Il Rodeo e il Trono: perché il 3 Novembre potrebbe non essere come ve lo raccontano
Un'analisi controcorrente delle midterm americane, tra sondaggi pilotati, apparati di potere e la funzione politica del caos.
Mancano pochi giorni al 3 novembre e i media americani sono già pronti con la sceneggiatura: i Democratici stanno per strappare il Congresso, Trump è un presidente finito, il "vento blu" soffia da ogni angolo. I sondaggi lo confermano, i modelli predittivi lo certificano, gli editorialisti lo danno per scontato.
Ricordate cosa successe nel 2016? Clinton era in vantaggio in quasi tutti i sondaggi nazionali e negli swing state. Alcuni modelli le davano oltre il 90% di probabilità di vittoria. Un solo uomo — Michael Moore, regista progressista e non certo un fan di Trump — pubblicò un'analisi in cui sosteneva che il miliardario newyorkese poteva vincere. Fu trattato da disfattista, da traditore della causa. Poi vinse Trump, e Moore fu l'unico ad aver visto ciò che nessuno voleva vedere.
Perché i numeri non bastano
I Democratici hanno bisogno di soli 3 seggi netti alla Camera e 4 al Senato. Sembra poco. In realtà è un abisso, per tre ragioni che nessun sondaggio misura.
Primo: le mappe elettorali. Dopo il censimento, i distretti sono stati ridisegnati a vantaggio repubblicano in quasi tutti gli stati chiave. È un vantaggio strutturale, non congiunturale. Nessun vento elettorale lo compensa in un solo ciclo.
Secondo: il cross-over voting. L'elettore moderato che detesta Trump ma non vuole votare Democratico non attraversa il confine partitico. Vota il repubblicano "addomesticato" — e in molti distretti competitivi quel candidato esiste. Il voto anti-Trump, paradossalmente, protegge i Repubblicani.
Terzo: il giorno del voto. Metà degli elettori repubblicani vota di persona il 3 novembre. I Democratici hanno dominato il voto anticipato, ma il sistema americano premia chi si presenta fisicamente il giorno fatidico. Il vantaggio democratico rischia di essere riassorbito.
Il "cavallo pazzo trombone narcisista" e la sua funzione
Trump non è in scheda. Il suo nome non compare in nessuna urna. Eppure, se i Repubblicani tengono, il vincitore è lui. È una vittoria paradossale: un presidente al 31% di approvazione — il più basso di entrambi i suoi mandati, secondo Reuters/Ipsos — che porta il suo partito alla sopravvivenza istituzionale.
Come è possibile?
Perché il "cavallo pazzo" non è un incidente del sistema. È il sistema che parla con la voce che gli serve in questa fase. La sua funzione non è governare con competenza — è impedire che qualcos'altro accada.
Il rodeo è un sovraccarico cognitivo di massa. Mentre l'opinione pubblica discute dei suoi tweet, dei suoi comizi con posti vuoti (Reuters ha documentato sezioni vuote anche in arene di dimensioni modeste), delle sue ossessioni per le folle che non ci sono, la politica estera ed economica prosegue in continuità con decenni di prassi.
"Standard U.S. foreign policy stripped of hypocrisy" — la stessa politica, senza la maschera dell'ipocrisia.
La vittoria repubblicana significherebbe che il "cavallo pazzo" ha svolto il suo compito: tenere il campo occupato mentre l'apparato agisce.
Cosa succede dopo: due strade
Se i Repubblicani tengono — e io penso che terranno — ci troviamo davanti a un bivio che nessuno sta discutendo.
La prima strada: il consolidamento. La vittoria repubblicana viene letta come un segnale di resilienza del MICIMATT — il complesso militare-industriale-congressuale-intelligence-media-accademia-think-tank che Ray McGovern ha battezzato con quell'acronimo. In questo scenario, Trump resta un esecutore. La politica estera interventista, il sostegno all'industria bellica, la continuità con le amministrazioni precedenti proseguono senza scosse. Il "rodeo" viene assorbito come folklore politico. In Europa il messaggio è chiaro: l'alleato americano è affidabile per chi ha bisogno di "marines", non di diplomatici. La NATO si consolida, la spesa militare occidentale aumenta. Il "regime anziano" si consolida, ma la sua stabilità è apparente. L'erosione continua, silenziosa, sotto la superficie del rodeo.
La seconda strada: le doglie del parto. La vittoria repubblicana è l'ultimo spasmo del regime anziano prima della frattura. Trump, rafforzato dalla vittoria indiretta, accelera con una libertà che l'apparato non aveva previsto. Il "cavallo pazzo" smette di essere funzionale e diventa ingovernabile — non per follia, ma perché la base che lo sostiene pretende trasformazioni che l'establishment non può concedere senza perdere i propri privilegi. I regimi anziani occidentali — dalla UE al Regno Unito, dal Giappone all'Australia — leggono la vittoria trumpiana come un contagio: il populismo anti-élite che vince negli USA legittima le loro opposizioni interne. Il "parto" è doloroso: instabilità economica, crisi istituzionali, conflitti sociali. Ma è il prezzo del passaggio.
Il nodo che nessuno scioglie
Eisenhower, nel suo discorso di addio del 17 gennaio 1961, avvertì il paese contro il complesso militare-industriale. Chi viene dall'interno del sistema militare può vedere il problema, ma non è detto che possa risolverlo dall'interno.
Il Manifest Destiny — il "destino manifesto" che fonda l'eccezionalismo americano — fu usato dai Democratici nel 1844 per giustificare l'annessione del Texas e la guerra contro il Messico. I Repubblicani di Lincoln lo rifiutavano. Poi i ruoli si sono invertiti, più volte. Ma gli interessi di fondo — espansione, controllo, superiorità — sono rimasti trasversali.
È esattamente ciò che Gore Vidal — romanziere e saggista, forse il più lucido anatomista del potere americano — sosteneva quando ripeteva che i due partiti non sono che "le due ali dello stesso uccello": una sola forza, che cambia piumaggio a seconda se le serve la faccia del diplomatico o quella del marine. E per Vidal il Manifest Destiny non era un capitolo dell'Ottocento chiuso in un manuale di storia: era la condizione permanente dell'America, semplicemente passata dall'espansione verso ovest all'impero globale. La stessa politica, dicevamo, senza la maschera dell'ipocrisia.
La domanda vera non è chi vince il 3 novembre. È se il "cavallo pazzo", liberato dall'urgenza elettorale, dovrà decidere se restare il cane da guardia dell'apparato o diventare il lupo che lo sbrana.
La risposta non arriverà la notte dell'elezione. Arriverà nei diciotto mesi successivi.
Fonti
- NBC News – Midterms 2026: Congress Polls and More
- Ballotpedia – Election Analysis Hub 2026
- The Guardian – Key races in the US midterm elections
- PBS NewsHour – Final poll before Election Day
- Reuters – Five takeaways from Trump's midterm campaign rallies
- ABC News – Why Trump is going to Republican-leaning states
- New York Times – Trump Rallies Red States Amid Fears About G.O.P. Voter Enthusiasm
- Wikipedia – Michael Moore
- Wikipedia – 2016 United States presidential election
- Wikipedia – Military–industrial complex
- Wikipedia – Eisenhower's farewell address
- Wikipedia – Manifest destiny
- Wikipedia – American imperialism
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