere per la famiglia. In esse descrive tutto il dolore provato per le indagini di Rigopiano, una vicenda che gli pesa sul cuore come un macigno. Ecco cosa scrive: “Da quando è successa la tragedia di Rigopiano la mia vita è cambiata. Quelle vite mi pesano come un macigno. Perché fra i tanti atti ci sono anche prescrizioni a mia firma. Potevo fare di più?”.

Il tribunale di Sulmona. Sopra, il generale Guido Conti
I media puntano quindi dritti sulla pista “Rigopiano”. Tutto il resto passa in cavalleria.
Ma spunta subito un giallo nel giallo.
Alla redazione del maggior sito d’informazione in Abruzzo, Primadanoi, nella giornata in cui il generale scompare e non dà più notizie di sé, arriva una misteriosa telefonata, una voce metallica, imbarazzata che fa cenno all’incarico del generale alla Total. Incarico che – si scopre – aveva lasciato appena due giorni prima: durato neanche un mese. “Conti ha lasciato Total. Lo potete verificare – dice la voce – telefonando in azienda oppure chiamando il generale”.
Racconta il direttore di PrimadanoiAlessandro Biancardi, che aveva raccolto la telefonata: “Non si capisce perché quella telefonata poche ore prima del ‘suicidio’, proprio quando Conti aveva appena fatto perdere le sue tracce e iniziato a far preoccupare la famiglia”. E prosegue: “A dirla tutta, sembra strano che Conti nel suo scritto abbia parlato di Rigopiano e non accennato per niente alla Total e alla decisione di lasciarla così rapidamente”.

Ancora: “Che la sua morte non sia dovuta alla sola vicenda di Rigopiano sembra esserne convinta anche la procura di Sulmona che, non a caso, ha indirizzato le sue ricerche soprattutto sull’ultima fase professionale di Conti: il suo addio alla divisa e la sua assunzione alla Total. I carabinieri dell’Aquila hanno già sentito diversi dirigenti della multinazionale, tra cui l’amministratore delegato Francois Rafine hanno anche acquisito le conversazioni che Conti ebbe il 7 novembre e i giorni seguenti con il blogger ambientalista Giorgio Santoriello con cui ebbe un vivace confronto su Facebook proprio in relazione al passaggio in una multinazionale privata. Sui misteri di Tempa Rossa e gli effetti inquinanti”.
La pista sulla quale la procura di Sulmona lavora è quella di “istigazione al suicidio”.

SETTE COSE CHE NON TORNANO
E fanno subito capolino non poche anomalie ed elementi sospetti sui quali indagare a fondo: “una morte con troppi interrogativi senza risposta”, scrive oggi il Corriere della Sera. Che prosegue: “Come ad esempio la posizione della mano da cui è partito il colpo della calibro 9, anomala per chi si è appena sparato alla tempia. O come la presenza, sul luogo e nell’ora del decesso, di un Suv con a bordo uno sconosciuto. Perché era lì?”.
Nella memoria presentata dal legale della famiglia Conti, Alessandro Margiotta, in procura, vengono sottolineati sette punti da chiarire. Tra cui appunto la posizione del corpo “trovato prono e con la mano destra che impugna la pistola e l’avanbraccio ripiegato verso il petto che non collima con l’ipotesi di suicidio per un colpo sparato alla testa”.

Poi c’è la presenza di una Cayenne bianca ultimo modello, “con luci posteriori a forma rettangolare e non bombate”, come riferisce un testimone che avrebbe visto l’auto dove è stato poi trovato il cadavere.
Si parla ancora di alcune telefonate non poco turbolente che Conti ha avuto nei giorni precedenti (tra cui quelle con l’ambientalista Santorelli); e di quella anonima ricevuta da Primadanoi, che poi risulterà effettuata da un dipendente Total che si è dichiarato particolarmente colpito dalle fresche (due giorni prima) dimissioni del generale.
C’è quindi il giallo dei documenti distrutti, quando due giorni prima di scomparire il generale – scuro in volto e taciturno – si reca in una computisteria per distruggere tutte i file dei documenti che conservava nella memoria del suo computer. Perché?
Insomma una serie di quesiti e interrogativi non da poco, degni di rigorosi approfondimenti e di ricerche a tutto spiano.
E invece cosa fa il pm Aura Scarsella? Chiede nientemeno che l’archiviazione. Respinta dal gip Marco Billi che chiede, naturalmente, di proseguire nelle indagini. Un po’ come sta succedendo da alcuni anni a Roma, per il caso Alpi, tra le richieste del pm Elisabetta Ceniccola di archiviare il caso e i gip che vogliono ancora andare avanti alla ricerca della verità.

SCARSELLA CHI ?
Ma chi è Aura Scarsella?
Un pm da anni in servizio alla procura di Sulmona, e per questo considerata “il pm anziano”.

Camillo Valentini, sindaco di Roccaraso arrestato dalla Procura di Sulmona e morto nel carcere di massima sicurezza
Il suo nome ha fatto capolino nelle cronache giudiziarie una quindicina di anni fa, proprio in occasione di un altro suicidio eccellente, quello dell’allora sindaco di Roccaraso Camillo Valentini.
Eccoci quindi ad un altro giallo mai chiarito. Il 16 agosto 2004, nel carcere di Sulmona, l’ingegnere e sindaco, una persona stimata da tutti i suoi concittadini e in tutta la regione, viene ritrovato cadavere nella sua cella, la testa infilata in una busta di plastica legata con i lacci delle scarpe (le modalità ricordano quelle per la morte in galera del vertice Eni Gabriele Cagliari ai tempi di Mani pulite).
Era stato sbattuto in carcere, Valentini, dopo le dichiarazioni di un costruttore locale, Federico Tironesi, dalle cui denunce erano partite le accuse di concussione, puntualmente recepite dalla procura di Sulmona, che subito dispose gli arresti, compreso quello di Valentini. Nel 2008 Tironesi sarà condannato per calunnia nei confronti del primo cittadino: ma ormai è troppo tardi.

Sulla vicenda scrive un’interrogazione di fuoco all’allora guardasigilli leghista Roberto Castelli il parlamentare socialista Enrico Buemi, tra l’altro membro della commissione giustizia e presidente del Comitato carceri.
Punta l’indice Buemi: “Successivamente al tragico evento sono emerse una serie di circostanze, a giudizio dell’interrogante, sospette, che riguardano gli organi inquirenti, nonché alcuni elementi della magistratura”.
“Il primo riferimento è ad una lettera anonima pervenuta allo studio dell’avvocato Carlo Rienzi, il battagliero presidente del Codacons che per primo è sceso in campo per far luce sulla vicenda. Nella missiva, trasmessa al Csm, si faceva il nome della “dottoressa Scarsella, magistrato con maggiore anzianità di servizio presso la medesima procura” (quella di Sulmona, ndr), la quale “si troverebbe in una situazione di incompatibilità poiché il proprio marito, dottor Giorgio Leone, è titolare di una farmacia a Roccaraso”. Il pm Scarsella, inoltre, non avrebbe “sempre ottemperato a tale obbligo di astenersi nei procedimenti che riguardano anche il Comune di Roccaraso, con l’evidente concretarsi di un’ipotesi di mancanza di imparzialità”.
Il gup di Campobasso, Libera Maria Rosaria Rinaldi, il 12 gennaio 2012 assolve Carlo Rienzi dall’accusa di aver calunniato i magistrati che si erano occupati del caso Valentini. Durissime le parole del gup, che scrive di “una vicenda oscura e viziata”; di “assoluta inconsistenza delle indagini” e accusa i colleghi sulmonesi di essere entrati in totale confusione, avendo addirittura scambiato Italia Nostra per Cosa Nostra!
Camillo Valentini – ricostruisce il gup di Campobasso – è stato “ingiustamente perseguitato” e “dopo ora trascorse senza dormire, da solo, in un carcere di massima sicurezza, all’alba del 16 agosto 2004 infilava la testa in una busta di plastica chiudendola con i lacci della scarpe da ginnastica, lasciando dietro di sé il dolore dei figli, dei genitori, del fratello, degli amici e i dubbi ancora irrisolti sugli eventi che lo determinarono al compimento del gesto estremo”.

QUELLA VOCE DEVE MORIRE

Un comizio Idv a Sulmona. Al centro Antonio Di Pietro e, sull’estrema destra, Annita Zinni.
Il nome di Aura Scarsella rimbalza anche tra le pagine del processo di Sulmona contro la Voce, in seguito alla citazione civile di Annita Zinni, storica amica di Antonio Di Pietro. Scarsella in questo caso è il teste chiave, l’asso nella manica sfoderato dai legali della Zinni per ottenere la condanna della Voce, costretta a chiudere la sua edizione cartacea dopo 30 anni di presenza nelle edicole.
Ecco per sommi capi i fatti. Zinni cita in giudizio la Voce e chiede 40 mila euro per i il profondo turbamento (“patema d’animo transeunte”) morale e corporale che avrebbe subito in seguito alla pubblicazione di un articolo firmato dal giornalista Rai Alberico Giostra e dedicato alla tribolata maturità di Cristiano Di Pietro, figlio dell’ex pm.

Come fondamento delle sue accuse, Zinni produce il parere di una psicologa e, soprattutto, indica Aura Scarsella come teste. A lei, subito, ha confidato quel profondo turbamento, a lei ha aperto il suo cuore lacerato. E il 26 ottobre del 2011 Scarsella andrà a testimoniare per l’amica del cuore.
E davanti a chi? Al giudice Massimo Marasca, altro suo collega, impegnato con la Scarsella in tante inchieste portate avanti alla procura, lui in veste di gip, o di giudice, lei di pm.
E portano avanti insieme altre battaglie, Scarsella e Marasca, ad esempio nel caso di un ricorso al Tar – insieme ad altre toghe – per via di alcune decurtazioni di stipendio avviate a livello nazionale.
A questo punto – senza alcun problema – la Voce viene condannata. Non a quanto chiede l’insegnante sulmonese Zinni, ma per il doppio: la bellezza di 90 mila euro e passa. Un vero e proprio record nei risarcimenti danni chiesti a giornali ed editori: basti pensare alle medie dell’Espresso (fresca la condanna per un articolo di Lirio Abbate a 40 mila euro) o di Mondadori (appena 20 mila per Gomorradi Saviano e uno scambio di persona).
Siamo costretti cinque anni fa a cessare le pubblicazioni, non avendo più la possibilità economica di stampare la Voce, con i conti correnti bloccati (anche quelli personali). Per inciso, anche Primadanoi è costretto, un anno fa, a chiudere, sempre per una assurda maxi condanna civile di risarcimento danni, la vera mannaia che sta decapitando tante testate storiche di piccola e media dimensione, ammazzando quel poco che resta della libertà d’informazione.
Nel frattempo il giudice Massimo Marasca ha trovato il tempo per denunciare la Voce, colpevole di aver descritto la Zinni story: chiede a sua volta 80 mila euro per la lesa maestà.
E si è trasferito, da qualche anno, al tribunale di Civitavecchia. Nel recente pedigree spicca una chicca: in occasione del processo per il caso Vannini che ha destato scalpore e stupore in tutta Italia, non ha accolto la richiesta della parte civile di citare in giudizio il ministero della Difesa, che dovrebbe di tutta evidenza occuparsi del risarcimento danni: una dimenticanza o cosa?


LEGGI ANCHE
24 Novembre 2017

28 Novembre 2017