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25 maggio 2020

Alpi, Borsellino & Misteri / Giustizia Morta, Memoria Calpestata


Processi sul binario morto, inchieste stoppate, giustizia ormai agonizzante.
Tutto “normale” in tempi di coronavirus?
Possibile mai che ogni straccio di ricerca della verità vada a finire in discarica e chi ne ha diritto debba essere calpestato?
E’ naturale che la Costituzione sia stata abrogata a nostra insaputa?
Che la democrazia sia finita a marcire in cantina?
La Voce da anni segue, con la sua rubrica “misteri” e con frequenti inchieste, alcune storie che contrassegnano la drammatica vita del nostro Paese, i tanti buchi neri che la popolano, le non-verità che angosciano il nostro cammino nel corso dei decenni.
E da mesi è black out continuo. Tutto fermo anche prima dell’epidemia, ora il buio è totale.

Niente processi, ma anche stop alle inchieste: possibile mai? Mentre si discute se sia possibile effettuare videoconferenze per riprendere il filone penale.
Passiamo in rapida carrellata alcuni “misteri” che non fanno registrare più alcuna notizia: un encefalogramma piatto che crea angoscia e dovrebbe suscitare scandalo.
Ma nessuno muove un dito, nessuno s’incazza, neanche un’anima protesta.


La Procura di Roma
ALPI E BORSELLINO, DEPISTAGGI PERFETTI
Partiamo dal porto delle nebbie, la procura di Roma.
Proprio ieri abbiamo rammentato l’unica foglia che s’è mossa, con l’affossamento in Vaticano dell’inchiesta sui frammenti delle ossa nel cimitero teutonico. Un’inchiesta partita un anno e mezzo fa ed effettuata – incredibile ma vero – in appena 48 ore. Tutto finito in una bolla di sapone. Con la benedizione papale e anche quella del numero uno dei tribunali vaticani, quel Giuseppe Pignatone al timone della procura delle nebbie fino ad un anno fa.

Una procura, quella capitolina, che sta cercando in tutti i modi di affossare, una volta per sempre, ogni possibile processo per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Il 4 aprile è scaduto il termine per la proroga delle indagini ordinate dal gip Andrea Fanelli, dopo la duplice richiesta di archiviazione avanzata dal pm Elisabetta Ceniccola e controfirmata – vale a dire pienamente avallata – da Pignatone.
Ma quel termine è passato senza che si sia mosso nulla.
Possibile mai? Rinviata anche la semplice udienza davanti al gip che doveva stabilire se proseguire nell’inchiesta oppure archiviare il tutto. Ha un senso?
Nessuno, a Roma, se ne fotte dell’inchiesta di Perugia, che tre anni fa scagionò il giovane somalo condannato da innocente a 16 anni di galera, e mise nero su bianco del clamoroso “depistaggio di Stato”. Una sentenza che apriva la strada al processo romano, invece rimasta – tanto per cambiare – ad ammuffire. Mentre mandanti e killer di Ilaria e Miran sono liberi come fringuelli.
Un’altra inchiesta – ancor più “vecchia” – resta a marcire negli scantinati del porto delle nebbie. Riguarda l’omicidio di Pier Paolo Pasolini e venne riaperta tre anni fa per la scoperta di un terzo Dna sulla scena del crimine: oltre a quello del regista e a quello di Pino Pelosi, c’è anche la traccia di una terza presenza. Prove scientifiche, inoppugnabili, presentate da un perito degli eredi Pasolini.
Immaginate che qualcosa si sia mai mosso in questi tre anni? Niente. Neanche il becco di una risposta giudiziaria. Figuriamoci adesso con l’ottima e abbondante scusa della pandemia.

Anna Maria Palma
Facciamo un salto in Sicilia e ci troviamo alle prese con il processo Borsellino 5. Che si articola in due filoni relativi – anche stavolta – ad un clamoroso depistaggio di Stato. Nel processo in corso (sic) a Caltanissetta sono alla sbarra quattro poliziotti del team guidato all’epoca dall’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera, accusati di aver taroccato il pentito Salvatore Scarantino, sulla scorta delle cui denunce sono finiti in galera, per altrettanti 16 anni, sette persone che non c’entravano niente con la strage di via D’Amelio.
Mentre a Messina mesi fa è stato aperto un fascicolo per accertare le responsabilità dei magistrati che per primi hanno indagato su quella strage, Anna Maria Palma e Carmine Petralia, dai quali – di tutta evidenza – non potevano non partire gli ordini diretti al gruppo di La Barbera.
Un processo e un’inchiesta che in pratica s’incrociano, perché entrambe hanno a che fare con quel clamoroso depistaggio di Stato che non ha mai permesso di scovare, anche in questo caso, mandanti e killer.

I “SUICIDATI” PANTANI E ROSSI
A Napoli, invece, restano le spoglie dell’inchiesta sull’omicidio di Marco Pantani, il campione che fu fermato a Madonna di Campiglio per doping e poi finito in un gorgo senza fine.
Due le inchiesta partite dopo la sua tragica fine nel residence Le Rose di Rimini il 14 febbraio 2004. Una per quella morte, appunto: nonostante l’immensa mole di prove per documentare un omicidio in piena regola, la procura di Forlì ha archiviato il tutto, e la sentenza è stata confermata dalla Cassazione.

Resta in piedi il filone approdato a Napoli, su quel Giro d’Italia del 1999 taroccato e comprato dalla camorra, che aveva scommesso sulla sconfitta del Pirata. Anche stavolta una mole di prove che riguardano le “pressioni” sull’equipe medica per alterare le provette e l’ematocrito; e il coinvolgimento dei clan che aveva puntato grosse cifre sull’esito del Giro. Forlì archivia, mentre un esposto del legale della famiglia Pantani fa riaprire due anni e mezzo fa il caso alla Procura Antimafia di Napoli. Da allora non si è mossa una foglia. Silenzio tombale.
Da un “suicidio” all’altro il passo non è lungo. Basta fare un salto a Siena, dove nessuno ha mai trovato il bandolo della matassa per il giallo sulla fine di David Rossi, il responsabile delle comunicazioni del Monte dei Paschi di Siena. Un chiaro omicidio, soprattutto per la dinamica dei fatti che documentano i segni di un trascinamento del corpo e il volo dal quinto piano di Palazzo Salimbeni, quartier generale di MPS. “Doveva morire” – David Rossi, così come Marco Pantani – perché aveva deciso di vuotare il sacco su intrighi & affari nel mondo della finanza.
Un’inchiesta subito archiviata dagli inquirenti senesi, poi riaperta solo per la tenacia della famiglia di David. E’ quindi partito un altro filone d’inchiesta, stavolta a Genova, teso a smascherare depistaggi & affossamenti – tanto per cambiare – nell’inchiesta toscana.
Ma siamo alle solite. Da un anno circa è calato il silenzio più assoluto, figurarsi negli ultimi mesi.
E le stragi di Stato? Figurarsi, peggio che andar di notte.

LE FIAMME DI STATO
Piccoli movimenti, mesi fa, per il rogo del Moby Prince, con i lavori della commissione parlamentare d’inchiesta che hanno messo nero su bianco quanto le inchieste giudiziarie siano state del tutto carenti, fuorvianti e anche stavolta depistanti. Un pesantissimo j’accuse.

il relitto del DC9 di Ustica
Ma sapete che fine ha fatto? Neanche uno starnuto. Anzi sì, perché lo “Stato” tre mesi fa ha riconsegnato ai parenti delle vittime alcuni scatoloni con degli effetti personali rimasti anche loro a marcire per anni negli scantinati. Ma di aprire, finalmente, una vera inchiesta nemmeno a pensarci. Meglio, stavolta, “affondare” tutto e per sempre. Annegata, quindi, la pista che portava ai traffici di armi sotto l’ombrello protettivo degli americani all’indomani del conflitto in Iraq, epicentro la base a stelle e strisce di Camp Derby.
E su Ustica? L’ultima notizia riguarda un piccolo risarcimento deciso dallo Stato a favore della compagnia aerea Itavia, proprietaria del velivolo che ospitava gli 81 innocenti. La compagnia fallì pochi mesi dopo: quale senso ha ora quel risarcimento? Un altro schiaffo alla memoria dei morti, le cui famiglie sono state private di uno straccio di giustizia, essendo rimasti anche stavolta liberi di volare come fringuelli gli assassini.

E chissenefrega se la pista da seguire è chiara come un cielo limpido: il missile lanciato da una portaerei francese – con ogni probabilità la Clemanceau – per attribuire poi la responsabilità alla Libia dell’allora colonnello Gheddafi. Ma la giustizia di casa nostra ha stracciato giustizia & verità per la Ragion di Stato, e non infastidire alleati americani e francesi.
Arriviamo a tempi più recenti. Che ne sarà dei cascami del processo per la strage – e il rogo – di Viareggio? Condannati e prescritti i condannati eccellenti, come i vertici di FS RFI, liberi di passare da una poltrona del parastato all’altra, con valanghe di emolumenti al seguito.
E l’inchiesta per l’eccidio del ponte Morandi: al palo anche i lavori della magistratura genovese?

www.lavocedellevoci.it

19 luglio 2019

PROCURA DI ROMA / PERCHE’ CONTINUA IL SILENZIO SUL DEPISTAGGIO ALPI – HROVATIN?


Misteri di casa nostra, è buio profondo. Un buio che acquista sempre più il sapore di tragica beffa per le vittime, per i familiari, per i cittadini e per quel senso di giustizia ogni volta di più oltraggiato e calpestato.
Ed oggi, dopo le vergognose storie targate CSM e dintorni, quella luce diventa ancora più sinistra. E si fa strada una chiave di lettura che odora ancora più di depistaggi di Stato, di manovre decise a tavolino, di aggiustamenti e insabbiamenti, come del resto documentano oggi le notizie di inchieste e processi “manovrati”, “ritardati”, “dimenticati” e chi più ne ha più ne metta nel vocabolario di errori, orrori & omissioni d’ogni genere.
Partiamo, in questa ricognizione, proprio da Roma, lo storico porto delle nebbie che pare proprio rimasto tale, nonostante le “glasnost” sbandierate dai media del gruppo Espresso sulla radiosa era Pignatone. Ed ora siamo alle prese con le bagarre orchestrate dalla Palamara band.

QUEL PORTO RIMASTO SEMPRE NELLE NEBBIE

Il capo dello Stato Sergio Mattarella. Nel fotomontaggio di apertura Ilaria Alpi e, sullo sfondo, la Procura della capitale.
La storia più vergognosa riguarda il caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sul quale la Voce ha scritto decine di inchieste. La vicenda del più clamoroso depistaggio di Stato, per la prima volta “certificato” addirittura da una sentenza pronunciata dal tribunale di Perugia e di cui però quello di Roma se ne fotte altamente. Un caso più unico che raro nelle storie non certo di malagiustizia, di cui è quotidianamente lastricato il nostro povero Paese, ma di giustizia massacrata, fatta a pezzi, nel più totale disinteresse generale e soprattutto delle forze politiche e delle istituzioni.
Perché sul caso Alpi-Hrovatin nessun partito ha pronunciato una sillaba? Tutti collusi, coperti e conniventi? E come mai il capo dello Stato, l’imbalsamato Sergio Mattarella, che ogni tanto parla di giustizia lenta, non sente il dovere morale e civile di pronunciare una parola, anche una sola, su questa tragica vergogna di Stato?
Partiamo dalle ultime notizie che “non arrivano” per ricostruire per sommi capi il giallo di Mogadiscio.
Siamo da mesi in attesa dell’ultima parola che verrà pronunciata dal gip incaricato del tribunale di Roma, il quale è chiamato a rispondere alla (ennesima) richiesta di archiviazione firmata dal pm Elisabetta Ceniccola e controfirmata dall’ex procuratore capo Giuseppe Pignatone.
In seguito alla clamorosa sentenza di Perugia che ha scagionato, dopo 16 anni di inferno e di galera, il somalo ingiustamente accusato e condannato, gli avvocati della famiglia Alpi hanno immediatamente chiesto di far luce sul caso, ora molto meno misterioso visto che nella stessa sentenza perugina vengono ricostruiti per filo e per segno non solo tutti i dettagli della tragedia, ma soprattutto i successivi, incredibili sviluppi.

Giuseppe Pignatone
Da brividi, in particolare, le fasi del taroccamento del super pentito Gelle, costruito letteralmente a tavolino. Proprio come è successo nell’altro maxi depistaggio di Stato, quello per il processo Borsellino, dove il teste fasullo Vincenzo Scarantino è stato fabbricato dagli stessi inquirenti: poliziotti e, di tutta evidenza, magistrati.
Gelle – documenta passo passo la sentenza di Perugia – fu sentito dal pm, ma non testimoniò mai in aula. Perché venne “protetto” dalla stessa polizia, fatto lavorare per alcuni mesi in un’officina meccanica romana dove veniva accompagnato la mattina e prelevato la sera, quindi fatto fuggire comodamente prima in Germania e poi in Inghilterra.
Dove nessuno l’ha mai cercato. Intanto – Gelle assente in aula – veniva pronunciata la prima condanna a carico del giovane somalo, poi confermata in appello e in Cassazione.

TRA DEPISTAGGI & ARCHIVIAZIONI
Se non fosse stato per la tenacia di Chiara Cazzaniga, inviata di Chi l’ha visto, che dopo alcune ricerche ha facilmente trovato Gelle a Londra, tutto sarebbe morto e sepolto. E invece la giornalista l’ha intervistato e si è fatta raccontare tutto il taroccamento momento per momento.
La testimonianza di Gelle è la chiave per ribaltare a Perugia la sentenza di condanna a carico del giovane somalo. A questo punto la procura di Roma non ha altro da fare che riprendere quel filone, portarlo avanti, e andare a processo: proprio perché nella sentenza di Perugia ci sono nomi, cognomi e piste che più chiare non si può su killer e mandanti del duplice omicidio di Mogadiscio.

Chiara Cazzaniga
Ma c’è di più. Nel frattempo la procura di Firenze viene a conoscenza di conversazioni telefoniche tra somali, risalenti al 2012, in cui si parla anche del caso Alpi. Una pista su cui Firenze lavora, poi smista tutto a Roma. Solo che il fascicolo, per arrivare alla capitale, ci impiega circa quattro anni. Come mai? Per le nebbie incontrate lungo il percorso? Misteri nei misteri.
Fatto sta che il pm Ceniccola ha la strada spianata per procedere, sulla scorta della sentenza perugina, appunto, e degli elementi arrivati, se pur in clamoroso ritardo, da Firenze.

Ma Ceniccola se ne frega. In poche pagine smonta pezzo pezzo le richieste dei legali della famiglia Alpi, appallottola la sentenza di Perugia, prende a calci i materiali fiorentini. E chiede l’archiviazione, controfirmata da Pignatone.
La richiesta viene esaminata dal gip Andrea Fanelli che la respinge. Ceniccola è un pezzo duro, non demorde e torna per la seconda volta alla carica ad inizio anno, ri-chiedendo l’archiviazione. Anche stavolta, of course, Pignatone controfirma, sarà uno degli ultimi atti della sua gestione. Ora si è in attesa del secondo gip chiamato a pronunciarsi.
Vengono alla memoria le parole pronunciate dalla madre di Ilaria, Luciana Riccardi, morta circa un anno fa dopo aver atteso invano giustizia, l’unico scopo che le rimaneva: ‘ricordo quando il procuratore Pignatone mi ha ricevuta a Roma dopo Perugia. E mi disse: beh, signora, adesso chi vuole che le faccia interrogare?’”.

E I GIALLI ORLANDI E PASOLINI
Da un eterno giallo all’altro eccoci ad Emanuela Orlandi. Stavolta il Vaticano apre due vecchie tombe in cui potrebbe spuntare qualcosa.
Ma sorge spontanea la domanda: come mai in tutti questi anni la procura capitolina è stata con le mani in mano? Soprattutto dopo i documenti top secret venuti alla luce circa un anno e mezzo fa e custoditi per anni nella super cassaforte vaticana. In quelle carte c’erano le tracce della permanenza, a metà anni ’90, di Emanuela in una casa di suore a Londra: perché il Vaticano allora ha coperto e non ha rivelato il soggiorno londinese di Emanuela, né tantomeno ha ritenuto opportuno rimpatriarla? Perchè la procura non ha mai bussato alle stanze vaticane?
E poi l’altro giallo sull’omicidio di Pierpaolo Pasolini. Due anni fa i legali del grande regista scoprono tracce di un altro Dna sulla scena del crimine, oltre a quello di Pino Pelosi, guarda caso morto proprio nei mesi della riapertura del caso. Ma in questi due anni il pm Francesco Minisci, incaricato delle indagini, a quanto pare non ha mosso un dito, troppo preso dagli impegni all’Associazione Nazionale Magistrati. E quindi quella pista che porta al delitto di Stato e individua nel bollente “Petrolio” (l’ultima grande opera) il movente, va a farsi benedire. Almeno per ora.
Giustizia, per l’ennesima volta, calpestata.

13 marzo 2019

PROCURA DI ROMA / I “MISTERI” DEL DOPO PIGNATONE


Valzer di nomine nelle procure italiane. Oltre un centinaio nei prossimi mesi, con un Csm super impegnato a ridisegnare la mappa del potere giudiziario in Italia.
Nel suo fresco numero l'Espresso, con un'inchiesta della firma antimafia Lirio Abbate, punta i riflettori e sciorina una sfilza di nomi e papabili per i prossimi, delicati incarichi, procura per procura.

Si parte, of course, dalla più bollente del nostro Paese, quella di Roma. Così dettaglia Abbate: "L'epicentro del terremoto è Roma. Giuseppe Pignatone andrà in pensione a maggio e il posto è già stato bandito per evitare di lasciarlo scoperto a lungo. I candidati sono tredici. Oggi piazzale Clodio non è più il 'Porto delle nebbie'. Pignatone lascia a chi erediterà il suo ruolo una grande responsabilità. Vale a dire, continuare a tenere alto il livello della giustizia a Roma senza troppo rispetto per i potenti, come mai prima di lui era stato fatto nella Capitale. Qui sono state squarciate zone grigie, si è puntato dritto alle mafie, nazionali e internazionali" e via continuando con le grandi imprese targate 'Mafia Capitale'.

Proseguono le trombe di Abbate: "Ma anche sulla politica corrotta e collusa sono arrivate condanne e sequestri di beni, decisi e applicati per la prima volta nei casi di corruzione proprio dai pm guidati da Pignatone".
Un paradiso in terra, la procura capitolina, un Eden dove finalmente i cittadini possono trovare i portoni spalancati per ospitare la Giustizia, quella vera. Altro che il famigerato 'Porto delle Nebbie'!

A questo punto, prima di lasciare la procura tra inni e fanfare, non resta a Pignatone che risolvere qualche problemino lasciato ai posteri.
Prendiamo il caso Alpi. E' fresca del 4 febbraio la firma apposta da Pignatone all'ennesima richiesta di archiviazione per l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. La richiesta è del pm Elisabetta Ceniccola, che ancora una volta chiede al gip di turno (per un anno è stato Andrea Fanelli, chissà chi è il prossimo) di archiviare la "pratica". Nonostante le clamorose evidenze emerse dal processo di Perugia, che un anno e mezzo fa non solo ha liberato dalla galera (vi ha trascorso 16 anni da innocente) Hashi Omar Assan, ma ha anche descritto il "depistaggio di stato" messo in atto da inquirenti e forze dell'ordine per proteggere e far scappare in Inghilterra il teste fasullo Ali Rage, alias Gelle.
Prima di lasciare Roma perchè il capo Pignatone non spiega la "non inchiesta" della sua procura, che si configura a questo punto come l'ennesimo depistaggio? Alla faccia di ogni ipocrita volontà di far Giustizia?

Passiamo all'eterno mistero che ancora avvolge la sparizione di Emanuela Orlandi e della sua amica Mirella Gregori. Mesi fa è sembrato che si aprisse uno squarcio, con il ritrovamento di misteriose ossa in Vaticano. Poi niente, erano ossa stravecchie.
Ma circa un anno fa avevano fatto capolino altre verità molto più clamorose: ossia tracce di una documentazione top secret e conservata nella super cassaforte del Vaticano, in cui venivano messe nero su bianco tutte le spese sostenute per nascondere Emanuela per un anno – a metà dei '90 – in una residenza gestita da alcune suore a Londra.
Come mai quella pista non è stata mai battuta? Perchè la procura capitolina ha paura di ficcare il naso in Vaticano? Perchè si genuflette davanti ad ogni ostacolo? Misteri.
Come di misteri è avvolto, ancora oggi, il giallo sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini. Senza che la procura di Roma alzi un dito, neanche mezzo.

Due anni fa l'avvocato della famiglia, Stefano Macioti, ha chiesto la riapertura dell'inchiesta basandosi su una prova inoppugnabile: quella del DNA, il cui test ha dimostrato come sulla scena del delitto non si trovasse solo Ignoto 1, ossia Pino Pelosi, ma anche un secondo e forse un terzo soggetto (Ignoto 2 e Ignoto 3). A questo punto Macioti ha semplicemente chiesto che quel test del DNA venisse esaminato e il caso venisse riaperto. Facile come bere un bicchier d'acqua.
Pensate che qualcosa si sia mosso? Neanche un battito d'ali. Il pm del caso, Francesco Minisci, s'è tuffato negli impegni sindacali, diventando presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati e certo non aveva tempo da perdere in bazzecole del genere.
D'accordo il capo Pignatone? Perchè non fa sapere qualcosa prima di godersi la dorata pensione?

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07 marzo 2019

GIALLO ALPI / I SERVIZI SEGRETI SANNO, COPRONO, DEPISTANO E NON SVELANO LA “FONTE”

I servizi segreti di casa nostra sanno tutto sull’omicidio di Ilaria Alpi Miran Hrovatin ma non dicono una parola. Tacciono. E quindi coprono non solo i killer di Mogadiscio ma soprattutto i mandanti di quel tragico duplice assassinio di ormai quasi 25 anni fa.
La circostanza emerge ora in modo clamoroso dalla nuova richiesta di archiviazione presentata il 4 febbraio scorso dal pm della procura di Roma Elisabetta Ceniccola e controfirmata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone. Che già avevano presentato una analoga richiesta un anno fa. Ai confini della realtà.
Per la serie: si sa bene che qualcuno sa e copre, ma invece di completare l’inchiesta e portare davanti ad un tribunale chi mente e svia le indagini, viene chiesta l’archiviazione definitiva del caso. Allucinante.

Il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone.
Ma entriamo di nuovo nella autentica “selva” di carte e faldoni giudiziari – come la definiscono gli stessi inquirenti – per dare un’idea completa del depistaggio nel depistaggio che sta per essere portato a termine.
Un anno fa, appunto, la richiesta di archiviazione del tandem Ceniccola-Pignatone, inviata al gip per la decisione finale. Passano alcuni mesi per individuare il nome del gip incaricato, alla fine si tratta di Andrea Fanelli. Il quale, per le sue indagini, chiede anche una proroga.
Si tratta di verificare quanto è emerso in altre indagini svolte nel 2012 dalle fiamme gialle per conto della procura di Firenze, in particolare a base di intercettazioni. Al telefono parlano alcuni somali tra di loro ed anche con Douglas Duale, il legale di Hashi Omar Assan, il somalo ingiustamente accusato del duplice omicidio, in galera da innocente per 16 anni. Al centro delle conversazioni il caso Alpi, e anche un compenso da 40 mila raccolto a favore dell’avvocato nella comunità somala per pagarne le forti spese sostenute per difendere Hashi.
Incredibile ma vero, quei matateriali raccolti dalle fiamme gialle fiorentine, passati alla procura gigliata nel 2012, ci hanno messo la bellezza di 6 anni per arrivare alla procura competente, quella di Roma, titolare del caso Alpi-Hrovatin!
Altre indagini svolte negli ultimi mesi per accertare le eventuali responsabilità dei militari italiani allora presenti a Modadiscio, e anche dei nostri civili, in particolare sul sospettato numero uno da sempre, l’affarista Giancarlo Marocchino, non approdano a nulla. Addirittura si scopre che Marocchino ha vinto alcuni contenziosi legali per calunnia, visto che il suo nome era stato tirato in ballo nei primi anni!

Giancarlo Marocchino
Insomma, nessun ragno viene cavato dal buco nell’anno di ulteriori indagini ordinate dal gip Fanelli. Ed ora, il 4 febbraio, il pm Ceniccola deposita l’ennesima richiesta di archiviazione del caso, che dovrà ancora una volta passare al vaglio dell’ennesimo gip. Altri mesi di attesa.

LA FONTE SUPERCOPERTA PER 22 ANNI DAI SERVIZI
Intanto, però, è estremamente istruttivo leggere le “motivazioni” messe nero su bianco dal pm Ceniccola e controfirmate da procuratore capo Pignatone. A riprova che il porto delle nebbie è nuovamente saldo e forte nella capitale.
Prima notazione: le ultime indagini sono state affidate il 27 giugno 2018 da Fanelli al Reparto Antiterrorismo del Ros dei carabinieri, che ha depositato una “esaustiva informativa” – come dettaglia il pm – a fine dell’anno scorso, ossia il 13 dicembre 2018.
Andiamo subito al cuore del problema, ossia che i servizi segreti sanno e coprono.
Scrive Ceniccola: “L’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna(AISI, ndr), con foglio riservato del 6 settembre 2018, ha espresso la volontà di continuare ad avvalersi della facoltà di non rivelare legeneralità della risorsa fiduciaria citata nella nota del SISDE del 3 settembre 1997. Il Servizio, argomentando le motivazioni a supporto della propria decisione, ha evidenziato l’irreperibilità del soggetto e, quindi, l’impossibilità di chiedere allo stesso il consenso (negato in precedenti circostanze simili a quella in parola) ad essere sentito quale teste nell’ambito del procedimento in parola”.
Tradotto: l’AISI, vale a dire i nostri servizi segreti, l’ex Sisde, conosce bene dalla bellezza di 22 anni il nome dell’uomo di tutti i misteri, l’agente che sa quel che successe a Mogadiscio e quel che ha combinato Marocchino. Ma lo copre ancora, non vuole rivelare la identità del suo 007.
Il che significa insabbiare il caso per l’ennesima volta e infangare la memoria sia di Ilaria che di Miran. Ucciderli per una seconda volta.
C’è di più. Secondo i servizi quella fonte è “irreperibile”.

Chiara Cazzaniga
Proprio come lo è stata un’altra primula rossa del caso, Ali Rage, alias Gelle, che con la sua falsa verbalizzazione ha fatto sbattere in galera l’innocente Hashi; quel Gelle che è stato taroccato a tavolino dalla polizia di casa nostra, fatto verbalizzare davanti al pm ma non davanti ai giudici del dibattimento, quindi fatto scappare prima in Germania e poi in Inghilerra. Dove lo ha scovato l’inviata di “Chi l’ha visto” Chiara Cazzaniga: e solo quell’intervista ha permesso di riaprire il caso del somalo innocente e ha fatto sancire, al tribunale di Perugia, la totale estraneità di Hashi al duplice omicidio.
Introvabile Gelle allora, per le nostre “intelligence” (sic), introvabile la fonte che tutto sa sul giallo oggi. Ha scritto a chiare lettere di “depistaggio di stato” la sentenza di Perugia a proposito di Gelle un anno e mezzo fa. Ora siamo al secondo depistaggio, con la non-volontà di ri-trovare quella fonte addirittura messa nero su bianco.
Ma nelle 11 pagine firmate del pm Ceniccola per la richiesta di archiviazione c’è ancora molto da leggere.

ITALIANI BRAVA GENTE 
Sulla totale estraneità degli italiani allora presenti a Mogadiscio scrive: “La tesi della responsabilità ‘degli italiani’ nell’omicidio fu ipotesi più volte prospettata nel corso degli anni e sempre risultata priva di concretezza, come anche la responsabilità di Giancarlo Marocchino, il quale addirittura ha ottenuto un risarcimento per i danni subìti dalla diffusione di notizie diffamatorie. Fermo restando poi che l’ipotesi della responsabilità ‘italiana’ va circoscritta al mandato a commettere l’omicidio, poiché non è mai emerso alcun dubbio sulla esecuzione materiale da parte di un commando di cittadini somali”.
E par poco il “mandato a commettere l’omicidio”? D’altra parte, di quale “commando” si tratta, dal momento che fino ad un anno e mezzo fa l’unico colpevole era l’innocente Hashi?
E sullo stesso Hashi state a sentire cosa scrive il pm.
Con specifico riferimento all’estraneità al fatto di Hashi Omar Hassan ed alla falsità della testimonianza di Gelle, si tratta di notizie di pubblico dominio risalenti ad un periodo di gran lunga precedente alla messa in onda della trasmissione ‘Chi l’ha visto’ il 18 febbraio 2015”.  E il pm sciorina un lista di date che – a suo parere – fanno intendere come tutti sapessero dell’innocenza di Gelle, tranne i magistrati che l’hanno tenuto in galera fino alla sentenza di un anno e mezzo fa a Perugia.

Il testimone ‘taroccato’ Gelle
Fa riferimento, Ceniccola, alle tesi della parte civile, ossia i genitori di Ilaria Alpi, convinti dell’innocenza di Hashi: e ci mancherebbe, lo hanno sempre sostenuto contro tutto e contro tutti, soprattutto i togati. Fa poi riferimento alle istanze di revisione del processo avanzate dal suo legale, Douglas Duale: e ci mancherebbe anche stavolta. Quindi parla delle “voci di popolo” della comunità somala. Infine di una sola intervista in precedenza rilasciata da Gelle a un giornalista somalo che collaborava con la RaiMohamed Sabrie, in cui scagionava Hashi da ogni accusa. Ma quell’intervista non venne mai tenuta in alcun conto dagli inquirenti.
Fino all’intervista di Chiara Cazzaniga realizzata in Inghilterra, per “Chi l’ha visto”, a Gelle e grazie alla quale si è riaperto il caso sul killer di Mogadiscio.
Passiamo quindi alla spiegazione circa il macroscopico ritardo nella trasmissione delle informazioni raccolte nel 2012 a Firenze e arrivate a destinazione solo 6 anni più tardi. Nota il pm: “Si è provveduto ad accertare le motivazioni che hanno causato la ritardata trasmissione della nota della Guardia di Finanza di Firenze datata dicembre 2012 alla Procura di Roma, inoltro che l’allora Sostituto Procuratore di Firenze, Squillace Greco, aveva disposto con provvedimento del 19 dicembre 2012”. Il chiarimento è tutto a base di “semplici errori”, “fascicoli pendenti non rintracciati, “sviste”, “fatalità”: tutti termini che ben caratterizzano lo stato comatoso della giustizia di casa nostra.

UNA TOGA SCOMODA SUBITO SCIPPATA
Sulla “Fonte del Sisde” viene sottolineato dal pm: “L’AISI, che è subentrata al Sisde, ha riferito con nota riservata della irreperibilità della fonte con la conseguente impossibilità di interpellarla sull’autorizzazione a rivelarne l’identità. Nel corso delle indagini, e vieppiù nel corso dell’istruttoria della Commissione parlamentare d’inchiesta i cui atti sono stati integralmente acquisiti, sono emerse numerose fonti informative tra cui quelle della Digos di Udine e dei servizi di Firenze e di Trieste, alcune delle quali sono state poi escusse, le cui dichiarazioni sono risultate inutili, inattendibili e non verificabili”.
Non la pensava certo allo stesso modo il primo pm del caso Alpi, l’unico che abbia subito visto chiaro nella tragica story, Gianfranco Pititto, il quale aveva appreso molti dettagli interessanti e inquietanti proprio dalla Digos di Udine, che aveva avuto la prontezza di raccoglieri i primi, significativi elementi. Ma proprio per questo al giudice Pititto dopo pochi mesi è stata scippata l’inchiesta: era “ambientalmente incompatibile”, per il fatto che voleva accertare quelle verità troppo scomode, esplosive, sugli esecutori e soprattutto i mandanti eccellenti. Dopo alcuni anni Pititto lascia la magistratura perchè nauseato e scrive un libro che ricalca per filo e per segno il caso Alpi, “Assalto al potere”. Dopo Pititto si sono alternati altri 8 inquirenti, nessuno dei quali è riuscito – chissà perchè – a ritrovare il bandolo della matassa. Fino all’ennesima richiesta odierna di archiviazione.

Giuseppe Pititto
Che così tombalmente si conclude: “Ancora una volta non si può fare a meno di constatare che anche gli elementi pervenuti in limine, i quali apparivano idonei, se non all’identificazione degli autori materiali ovvero dei mandanti dell’omicidio, almeno ad avvalorare la tesi più accreditata del movente che ha portato al gesto efferato o ad esplorare l’ipotesi del depistaggio, si sono rivelati privi di consistenza. Invero gli stessi se non esplicitamente, almeno implicitamente, hanno trovato soluzione e risposta nella selva di atti confluiti nel procedimento”.
Chiude con la richiesta che “il Giudice per le indagini preliminari voglia disporre l’archiviazione del procedimento ed ordinare la trasmissione degli atti al proprio ufficio”.
Avrà mai la forza e la volontà, il prossimo gip, di districarsi nella “selva” e soprattutto di trovare e far parlare quella “fonte” dei servizi mai cercata? Vale più una qualche forma di privacy rispetto alla memoria di Ilaria e Miran? Cosa e chi protegono i servizi di casa nostra?  Perchè nel frattempo la politica, in coro, tace? E anche il governo gialloverde si allinea a tutti i precedenti nell’omertà? Per quale motivo, ancora un volta, i media alzano una cortina di silenzio omertoso?

Ecco a seguire la richiesta di archiviazione del pm Ceniccola.