15 marzo 2018

Rete Voltaire I principali titoli della settimana 15 marzo 2018


Rete Voltaire
Focus




In breve

 
Generale Basbug: da quando Öcalan è in prigione gli Stati Uniti dirigono il PKK
 

 
Scoperti due laboratori di armi chimiche dei "ribelli moderati" siriani
 

 
Pompeo alla segreteria di Stato e Haspel alla CIA
 

 
Evoluzione del mercato delle armi
 

 
Le forze armate russe smentiscono le affermazioni del generale Mattis
 

 
Verso un rilancio del GUAM contro la Russia
 

 
Mosca pronta a lanciare propri sistemi Internet e Swift
 

 
In Germania rifugiati maggioritariamente islamisti (testimonianza)
 

 
Alleanza militare segreta tra Emirati e Corea del Sud
 

 
L'Egitto cede parte del proprio territorio al progetto Neom
 

 
L'esercito polacco sotto protettorato tedesco-statunitense
 
Controversie

 
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13 marzo 2018

Il nuovo arsenale nucleare russo ristabilisce la bipolarità nell'assetto mondiale, di Thierry Meyssan

Mentre gli esperti continuano a interrogarsi su una possibile evoluzione dell'ordine mondiale verso un sistema multipolare, o anche soltanto tripolare, gli inattesi progressi della tecnologia militare russa impongono il ritorno a un'organizzazione bipolare. Ritorniamo sulla lezione degli ultimi tre anni, sino alle rivelazioni del presidente Putin del 1° marzo 2018.


Ritorno alla casella di partenza: il mondo è di nuovo bipolare. Gli Stati Uniti, paghi della propria superiorità, non hanno visto arrivare la ripresa militare della Russia.

Nel secondo trimestre 2012 la Russia e i suoi alleati s’erano impegnati a mettere in campo una forza di pace in Siria, una volta raggiunto l’accordo a Ginevra.
Le cose però andarono diversamente quando la Francia, a luglio 2012, rilanciò la guerra. Benché la Russia avesse ottenuto dall’ONU il riconoscimento dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettivo [1] per poter utilizzare soldati mussulmani, soprattutto del Kazakhistan, nulla accadde. A dispetto delle richieste di aiuto di Damasco, Mosca tacque a lungo. L’aeronautica militare russa arrivò solo dopo tre anni e cominciò a bombardare le installazioni jihadiste sotterranee.
Nei tre anni che seguirono, numerosi incidenti contrapposero Russia e Stati Uniti. Il Pentagono si lamentò, per esempio, dell’anomala aggressività dei bombardieri russi che si avvicinavano alle coste statunitensi. A Damasco ci si chiedeva la ragione del silenzio di Mosca, domandandosi se avesse dimenticato gli impegni presi. Così non era. La Russia stava allestendo segretamente un nuovo arsenale e approdò in Siria solo quando ritenne di essere pronta.
Subito, sin dall’inizio dell’intervento in Siria, l’esercito russo installò, in un raggio di 300 chilometri intorno a Laodicea, un sistema non di disturbo, bensì di sconnessione dei comandi NATO. Lo stesso sistema venne poi installato nel Mar Nero e a Kaliningrad. Oltre a nuovi aeromobili, la Russia utilizzò missili da crociera più precisi di quelli degli USA, lanciati dalla sua marina dal Mar Caspio. Il mese scorso Mosca ha testato sul campo aerei multifunzione dalle performance sinora sconosciute.
Secondo i generali USA sul campo, è evidente che l’esercito russo dispone di forze convenzionali ormai più efficaci di quelle degli Stati Uniti. Ciononostante, i generali che stanno al Pentagono continuano a dubitare dei progressi tecnologici russi, talmente sono sicuri che la superiorità militare statunitense sia eterna. Secondo loro, è semplicemente ridicolo fare un confronto tra le due forze armate, visto che gli Stati Uniti dispongono di un budget otto volte superiore a quello della Russia. Tuttavia, mai nella scienza militare si sono raffrontate le performance di due eserciti rivali basandosi unicamente sull’ammontare del budget, come Vladimir Putin non ha mancato di sottolineare facendo menzione della qualità eccezionale dei soldati russi paragonati a quelli americani.
Comunque sia, benché siano messi un po’ meglio per quanto riguarda le armi convenzionali, i russi non possono simultaneamente impegnarsi in più scenari operativi e Washington ha sempre mantenuto sinora la superiorità nelle armi nucleari.
L’entrata in guerra della fanteria russa, il 24 febbraio 2018, nella Ghuta di Damasco è certamente frutto di un accordo con gli Stati Uniti, che si sono impegnati a non interessarsi più della Siria e, dunque, a non replicare il logoramento che organizzarono contro l’Armata Rossa in Afghanistan. Ed è anche il segno che ora il Pentagono teme che l’esercito russo gli renda la pariglia altrove nel mondo.
Ed è precisamente in questo momento che il presidente Putin ha deciso di contestare la superiorità nucleare USA, annunciando, nel discorso al parlamento del 1° marzo scorso, che la Russia possiede un formidabile arsenale nucleare.
I programmi russi sono suppergiù noti da un pezzo, ma gli esperti immaginavano che non sarebbero stati operativi prima di molto tempo. Invece, per la maggior parte lo sono già. C’è da chiedersi come i russi abbiano potuto metterli a punto all’insaputa dell’intelligence USA. Tuttavia l’hanno fatto con il Su-57: la CIA supponeva non potesse essere pronto prima del 2025, mentre è stato testato in combattimento tre settimane fa.
Vladimir Putin ha rivelato il suo nuovo arsenale. Il missile balistico intercontinentale (ICBM) Sarmata (dal nome di un antico popolo russo che praticava l’uguaglianza fra uomini e donne) riprende la tecnica della “testata orbitale”, che negli anni Settanta ha reso possibile la superiorità dei russi, abbandonata dall’Unione Sovietica in seguito alla firma e alla ratifica degli accordi SALT II. Ebbene, il senato USA non ha mai ratificato tale Trattato, così facendolo decadere. Questo tipo di missile, la cui testata, messa in orbita e poi entrata nell’atmosfera, si avventa sul bersaglio, con un raggio d’azione illimitato. I Trattati che proibiscono la nuclearizzazione dello spazio vietano di mettere una carica nucleare in orbita permanente, ma non ne vietano l’ingresso nello spazio per una parte del tragitto. Allo stato attuale della scienza militare, questo missile non può essere intercettato mentre si trova nello spazio. Il Sarmata può comparire nell’atmosfera e attaccare qualunque cosa, ovunque.
Il missile Daga (Kinzhal in russo), che deve essere tirato da un bombardiere per raggiungere nell’atmosfera una velocità ipersonica, ossia superiore cinque volte a quella che occorre per raggiungere il muro del suono. Questa velocità vertiginosa rende impossibile intercettarlo. Il Daga è stato testato con successo tre mesi fa.
La Russia dispone anche di un motore a energia nucleare (ossia di una centrale nucleare), miniaturizzato al punto da poter equipaggiare un missile da crociera a carica nucleare. Poiché i missili da crociera hanno una traiettoria imprevedibile e poiché questo motore ha un’autonomia pressoché infinita, i missili così allestiti sono per il momento invincibili.
Questo motore permette a un drone sottomarino di trasportare una carica nucleare considerevole a una velocità parecchie volte superiore a quella di un sottomarino classico. Oltre agli effetti radioattivi, la carica trasportata può scatenare uno tsunami di 500 metri di altezza al largo di qualsiasi costa atlantica.
Ancora, la Russia sta cercando di mettere a punto un proiettile supersonico, l’Avanguardia, che sommerebbe non soltanto le peculiarità del passaggio nello spazio del Sarmata e della velocità del Daga, ma avrebbe anche una traiettoria che potrebbe essere corretta lungo il tragitto.
Le nuove armi nucleari russe sono pensate per rendere inoperante lo “scudo” antimissile, che da una quarantina d’anni il Pentagono sta allestendo, base dopo base, nel mondo intero. Non è un problema di superiorità di forza, ma di concezione tecnica. Di fronte a queste armi, il principio dello scudo non offre alcuna possibilità di difesa.
Ma non è finita: il presidente Putin ha annunciato la realizzazione di un’arma laser di cui non ha svelato le caratteristiche. Pare sia in grado di intercettare una parte dei vettori USA.
Per il momento, gli stati-maggiori dei Paesi membri della NATO non credono una parola di queste affermazioni, tanto queste armi sono ai loro occhi fantascienza.
Tuttavia, la storia ci ha insegnato che la Russia, Paese degli scacchi e non del poker menzognero, non bluffa mai sul proprio arsenale. Spesso ha dato a intendere che armi ancora in fase di studio fossero operative, ma non ha mai ufficialmente spacciato per armi “pronte al combattimento” quelle che invece ancora non lo erano. Le oltre 200 nuove armi utilizzate in Siria ci hanno convinto del progresso tecnologico raggiunto dagli scienziati russi.
I notevolissimi progressi della Russia hanno fatto perdere agli Stati Uniti il privilegio della prima offensiva. Ora, in caso di guerra nucleare, i due Grandi potranno colpirsi vicendevolmente. È vero che gli USA avranno a disposizione un numero considerevolmente maggiore di missili a testata nucleare, ma la Russia sarà in grado di intercettarne un gran numero. Avendo ciascuno la potenzialità di devastare più volte il pianeta, in questo tipo di scontro i due Paesi si troverebbero teoricamente di nuovo in situazione di parità.
Il complesso militar-industriale degli Stati Uniti è in panne da oltre una ventina d’anni. Il più importante progetto avionico della storia, l’F-35, doveva sostituire gli F-16, gli F-18 e gli F-22, ma Lockheed-Martin non è in grado di ideare i software annunciati. Allo stato attuale l’F-35 è in realtà totalmente inadempiente rispetto al capitolato e l’US Air Force sta considerando la possibilità di riprendere la produzione dei vecchi aeromobili.
Certo, il presidente Donald Trump e la sua squadra hanno deciso di attirare nuovi cervelli negli Stati Uniti per rilanciare la produzione di armamenti e costringere la lobby militar-industriale a corrispondere ai bisogni del Pentagono, invece di vendergli sempre le stesse vecchie carcasse. Però occorreranno almeno vent’anni per recuperare il ritardo accumulato.
I progressi della Russia, non solo sconvolgono l’ordine mondiale ristabilendo un sistema bipolare che smentisce le attese, ma costringono anche gli strateghi a ripensare la guerra.
La storia ci ha insegnato che pochi uomini sanno mettere immediatamente in atto i cambiamenti del paradigma militare. Nel XV secolo, quando gli eserciti francese e inglese si diedero battaglia ad Azincourt, i cavalieri francesi con l’armatura furono annientati dagli arcieri e dai balestrieri inglesi a piedi, sebbene questi fossero inferiori di numero. Tuttavia, i generali persistettero a privilegiare il corpo a corpo rispetto al combattimento a distanza con frecce e palle. Per un altro secolo i cavalieri in armatura continuarono a farsi massacrare sui campi di battaglia.
Per esempio, dopo la disfatta, nel 1991, del presidente Hussein nell’operazione Tempesta del deserto, non c’è stata più alcuna battaglia di carri. Eppure, quasi tutti gli eserciti non hanno saputo cogliere il monito di quanto accaduto. La vittoria nel 2006 di piccoli gruppi di Resistenti dello Hezbollah contro i carri Merkava israeliani ha dimostrato in modo inequivocabile la vulnerabilità di questi mezzi armati. Rari sono gli Stati che ne hanno tratto le conseguenze, come per esempio l’Australia e la Siria. La Russia stessa persiste a produrre enormi fortezze su cingoli che non resisterebbero ai loro stessi RPG [missili portatili anticarro, ndt] correttamente maneggiati.
L’arsenale russo è sicuramente invincibile se si cerca di combatterlo con metodi antiquati. Per esempio, è impensabile intercettare proiettili supersonici, ma si potrà forse prenderne il controllo prima che raggiungano l’apice della velocità. Le ricerche militari si stanno quindi orientando in direzione di un controllo dei comandi e delle comunicazioni nemiche. Che sfortuna! Anche in questo campo i russi sono in vantaggio.

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12 marzo 2018

Il giallo David Rossi / un libro per non dimenticare

"Se tu potessi vedermi ora" è il titolo del fresco di stampa firmato da Carolina Orlandi e dedicato a David Rossi, il compagno della madre ed ex capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, 'suicidato' dal quinto piano di palazzo Salimbeni, a Siena. Esce per la collana di Mondadori "Strade blu", uno strumento – sottolinea Carolina – per dar forza ai fatti.
La storia è tragicamente nota e la Voce (potete leggere i link in basso) ne ha scritto più volte,  soprattutto circa le incredibili (già due) richieste di archiviazione della procura di Siena, nonostante la mole di prove in grado di documentare come David "non si è suicidato" ma è stato suicidato.
Lo conferma Carolina, 25 anni, che ha trovato la forza di raccontare in prima persona "chi era davvero David e cosa vuol dire per una famiglia normale trovarsi da un giorno all'altro dentro una vicenda come questa: era necessario poterla raccontare – prosegue – per esorcizzarla e riuscire a razionalizzarla".
Ecco come è nata la forza della narrazione: "ero a lezione per un corso di giornalismo e mi è arrivato un lampo. Ho capito che la mia verità, al di là delle carte e del tribunale, doveva essere raccontata. Voglio che questo libro porti innanzitutto consapevolezza negli altri per quanto riguarda la nostra storia, così come per tante altre. Spero che davanti a situazioni simili non possa più esserci indifferenza". E sono tanti i tragici buchi neri sui quali è stata piazzata un'altra pietra tombale dalla giustizia di casa nostra, o sta per esserlo: per fare un solo, clamoroso esempio l'uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
O nel caso del campione di ciclismo Marco Pantani, un altro giallo su cui è calata la scure dell'archiviazione, decisa in Cassazione a settembre 2017, nonostante le 100 e passa anomalie documentate dal legale della famiglia, Antonio De Renzis.
E di anomalie è zeppa la fine di David Rossi. Ne riporta alcune alla memoria Carolina. "Mi attengo a ciò che ormai sanno tutti. La caduta dell'orologio di David, 33 minuti dopo l'impatto del suo corpo sul selciato; le ferite sulla parte anteriore del corpo, non compatibili con la caduta; il fatto che la Procura non ha mai chiesto di esaminare i filmati delle telecamere interne alla banca".
Visto che la procura senese dorme, oggi ad indagare c'è quella di Genova. Verrà fatta finalmente luce sul giallo? Verrà spiegato come mai le toghe toscane sono assonnate ? E il perchè di non pochi depistaggi?
Nella foto Carolina Orlandi

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11 marzo 2018

Il parroco di Damasco: i "ribelli" bombardano noi e uccidono i civili di Ghouta

Nell'enclave in mano ai ribelli a pochi chilometri da Damasco, la zona di Goutha, i civili sono vittime dei bombardamenti ma anche degli stessi ribelli. Ce ne parla MUNIR HANASHY

A comando, l'indignazione del mondo occidentale si alza. Da quando l'astuta menzogna della politica estera di Barack Obama ha dipinto il presidente siriano Assad come un dittatore da eliminare come già fatto con Gheddafi, basta un colpo di bacchetta e la scena si ripete. Foto di bambini morti, gente travolta dalle macerie di case bombardate, gas chimici che avrebbero fatto addirittura una vittima (un bombardamento con gas chimici, se veramente fosse stato tale, di vittime ne avrebbe fatte a migliaia), titoli a lettere giganti del tipo "L'inferno di Goutha, duemila morti nel silenzio del mondo". Nessuno nega che nell'enclave di Goutha, a pochi chilometri da Damasco, una delle ultime zone rimaste in mano ai ribelli anti-Assad tra cui la gran parte sono miliziani di al Qaeda, sostenuti e armati da sempre dagli Stati Uniti, ci siano vittime civili; ma forse, come ci ha detto padre Munir Hanashy, parroco a Damasco (raggiunto al telefono dopo ore di bombardamenti sulla capitale siriana da parte dei "ribelli") sarebbe ora di ammettere che ci sono due facce alla medaglia dipinta da Obama e dal suo successore Trump, il cui unico interesse è sempre stato eliminare Assad in quanto alleato di russi e iraniani. 
Padre Munir, ci giungono notizie di stragi immani tra i civili che si trovano nella zona di Goutha, massacrati dai bombardamenti dell'esercito governativo, che cosa ci può dire della situazione?
Io vorrei pregare voi giornalisti occidentali di smettere di dipingere quello che accade in Siria da anni e anche adesso come una strage di innocenti voluta dal governo siriano.
Perché, invece di cosa si tratta?
Date tutte e due le facce della medaglia, per favore. Fate lo sforzo di conoscere la nostra realtà e dipingetela senza menzogne.
Ci spieghi.
Non c'è solo Goutha dove la gente muore. Di quello che succede qui a Damasco non parla nessuno ma sono settimane che siamo sotto alle bombe dei ribelli. Le scuole sono chiuse, la vita sociale ed economica è paralizzata, siamo stati fino a pochi minuti fa sotto ai colpi di mortaio provenienti da Goutha, dai ribelli.
Staranno cercando di difendersi dagli attacchi.
Ma noi a Damasco sono anni che siamo attaccati, lei pensa che un governo che ha a cuore i suoi cittadini possa non reagire e cercare di spazzare via questi cosiddetti ribelli e cercare di difenderci? Non sono neanche più colpi di mortai, hanno imparato a fabbricare missili e ci colpiscono con quelli.
Di mezzo ci vanno i civili di entrambe le parti, no?
Purtroppo, ma nessuno dice che appena è cominciata la tregua proposta da Putin e sono stati aperti i corridoi umanitari, i civili di Goutha che cercavano di fuggire sono stati presi di mira dai cecchini ribelli. O che molti civili sono siriani rapiti che vengono rinchiusi in gabbie messe lungo il confine così che il nostro esercito non possa bombardare. Loro usano scudi umani, lo hanno sempre fatto in questa guerra, anche ad Aleppo.
Dunque lei, anche da sacerdote cristiano, non ritiene che l'esercito governativo stia esagerando in questa offensiva?
In questo esercito ci sono i nostri figli, ci sono i ragazzi della mia parrocchia. Purtroppo dove ci sono gruppi terroristici, questi vanno bombardati. Il governo siriano ha proposto più volte a questa gente di lasciar andar via i civili, ma non vogliono. Da anni soffriamo morte e distruzioni da parte di questi gruppi, è ora che finisca.
Certo le sue parole danno una visione diversa di quello che scrive la stampa occidentale…
Io sono direttore delle scuole salesiane di Damasco, quante volte ho dovuto dire ai ragazzi andate a nascondervi, chiudiamo la scuola perché ci bombardano. Ma questo nessuno di voi lo ha mai scritto, Damasco è una città di otto milioni di persone che vivono nel terrore. Scrivete la verità: i cattivi non siamo noi, il nostro esercito cerca solo di difenderci. Il sangue degli innocenti ricade sulle milizie dei ribelli.
 (Paolo Vites)

09 marzo 2018

10th Annual Zeitgeist Day, Frankfurt Germany, April 7th 2018


Zday 2018 
 The 10th Annual Zeitgeist Day | April 7th 2018 |  Frankfurt, Germany

www.thezeitgeistmovement.com
Recognized as the largest grassroots social movement in the world with official chapters in over 60 countries, The Zeitgeist Movement (TZM) announces its 10th annual "Zeitgeist Day".

Also known as "ZDay" for short, this global awareness campaign features a main event with prominent Movement speakers and guests from all over the world, while working in solidarity with other parallel events occurring during the same day and/or weekend. The gesture is one of global unity towards social betterment and a more humane society.

Prior main events have been documented by news agencies, including the New York Times and Huffington Post in America, with attendees and members coming from all around the world to discuss the state of society and how to improve it in a real way. Contrary to most conferences of this nature, TZM does not see needed social changes coming from the political or economic establishment. It sees it coming from the public itself through grassroots reform since TZM views the core problems in the world as actually originating from the very foundation of the eco-politico establishment to begin with. The problem is the system itself, in the view of The Movement.

The 2018 main event will be held in Frankfurt, Germany at the "Kunstverein Familie Montez" on April 7th, 2018, 15:00 - 20:00 CET. The 2018 symposium will address the growing severity of emerging social destabilization, war, income inequality, slavery, dramatic environmental failures and, in short, overall public health and societal crises playing out on the Earth's stage today.
Sincerely,
TZM

05 marzo 2018

[Reseau Voltaire] L'armée de Terre russe à Damas 28 02 2018

Réseau Voltaire
Exclusif
L'armée de Terre russe à Damas
par Thierry Meyssan
Tous les commentateurs ont souligné au cours des quatre dernières années l'impossibilité pour la Russie de déployer des troupes terrestres face aux jihadistes en Syrie au risque de revivre leur défaite d'Afghanistan. Mais ce qui est vrai si Moscou s'affronte par proxies interposés à Washington, est faux si les deux Grands s'accordent sur l'avenir non seulement de la Syrie, mais de la région. Thierry Meyssan a été le premier au monde à annoncer l'arrivée de l'armée russe en Syrie, en 2015. Il est aujourd'hui le premier à annoncer le déploiement de son infanterie.
Réseau Voltaire | Damas (Syrie) | 1er mars 2018
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Vladimir Poutine (président de la Fédération de Russie) et le général Alexander Bortnikov (directeur du contre-espionnage russe — FSB)
Washington a décidé de reléguer le projet de destruction des États et des sociétés du Moyen-Orient élargi au second plan de ses préoccupations, et de concentrer ses forces pour s'opposer au projet chinois de route de la soie. C'est ce qui aurait été acté par le président Donald Trump et le Premier ministre australien (représentant les Britanniques) Malcolm Turnbull, le 24 février à la Maison-Blanche.
Il ne s'agit pas simplement du conflit traditionnel entre l'Empire maritime anglo-saxon d'une part et le projet commercial terrestre chinois d'autre part. Mais aussi du danger que fait courir l'industrie chinoise à celle de l'ensemble du monde développé. Pour faire vite, alors que dans l'Antiquité, les Européens étaient avides des soies chinoises, aujourd'hui tous les Occidentaux craignent la concurrence des voitures chinoises.
Beijing ayant renoncé à faire passer la route de la soie sur son tracé historique de Mossoul et de Palmyre, les États-Unis n'ont plus d'intérêt à sponsoriser des jihadistes pour créer un Califat à cheval sur l'Iraq et la Syrie.
C'est également le 24 février que la Russie et les États-Unis ont présenté la résolution 2401 au Conseil de sécurité ; texte qui était déjà prêt depuis la veille et dont pas un mot n'a été changé tandis que l'on faisait mine de poursuivre des tractations.
Prétendument adoptée en réponse à la campagne médiatique française pour sauver la population de la Ghouta, cette résolution traite en réalité de la solution pour presque toute la Syrie.
Elle laisse en suspens la question du retrait des troupes turques et états-uniennes. Concernant ces dernières, il n'est pas impossible qu'elles rechignent à quitter l'extrême Nord-Est du pays. En effet, si la Chine décidait de faire passer la route de la soie par la Turquie, Washington soufflerait sur les braises pour créer un Kurdistan en territoire kurde (si l'on admet que l'Anatolie du Sud-Est n'est plus un territoire arménien depuis le génocide) et couper la route de Beijing.
Moscou a déplacé de nouveaux avions sur sa base d'Hmeimim, dont deux avions furtifs Su-57 ; des bijoux de technologie que le Pentagone n'imaginait pas opérationnels avant 2025.
Surtout, Moscou, qui jusqu'à présent limitait son engagement en Syrie à son armée de l'Air et à quelques Forces spéciales, a secrètement acheminé des troupes d'infanterie.
Le 25 février au matin, l'Armée de Terre russe est entrée aux côtés de l'Armée arabe syrienne dans la Ghouta orientale.
Il est désormais impossible, pour qui que ce soit, d'attaquer Damas ou de tenter de renverser la République arabe syrienne sans provoquer automatiquement de riposte militaire russe.
L'Arabie saoudite, la France, la Jordanie et le Royaume-Uni, qui avaient secrètement constitué le « Petit Groupe », le 11 janvier, afin de saboter la paix de Sotchi, ne pourront plus rien entreprendre de décisif.
Les gesticulations des ministres britannique et français des Affaires étrangères, Boris Johnson et Jean-Yves Le Drian, ne peuvent masquer le nouvel accord entre la Maison-Blanche et le Kremlin ainsi que la légalité internationale de la présence militaire russe et son action en faveur des civils prisonniers des jihadistes.
Ils ne peuvent espérer remettre cet accord en question comme leurs pays respectifs le firent en juillet 2012, tant les situations sur le terrain et dans le monde ont changé.
Si nécessaire, nous feindrons tous de ne pas savoir que les deux principales factions armées présentes dans la Ghouta orientale (la pro-saoudienne et la pro-qatarie) dépendaient d'Al-Qaïda. Elles seront discrètement exfiltrées. Les officiers du MI6 britannique et de la DGSE française (qui agissaient sous couvert de l'ONG Médecins sans frontières) seront rapatriés.
La guerre n'est pas terminée sur l'ensemble du territoire, mais elle l'est déjà à Damas.
Thierry Meyssan
Al-Watan, #2847
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Al Qaeda attaque le ministère syrien de la Défense le 26 septembre 2012

04 marzo 2018

Esclusivo: la fanteria russa a Damasco, di Thierry Meyssan


Vladimir Putin (presidente della Federazione di Russia) e il generale Alexander Bortnikov (direttore del contro-spionaggio russo – FSB).


Negli ultimi quattro anni tutti i commentatori hanno continuamente rilevato l'impossibilità per la Russia di dispiegare contro gli jihadisti truppe terrestri in Siria per il rischio che si ripeta la disfatta dell'Afghanistan. Ciò sarebbe vero se Mosca si scontrasse con Washington per interposti mercenari, non accadrebbe invece se i due grandi si accordassero sul futuro non solo della Siria, ma dell'intera regione. Nel 2015 Thierry Meyssan è stato il primo al mondo ad annunciare l'arrivo dell'esercito russo in Siria. Oggi è il primo ad annunciare lo spiegamento della fanteria russa.

03 marzo 2018

Aggressione camuffata da guerre civili, di Thierry Meyssan

Se ci si darà la pena di guardare con distacco i fatti, si constaterà che i vari conflitti che da sedici anni insanguinano l'intero Medio Oriente Allargato, dall'Afghanistan alla Libia, non sono una successione di guerre civili, bensì l'attuazione di strategie regionali. Ripercorrendo gli obiettivi e le tattiche di queste guerre, a cominciare dalla "Primavera araba", Thierry Meyssan ne osserva la preparazione del prosieguo.
A fine 2010 cominciò una serie di guerre, presentate inizialmente come sollevamenti popolari. Tunisia, Egitto, Libia, Siria e Yemen furono poi travolti dalla "Primavera araba", riedizione della "Grande rivolta araba del 1915" iniziata da Lawrence d'Arabia, con un'unica differenza: questa volta non si trattava di appoggiarsi ai Wahhabiti, ma bensì ai Fratelli Mussulmani.
Questi accadimenti erano stati minuziosamente pianificati sin dal 2004 dal Regno Unito, come dimostrano i documenti interni del Foreign Office, rivelati dallo whistleblower [lanciatore d'allarmi] britannico Derek Pasquill [1]. Con l'eccezione del bombardamento di Tripoli (Libia) ad agosto 2011, tali eventi erano frutto non soltanto delle tecniche di destabilizzazione non violente di Gene Sharp [2], ma anche della guerra di quarta generazione di William S. Lind [3].
Messo in atto dalle forze armate USA, il progetto britannico di "Primavera araba" si sovrappose a quello dello stato-maggiore americano: la distruzione delle società e degli Stati su scala regionale, formulata dall'ammiraglio Arthur Cebrowski, resa popolare da Thomas Barnett [4] e illustrata da Ralph Peters [5].
Nel secondo trimestre 2012 la situazione sembrò calmarsi, tanto che Stati Uniti e Russia si accordarono il 30 giugno a Ginevra su una nuova ripartizione del Medio Oriente.
Ciononostante, gli Stati Uniti non onorarono la propria firma. Una seconda guerra iniziò a luglio 2012, dapprima in Siria poi in Iraq. Ai piccoli gruppi e ai commando subentrarono vasti eserciti di terra, composti da jihadisti. Non era più una guerra di quarta generazione, bensì una classica guerra di posizione, adattata alle tecniche di Abou Bakr Naji [6].
Allorché la Cina svelò le proprie ambizioni, la volontà di prevenire la riapertura della "via della seta" si sovrappose ai due antecedenti obiettivi, conformemente agli studi di Robin Wright [7].
Nell'ultimo trimestre 2017, con la caduta di Daesh, gli avvenimenti sembrarono nuovamente placarsi, ma gli investimenti nei conflitti del Medio Oriente Allargato erano stati così ingenti che era impossibile per i partigiani della guerra rinunciarvi senza aver ottenuto risultati.
Si assistette così a un tentativo di rilancio delle ostilità con la questione kurda. Dopo un primo scacco in Iraq ce ne fu un secondo in Siria. In entrambi i casi, la violenza dell'aggressione indusse Turchia, Iran, Iraq e Siria a compattarsi contro il nemico esterno.
Alla fine il Regno Unito ha deciso di perseguire l'obiettivo iniziale di egemonia attraverso i Fratelli Mussulmani e per farlo ha costituito il "Gruppo Ristretto", rivelato da Richard Labévière [8], struttura segreta che include Arabia Saudita, Stati Uniti, Francia e Giordania.
Da parte loro, gli Stati Uniti, applicando il "Pivot verso l'Asia" di Kurt Campbell [9], hanno deciso di concentrare le proprie forze contro la Cina e hanno di nuovo formato, con Australia, India e Giappone, il Quadriennal Security Dialogue.
Frattanto, l'opinione pubblica occidentale continua a credere che il conflitto unico che ha già devastato il Medio Oriente allargato, dall'Afghanistan alla Libia, sia una successione di guerre civili per la democrazia.

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La battaglia di Damasco e del Ghuta orientale, di Serge Marchand

La città di Damasco e la campagna a est della capitale, il Ghuta orientale, sono teatro di violenti scontri tra al-Qaida, sostenuta da Regno Unito e Francia, e l'Esercito arabo siriano. La Repubblica cerca di liberare la popolazione da sette anni di occupazione e sharia. Ma le potenze coloniali non ci sentono da quell'orecchio.

Damasco veniva permanentemente bombardata da al-Qaida per sei anni. Qui, una bomba, sparata dal Ghuta orientale cade su una casa nel quartiere di Ruqun al-Din, il 23 febbraio 2018, uccidendo tre persone e ferendone altre 15.
Negli ultimi sei anni, il Ministero della Riconciliazione ha firmato più di mille accordi ed ha amnistiato decine di migliaia di terroristi, reintegrati nella società, a volte persino nell'esercito. Nel Ghuta occidentale hanno accettato, ma mai nella parte orientale.
Quest'area, abbastanza grande, era popolata prima della guerra da più di 400000 persone. Secondo le Nazioni Unite, sono oggi 367000. Secondo il governo, molto meno, in ogni caso non più di 250000.
La città principale è un sobborgo piuttosto malfamato, Duma, conosciuto prima della guerra per i bordelli e la mafia.
In realtà, questa zona è occupata da al-Qaida, che si fa chiamare Jaysh al-Islam, supervisionata dalle SAS inglesi e da ufficiali del DGSE francese sotto la copertura dell'ONG Medici senza frontiere. Principalmente i combattenti sono guidati dalla famiglia al-Lush, dai grandi patrimoni a Londra.

02 marzo 2018

PTV News 28.02.18 - Siria: Le fake news sulle armi chimiche per proteggere i tagliagole

Il conflitto nella Ghouta e la memoria corta dell’Occidente

Spesso si afferma che in guerra la prima vittima è la verità, resa parziale da ogni parte e resa quasi del tutto strumentale dagli attori presenti sul campo; ma in realtà, ciò che ancor prima della verità viene tolto di mezzo da un determinato conflitto è la stessa memoria: tutto viene resettato, anche la stessa storia viene resa funzionale al racconto ed alla narrativa imposta da chi vince o da chi, invece, spera di vincere. La memoria corta è una delle piaghe che affligge l'informazione inerente il conflitto siriano; è vero che fanno male le bombe russe, così come quelle americane ed è altrettanto vero che a causare vittime civili spesso sono sia i kamikaze delle sigle jihadiste così come i raid dei governativi, pur tuttavia dimenticare cosa accaduto e come si è arrivati al fatidico numero sette nel conteggio degli anni di guerra siriana, appare operazione scellerata e, nella migliore delle ipotesi, frutto di disonestà intellettuale. A prescindere da ogni considerazione politica che si possa avere su Assad e sul suo governo, dimenticare che la Siria non è stata attraversata da una vera 'rivoluzione' ma invasa da orde di jihadisti, stranieri e non, fa perdere di vista ogni giudizio obiettivo sul conflitto.

Cosa è accaduto nel Ghouta Est tra il 2012 ed il 2013

Proprio come accaduto nella zona est di Aleppo, non appena il legittimo governo siriano si prepara a strappare un determinato territorio alle sigle jihadiste, si scopre che il paese arabo ha un numero di ospedali per abitanti tra i più alti al mondo ed una quantità di edifici scolastici da fare invidia anche ai paesi più industrializzati; nel Ghouta l'operazione volta a strappare dalle mani takfire gli ultimi brandelli di una Damasco che da cinque anni vive con lo spettro di razzi e missili lanciati verso il centro, è iniziata da pochi giorni ma già nel mondo dell'informazione occidentale circolano gli stesso video visti e rivisti per Aleppo e per Homs, dove i raid russi e siriani vengono dipinti come brutali mezzi in grado di distruggere ogni volta strutture ospedaliere ed obiettivi sensibili. Ben lungi dall'esultare per l'arrivo sulle teste di tanti civili di bombe e colpi d'artiglieria, è utile però ricordare il motivo per il quale questa crisi non è possibile risolverla per vie diplomatiche: nel Ghouta Est risiedono alcune delle più pericolose sigle jihadiste che hanno messo piede in Siria, tali gruppi nell'estate del 2012 hanno cinto d'assedio la capitale siriana prima di rintanarsi in questa regione posta nella periferia orientale damascena.
Gli abitanti del Ghouta Est sanno bene cosa vuol dire aver iniziato a convivere con la presenza di uomini barbuti inneggianti alla jihad; molti civili hanno visto portare via le proprie mogli, i propri figli ed i propri affetti da terroristi che non hanno avuto scrupoli nel rinchiudere centinaia di innocenti in gabbia per piazzarli sui tetti dei palazzi, in modo da utilizzarli come scudi umani contro i raid governativi. Specialmente tra il 2012 ed il 2013, quando si è ben capito come l'offensiva jihadista non era destinata a centrare l'obiettivo a Damasco, la scure della follia islamista si è abbattuta nei quartieri della capitale e del Ghouta est da loro controllati; ma non solo: nel novembre 2015hanno fatto il giro del mondo le immagini di un corteo, composto da almeno cento gabbie con all'interno almeno sette od otto persone, sfilare lungo una città del Ghouta in un'atmosfera di gogna che ha poi preceduto l'allocazione di tali gabbie sopra i tetti dei palazzi più alti.
Non c'erano nemici o militari dentro quelle sbarre improvvisate, bensì solo civili colpevoli di essere alawiti come il presidente Assad; un'azione criminale di inaudita crudeltà, compiuta tra gli sguardi attoniti dei mariti che vedevano le proprie mogli rinchiuse come animali e portate chissà dove, senza forse la possibilità di rivederle. Il Ghouta Est è dal 2012 occupato, è questo il verbo giusto da utilizzare, da gente senza scrupoli ed i cui atti criminali sono inqualificabili oltre che ingiustificabili; gruppi di terroristi armati e sostenuti, politicamente e non solo, da quei paesi che hanno da subito appoggiato la presunta rivolta siriana anti Assad in nome proprio della democrazia e del rispetto dei diritti umani. Un'accozzaglia di integralisti e terroristi che dal 2012 tiene sotto scacco Damasco, non solo intesa come sede del governo siriano, ma come città dove vivono almeno due milioni di persone la cui quotidianità è provata dal pericolo di uscire da casa e beccarsi un colpo di mortaio sparato dal Ghouta.

Come viene vissuta a Damasco la nuova operazione

Intanto, mentre si fa riferimento da più parti alle conseguenze dei raid siriani e russi nelle città del Ghouta, nel cuore della capitale siriana la popolazione vive nel terrore delle ritorsioni islamiste per l'operazione avviata dall'esercito fedele ad Assad; nella giornata di lunedì, un razzo ha colpito un taxi in una delle vie più trafficate di Damasco, uccidendo un civile. Questo è soltanto l'ultimo episodio che vede la città più popolosa della Siria essere oggetto di attacchi a colpi di mortaio e razzi da parte delle sigle che controllano il Ghouta, i quali non hanno mancato di provocare nell'ultimo mese ancora morti e feriti; la percezione di una sicurezza sempre più precaria rischia di impadronirsi degli animi dei damasceni, anche se la popolazione continua a vivere la sua quotidianità nella speranza che l'assalto alle posizioni delle sigle jihadiste a pochi chilometri dal centro possa finalmente allontanare per sempre la guerra dalla città.
Soffrono sia i damasceni che gli abitanti del Ghouta Est, del resto gli innocenti sono tali in quanto parti non direttamente in causa del conflitto ed è per questo che da entrambe le parti essi vivono il comune destino di essere vittime di un qualcosa più grande di loro; pur tuttavia, dimenticarsi cosa accaduto in questa regione già cinque anni fa, omettendo le crudeltà commesse da chi ha occupato questa zona, è un'operazione che rischia di prolungare l'agonia di milioni di civili, siano essi di Damasco, del Ghouta o di altre zone di questo martoriato paese.