22 giugno 2018

VACCINI / A SALERNO “IL DECRETO” FIRMATO GRAMICCIOLI

Il grande tema civile dei vaccini a Salerno il 23 giugno, alle ore 21, nella cornice del Teatro Nuovo. Lo porta in scena la “Compagnia teatro artistico d’inchiesta” diretta da David Gramiccioli. 
Titolo dell’opera “Il Decreto”, per la regia di Angela Turchini. 
Il riferimento va al decreto emanato dall’ex ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, sull’obbligo vaccinale. Un provvedimento degno delle migliori dittature, quando i sudditi vengono obbligati a seguire i diktat che arrivano dall’alto. 
Un decreto che dovrà essere al più presto rivisitato dal nuovo esecutivo gialloverde, che almeno in teoria ha promesso un nuovo corso in materia. 
Non si tratta di mettere in discussione l’utilità dei vaccini. Ma di rivedere alla radice sia la produzione che le modalità di somministrazione a tutti i bambini che, oggi, sono costretti a subirlo in via coattiva. 
Sul primo fronte, infatti, le produzioni a tutt’oggi obbediscono ai voleri di Big Pharma, ossia le aziende farmaceutiche che dominano nel mondo: in questo campo la regina è Glaxo SmithKline, che non bada a spese – spesso e volentieri di stampo corruttivo – perchè i suoi vaccini dominino sul mercato mondiale. 

La locandina. In alto David Gramiccioli ne “Il Decreto”
E proprio su questo versante non sono in pochi gli scienziati che chiedono con forza diverse modalità produttive, rispettose soprattutto della ‘qualità’ del farmaco, oggi regolarmente messa in disparte sull’altare del profitto: visto che le industrie farmaceutiche del settore puntano sulle quantità di vaccini da smerciare e certo non sulle loro qualità.
Perchè – sorge spontanea la domanda – in un settore tanto delicato non interviene lo Stato? In Italia, ad esempio, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti? Sollecita, invece, a buttar soldi nelle già ricche società di casa Marcucci, a cominciare da Kedrion che controlla il mercato degli emoderivati. Perchè non investe invece nello strategico settore dei vaccini come trent’anni fa faceva Eni con la controllata Anic? Misteri di casa nostra.
Secondo nodo. Quello circa la somministrazione dei vaccini, che deve basarsi sul principio di assoluta ‘Precauzione‘, come da anni insegnano due scienziati di fama mondiale, il premio Nobel Luc Montagnier e il due volte candidato al Nobelper la Medicina Giulio Tarro, autore di recenti studi sui vaccini che parlano in mondo inequivocabile, come la Voce negli ultimi mesi ha documentato.
A casa nostra, invece, dettano legge i “Somari” in camice bianco, come Roberto Burioni, secondo il quale nessuno ha diritto di dire una parola sui vaccini se non gli ‘scienziati‘ (sic) della sua razza, oltre tutto in palese conflitto di interessi. Uno scienziato, Burioni, anche ‘incappucciato‘, visto che è un massone iscritto al Grande Oriente d’Italia e non ha neanche le palle di ammetterlo.
Farà un po’ di sana trasparenza nel mondo dei vaccini la neo ministra della Salute Giulia Grillo? Staremo a vedere.

21 giugno 2018

Un altro Mondo Per i diritti della Pachamama – Tour 2018 🌎



Oggi è il solstizio d'estate, il giorno più lungo dell'anno, un evento che per molti popoli del mondo, dall'Europa alla Cina e ai nativi americani, è legato a riti ancestrali e festeggiamenti che hanno a che fare con i culti della fertilità.
Noi vogliamo festeggiare con l'inizio del Tour per la nostra Madre Terra.
Ci auguriamo che ognuno di noi possa celebrare questo giorno ogni giorno con la consapevolezza di poter aiutare la "Pachamama" ad affermare il diritto più grande: quello di esistere.
Thomas Torelli, Alberto Ruz Buenfil e Antonio Giacchetti vi aspettano in una delle tappe del tour #UnAltroMondoPerIDirittiDellaPachamama 2018 per festeggiare insieme.
SCOPRI TUTTE LE TAPPE DEL TOUR 2018
•    Manerba del Garda (BS) – 23 GIUGNO
•    Capannori (LU) – 27 GIUGNO
•    Burolo (TO) – 29 GIUGNO
•    Parco di Stupinigi (TO) – 30 GIUGNO
•    Domodossola (VB) – 1 LUGLIO
•    Roma – 5 LUGLIO
•    Vicenza – 6 LUGLIO
•    Trento – 7 LUGLIO
•    Jesolo (VE) – 8 LUGLIO
•    Firenze – 11 LUGLIO
•    Collesalvetti (LI) – 12 LUGLIO
•    Bagnacavallo (RA) – 14 LUGLIO
•    Salina di Viadana (MN) – 15 LUGLIO
•    Santa Marinella (RM)  – 18 LUGLIO
•    Ariccia (RM) – 21 LUGLIO
•    Fiuggi (FR) – 22 LUGLIO
•    Castellana Grotte (BA) – 25 LUGLIO
•    Polignano a mare (BA) – 26 LUGLIO
•    Melpignano (LE) – 27 LUGLIO
•    Bosio (AL) – 28/29 LUGLIO
•    Pescara – 4 AGOSTO

Grazie

Seguici sui social Facebook, Youtube, Twitter, Instagram oppure visita il sito www.unaltromondo.net per scoprire tutte le iniziative in corso e gli eventi in programma. Ricordati che siamo qui per qualsiasi domanda o dubbio, scrivici e ne saremo felici di poterti aiutare. Unisciti a noi e sii parte del cambiamento. Scegli l'amore per cambiare il mondo.
In Lak'ech
Thomas e tutto lo staff di unaltromondo.net
Copyright ©2018 Thomas Torelli, All rights reserved. Tutti i diritti riservati.

COME CONTATTARCI / CONTACT
Se hai domande o suggerimenti per noi ti preghiamo di non rispondere a questa email.
Per maggiori informazioni / For more info: 
THOMAS TORELLI:
Facebook   /   Twitter   /   www.thomastorelli.com
FOOD RELOVUTION:
Facebook   /   Twitter  /   www.foodrelovution.com
Email: food.relovution@gmail.com    


SEDE LEGALE / ADDRESS
Thomas Torelli - Via Maria Theodoli,12 - 00126 Roma

 

Il miglior modo per salvare il pianeta? Lasciate perdere carne e latticini


L’allevamento animale a scopo alimentare è una minaccia per tutte le forme di vita sulla Terra e la bistecca “allevata al naturale” è la peggiore di tutte.
Se gli esseri umani sopravviveranno a questo secolo o al prossimo, se altre forme di vita potranno coesistere insieme a noi, questo dipende sopratutto dal modo in cui mangiamo. Potremmo ridurre tutti gli altri nostri consumi praticamente a zero e tuttavia porteremmo ancora al collasso il nostro sistema, a meno di non cambiare le nostre abitudini alimentari.
Tutte le prove puntano ora in un’unica direzione: la transizione fondamentale dovrebbe riguardare il passaggio dalla dieta animale a quella vegetariana. Un lavoro pubblicato la settimana scorsa su Science dimostra che, anche se alcune produzioni di carni e latticini sono più dannose di altre, sono tutte quante più nocive per l’ecosistema della coltivazione delle proteine vegetali. Dallo studio emerge che l’allevamento animale impegna fino all’83% del terreno arabile mondiale, ma contribuisce solo per il 18% al nostro fabbisogno calorico. Una dieta basata su prodotti vegetali ridurrebbe del 76% l’utilizzo delle aree agricole e dimezzerebbe i gas serra e gli altri inquinanti prodotti dall’industria agroalimentare.
Questo è dovuto in parte all’estrema inefficienza dell’alimentazione animale tramite granaglie: la maggior parte del loro valore nutritivo si perde nella conversione da proteine vegetali a proteine animali. Questo rafforza la mia affermazione che, se volete mangiare meno soia, allora dovreste mangiare soia: il 93% della soia consumata (che contribuisce alladistruzione di foreste, savane e paludi) la troviamo (trasformata in proteine animali) nella carne, nei latticini, nelle uova e nel pesce, e la maggior parte di essa va perduta durante la conversione. Quando la mangiamo direttamente, è sufficiente molto meno terreno arabile per fornire la stessa quantità di proteine.
Ancora più dannosa è la carne “allevata al naturale”: l’impatto ambientale della conversione dell’erba a carne, ribadisce l’articolo, “è enorme, qualunque sia il metodo di produzione utilizzato oggi.” Questo perché occorre così tanta terra per ogni bistecca o braciola da pascolo. In tutto il mondo il terreno da pascolo è circa il doppio di quello destinato alla produzione agricola, ma fornisce solo l’1,2% delle proteine di cui ci nutriamo. Anche se molti di questi pascoli non possono essere utilizzati per la produzione agricola, possono essere però usati per la rinaturalizzazione, permettendo il recupero di molti ricchi ecosistemi distrutti dall’allevamento animale, assorbendo l’anidride carbonica dall’atmosfera, proteggendo i bacini idrici e fermando sul nascere la sesta grande estinzione. Il terreno che dovrebbe essere riservato alla conservazione della vita umana e di tutti gli altri esseri viventi del pianeta è ora utilizzato per produrre un minuscolo quantitativo di carne.
Ogni volta che sollevo il problema cruciale della resa per ettaro, vengo colpito con un fuoco di sbarramento di insulti e vituperi. Ma non me la sto prendendo con gli allevatori, faccio solo notare che i conti non tornano. Non possiamo sfamare la crescente popolazione mondiale e neppure proteggere le diverse forme di vita con l’allevamento animale. Carne e latticini sono una stravaganza che non possiamo più permetterci.
Non c’è modo di uscirne. Quelli che affermano che i sistemi di allevamento “rigenerativi” o “olistici” imitano la natura si ingannano da soli. Si basano sulle recinzioni, mentre in natura gli erbivori selvatici si muovono liberamente, spesso su grandi distanze. Escludono o eliminano i predatori, che sono essenziali al buon funzionamento di tutti gli ecosistemi. Tendono ad eliminare i germogli vegetali e fanno in modo che venga a mancare quel complicato mosaico di vegetazione arborea, tipico di molti ecosistemi naturali, essenziale per l’esistenza di una grande varietà di vita animale.
L’allevamento industriale esige attacchi sempre più grandi al mondo vivente. Guardate al massacro dei tassi in Gran Bretagna, che ora, grazie alle richieste sbagliate dei produttori lattero-caseari, si sta espandendo in tutto il paese. La gente mi chiede come giustificherei il ritorno dei lupi, sapendo che ucciderebbero qualche pecora. Io chiedo loro come giustificano l’eradicazione dei lupi e di tanta altra fauna selvatica per far posto alle pecore. L’azione più importante che possiamo fare a favore dell’ambiente è ridurre l’entità del territorio utilizzato dall’allevamento.
A meno che non siate in grado di cucinare bene, e molte persone non hanno le capacità e neppure lo spazio per farlo, una dieta vegetariana può essere noiosa o costosa. Abbiamo bisogno di pasti pronti vegani migliori,  più economici e di semplici sostitutivi della carne. Il passo importante verrà con la produzione industriale di carne artificiale. Ci sono molte obiezioni. La prima è che l’idea di una carne artificiale è disgustosa. Se la pensate così, vi invito a dare un’occhiata a come i vostri salsicciotti, hamburgher e bocconcini di pollo vengono attualmente allevati, macellati e trattati. Avendo lavorato in un allevamento intensivo di suini, ho una certa conoscenza di tutto quello che potrebbe sembrare disgustoso.
La seconda obiezione è che la carne sintetica pregiudica la produzione locale di cibo. Forse quelli che fanno affermazioni di questo genere non sanno da dove arriva il mangime per animali. Far passare della soia argentina attraverso un maiale delle vostre parti non la rende di certo più “locale” di quella destinata direttamente all’alimentazione umana. La terza obiezione è più seria: la carne artificiale si presta alla concentrazione industriale. Di nuovo, l’industria dei mangimi animali (e, in modo sempre crescente, la zootecnia) è diventata preda dei grandi complessi di imprese. Ma dovremmo lottare per far sì che la carne sintetica non segua la stessa strada: in questo settore, come in altri, abbiamo bisogno di severe leggi anti-trust.
Questa potrebbe anche essere l’opportunità per rompere la nostra totale dipendenza dai fertilizzanti azotati sintetici. Tradizionalmente, la produzione agricola e l’allevamento animale si integravano tramite dall’utilizzo del letame. L’abbandono di questo sistema ha portato ad una riduzione della fertilità del suolo. Lo sviluppo dei fertilizzanti industriali ci ha salvato dalla carestia, ma con un costo ambientale assai salato. Al giorno d’oggi, il legame fra bestiame e territorio è saltato quasi ovunque: i campi vengono coltivati tramite prodotti chimici industriali, mentre le deiezioni animali si accumulano, inutilizzate, in lagune puzzolenti, distruggono i fiumi e creano zone morte nei mari. Nel suolo, tutto questo rischia di accelerare la resistenza agli antibiotici.
Passando ad una dieta di tipo vegetale, instaureremmo una sinergia positiva. La maggior parte delle coltivazioni ad alto contenuto proteico, piselli e fagioli, catturano l’azoto dall’atmosfera, si autofertilizzano ed aumentano nel terreno la concentrazione dell’azoto, che può così essere utilizzato dalle coltivazioni successive, come cereali o piante oleaginose. Anche se il passaggio alle proteine vegetali difficilmente potrà eliminare la necessità, a livello mondiale, dei fertilizzanti artificiali, il lavoro pionieristico dei bioagricoltori vegani, che utilizzano solo compost a base di vegetali (e il meno possibile di fertilizzanti di altro tipo) dovrebbe essere sostenuto da studi che le autorità non sono, a tutt’oggi, riuscite a finanziare.
Ovviamente, tutta l’industria dell’allevamento si opporrà ad una cosa del genere, usando quelle immagini bucoliche e quelle fantasie pastorali con cui ci hanno infinocchiato per così tanto tempo. Ma non possono costrigerci a mangiare la carne. La scelta dobbiamo farla noi. Ogni anno che passa diventa sempre più facile.
George Monbiot
Tradotto da Markus per www.comedonchisciotte.org

20 giugno 2018

Piera Aiello mostra il suo volto. La collaboratrice di giustizia, oggi deputata, non ha più paura


Per ventisette anni ha vissuto lontano dalla sua terra, la Sicilia. Oggi, 13 giugno, Piera Aiello scopre il suo volto, e con esso la sua grinta, la sua sete di verità e giustizia. Per lei oggi è una nuova vita.
Nata a Partanna (Trapani) il 2 luglio 1967; la sua storia inizia quando all’età di 14 anni conosce Nicolò Atria. Piera e Nicolò provenivano da culture diverse e questo provocava, nonostante l’affetto che li univa, forti disaccordi. Le radici mafiose di Nicola (Nicolò) erano talmente forti da essere coinvolto in un gioco spietato e immorale. Un gioco partito dall’uccisione del padre, il boss don Vito Atria, avvenuta il 18 novembre 1985 a soli nove giorni dal loro matrimonio. Lo spirito della vendetta, tipico di chi nasce e cresce in un ambiente intriso di mafia, aveva spinto Nicola a commettere l’errore più grande della sua vita: tentare di vendicare il padre con i mezzi della mafia.

“Io fui scelta da mio suocero, non da mio marito, cercai in tutti i modi di dissuadere mio marito dal tentativo di vendicare la morte di suo padre, ma non ci fu nulla da fare”, riferisce Piera in un’intervista. “Lui, Nicola, era immischiato nello spaccio di droga e girava armato. Quando provavo a dirgli di smettere con questa vitalui mi picchiava“. Nicolò Atria è stato ucciso il 24 giugno 1991sotto gli occhi di Piera.
Dopo la sua morte Piera è stata perseguitata e sorvegliata a vista dai mafiosi implicati nell’omicidio del marito. Venne avvicinata da un suo amico carabiniere e dal Sostituto Procuratore di Sciacca, Morena Plazzi, la quale la portò a Terrasini per farle conoscere il Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Marsala Paolo Borsellino.
“A quel tempo non sapevo cosa significasse collaborare con la giustizia. Quando incontrai Paolo Borsellino – dice Piera – non avevo idea del ruolo che ricopriva e soprattutto non mi rendevo conto dell’importanza di quell’incontro. Dopo quell’incontro Paolo Borsellino per me non rappresentò solo il magistrato che si occupava delle mie testimonianze, ma diventò un amico, un padre a cui aggrapparsi nei momenti di sconforto (e sono stati tanti!). La mia sete di giustizia non inizia, come tanti potrebbero pensare, il giorno dopo l’omicidio di mio marito. Infatti, solo qualche mese prima, avevo partecipato ad un concorso per agente di polizia. Mio marito non fu contrario, mi disse che poteva far comodo, dopo tutto, un poliziotto in famiglia, ma quando gli dissi che se non si sistemava la testa, lui sarebbe stato il primo che avrei sbattuto in galera, quel giorno per l’ennesima volta, mi picchiò“...

...continua su Il Fatto Quotidiano:
Piera Aiello mostra il suo volto. La collaboratrice di giustizia, oggi ... 

19 giugno 2018

La piramide del fenomeno migratorio

Si dice spesso che quello dell'immigrazione sia "un problema complesso", e che non lo si possa quindi risolvere con una semplice formula di due righe.
Questo è verissimo, ma quando poi si cerca di analizzare questa complessità ci si trova davanti ad un garbuglio intricato di concetti che tendono a mescolarsi continuamente fra di loro.

Forse un piccolo grafico può aiutare, se non altro a separare fra di loro i vari livelli del problema.

Al livello più basso ci sono sicuramente i migranti stessi. Ovvero la carne umana, l'oggetto del contendere, la cristallizzazione fisica del problema reale. Centinaia di migliaia di disperati che lasciano le loro terre vuote di promesse alla ricerca di un futuro migliore.

Queste masse si spingono istintivamente verso nord, attratte dal miraggio del benessere europeo.

Ma fra loro e questo miraggio si frappone un problema: il viaggio. I paesi europei infatti non accettano un'immigrazione libera, da qualunque parte del mondo. E' quindi necessario arrivare in Europa con metodi illegali.

... Leggi tutto su luogocomune.net

18 giugno 2018

I CASI DI ILARIA ALPI E PAOLO BORSELLINO / DEPISTAGGI DI STATO & MURI DI GOMMA


Quando è lo Stato a depistare. Quando sono alte istituzioni a calpestare la verità. Quando alcuni magistrati fanno a pezzi quel poco che ormai resta della giustizia.
Succede in modo sempre più clamoroso in due vicende che hanno segnato il tragico destino del nostro Paese: la strage di via D'Amelio in cui sono stati trucidati Paolo Borsellino e la sua scorta; e l'assassinio dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Tutto succede nel più totale silenzio da parte delle massime autorità, con il Capo dello Stato Sergio Mattarella fino ad oggi muto, spettatore assente. Nel tombale silenzio di tutte le forze politiche impegnate a spartirsi le poltrone di sottogoverno, mentre le opposizioni sono ormai in via di liquefazione. E nel più assordante silenzio mediatico.
Autentici muri di gomma.
A levarsi, solitarie, le voci di Luciana Riccardi, madre di Ilaria, e di Fiammetta Borsellino, la figlia di Paolo. Due donne coraggio nel deserto.

ROMA E PERUGIA, PROCURE CONTRO 
Partiamo dalla freschissima, ennesima richiesta di archiviazione tombale ribadita l'8 giugno al tribunale di Roma dal pm Elisabetta Ceniccola e super avallata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone.
Il caso Alpi-Hrovatin, secondo loro, deve sparire per sempre nel dimenticatoio. Assassini e mandanti non esistono: di certo si è trattato di un suicidio provocato dalla calura somala.



Giuseppe Pignatone. Nel montaggio in alto, Ilaria Alpi e Paolo Borsellino
Uscendo dai paradossi ed entrando nelle spirali della giustizia di casa nostra, la imperturbabile pm Ceniccola se ne frega delle ultime acquisizioni arrivate dalla procura di Firenze e relative alle intercettazioni di alcuni somali che nel 2012 parlavano di "quei due italiani ammazzati a Mogadiscio". Inutili.
Se ne sbatte della montagna di documenti portata in giudizio dai legali di Luciana Riccardi, ossia Giovanni D'Amati, Giuseppe D'Amati e Carlo Palermo.
E soprattutto se ne fotte della sentenza cardine pronunciata dal tribunale di Perugia poco più di un anno fa, con la quale è stato scagionato il povero Hashi Omar Hassan (16 anni di galera da innocente) e soprattutto in cui è stato messo nero su bianco che la costruzione del teste taroccato a tavolino, Ahmed Ali Rage, al secolo Gelle, ha rappresentato un vero e proprio "Depistaggio di Stato".
Raramente capita di leggere una sentenza tanto chiara, inequivocabile e densa di contenuti come quella scritta a Perugia. In cui viene ricostruito per filo e per segno il Grande Depistaggio, minuto per minuto, settimana per settimana, mese per mese. Con un Gelle nel motore, addestrato a puntino per mentire davanti ad un pm; per fuggire con l'aiuto della polizia di stato, per trovare un lavoro grazie alla stessa polizia che addirittura lo ha accompagnato in una officina meccanica romana per due mesi andandolo pure a prendere con l'auto di servizio; e infine agevolandone la fuga in Germania prima e in Inghilterra poi.
Ai confini della realtà.
Gelle non ha mai testimoniato in dibattimento, eppure – caso più unico che raro, il teste chiave che non ribadisce in aula le sue accuse – la vittima predestinata è stata condannata a 26 anni, di cui 16 scontati. Perchè un mostro andava comunque sbattuto in prima pagina e un colpevole a tutti i costi trovato.
Se ne sono altamente fregate, le autorità tutte, di andare a cercare Gelle. Che se la spassava libero come un fringuello a Londra. Dove non lo hanno trovato gli 007 di casa nostra né l'Fbi, ma l'inviata di "Chi l'ha visto" Chiara Cazzaniga, con i non eccelsi mezzi di cui può disporre un normale giornalista.


Chiara Cazzaniga

Le parole di Gelle sono state la chiave del processo di Perugia, dove le toghe non hanno avuto difficoltà a capire la trama, svelare le alte connection, comprendere fino in fondo il meccanismo del clamoroso "Depistaggio di Stato".
Un perfetto assist per la procura di Roma. La quale non doveva fare altro che leggere e capire la sentenza, riaprire il caso, fare un po' di indagini e scovare killer e mandanti. Impresa non titanica, visto che moltissimi elementi probatori erano contenuti proprio nella sentenza perugina.
Come mai Ceniccola e Pignatone non hanno pensato di interrogare quei poliziotti depistatori, di cui nella sentenza di Perugia vengono fatti nomi e cognomi? Perchè non hanno richiamato a verbalizzare l'allora ambasciatore italiano a Mogadiscio? Perchè non hanno 'invitato' a deporre i tanti che hanno chiuso gli occhi e voltato la sguardo dall'altra parte?
Niente, alla procura di Roma hanno pensato bene di incrociare le braccia. E ora mettono insieme quattro frasi: "Non c'è alcuna prova di presunti depistaggi legati alla gestione in Italia del teste Ali Rage". Alcuna prova? Prove colossali che solo chi non vuol vedere non vede.  
E aggiungono: "C'è improbabilità di raggiungere dei risultati, anche alla luce della complessa situazione politica dello Stato africano, della divisione in clan ostili tra loro, dell'inesistenza di forze di polizia che potessero dare affidamento e dell'assenza, ancor oggi, di relazioni diplomatiche".
Capito? Tutta colpa dei somali!


Hashi Omar Hassan

E sulle ultime indagini fiorentine: "le nuove intercettazioni – viene sostenuto – sono sostanzialmente irrilevanti e non rappresentano uno spunto solido per avviare nuovi accertamenti. Non modificano di una virgola il quadro probatorio".
E chissenefrega della sentenza di Perugia! Ai confini della realtà.
Oserà dire una qualcosa, adesso, il Csm? O come al solito resterà muto, sordo e cieco?
L'ultima parola, comunque, spetta al giudice Andrea Fanelli, che dovrà pronunciarsi in modo definitivo sulla richiesta di archiviazione firmata dal suo capo, Pignatone, e dalla pm Ceniccola. Staremo a vedere.

UN ALTRO PENTITO TAROCCATO E L'AGENDA DEI MISTERI
Da un depistaggio all'altro eccoci alla strage di via D'Amelio. Siamo arrivati al Borsellino quater,  con un percorso processuale caratterizzato dal taroccamento del pentito di turno, Vincenzo Scarantino, che esattamente nello stesso modo di Gelle è stato addestrato di tutto punto dagli inquirenti.
Sandro Provvisionato, sulle colonne della Voce, negli scorsi anni ha ricostruito in modo perfetto quel depistaggio, con una serie di inchieste da far tremare le vene e i polsi. Facendo nomi e cognomi, anche stavolta, degli artefici della connection.


Fiammetta Borsellino

Contro i quali si è più volte scagliata Fiammetta Borsellino, la coraggiosa figlia del grande magistrato che alcune settimane fa ha incontrato in carcere i fratelli Graviano, e con i quali avrebbe voluto un secondo incontro, invece negato dai vertici della magistratura, sia locale che nazionale.
Ha appena ribadito le accuse in occasione del festival "Una marina di libri". Ecco le sue accorate parole: "Oggi la ricerca della verità è ancora più difficile perchè è connessa alla ricerca delle ragioni della disonestà di chi questa verità doveva scoprirla. Io non smetto di chiederla. Il contributo di onestà non devono darlo solo i mafiosi, ma anche le persone delle istituzioni che sanno". E non parlano.
A proposto del falso pentito Scarantino, la figlia di Borsellino chiama in causa non solo i poliziotti ma anche diversi magistrati che sin dalle prime battute avrebbero avallato le tante deviazioni. "Sono stati loro stessi autori di un processo caratterizzato da grossolane anomalie. Neanche il CSM ha saputo dare delle risposte". Tanto per cambiare.
Continua il j'accuse di Fiammetta: "Mafia e politica si fanno guerra o si mettono d'accordo. In quei giorni evidentemente si misero d'accordo. Mentre tutti sussurravano a mio padre che il tritolo per lui era arrivato. Lo sapeva anche il procuratore Pietro Giammanco che però non lo avvertì. E nessuno ha mai sentito il bisogno di avvertirlo".
Per la storia, pochi giorni prima della strage di via Capaci Giammanco partecipò ad una cena a casa di Paolo Borsellino. L'ultima cena. Erano presenti alcune toghe 'amiche', tra cui Anna Maria Palma.


Nino Di Matteo

Anna Maria Palma ha istruito i primi processi Borsellino, coadiuvata dall'icona antimafia (allora giovane virgulto fra le toghe siciliane) Nino Di Matteo: insieme hanno diretto "l'operazione Scarantino". A rivelarlo, nel corso di un'udienza del Borsellino quater, lo stesso pentito taroccato. Che non ha mancato di ricordare come i 'suggeritori' gli fossero sempre vicino: anche nel corso delle stesse udienze. Quando non ricordava una 'battuta', chiedeva di andare in bagno, dove trovava chi (il poliziotto o lo 007 di turno) gli rammentava la parte.
La giornalista e scrittrice Roberta Ruscica, in occasione della presentazione a Napoli del suo libro "I Boss di Stato – I protagonisti, gli intrecci e gli interessi dietro la trattativa Stato-Mafia", ha ricordato: "Ho conosciuto Anna Maria Palma e ho creduto anche io in quella pista che si è poi rivelata del tutto sbagliata. E ricordo un particolare che mi raccontò Palma: era entrata in possesso della famosa agenda rossa di Paolo Borsellino. L'aveva avuta nelle sue mani. Non mi ha detto a chi poi l'aveva consegnata o che fine avesse fatto".
Una storia sulla quale nessuno, fino ad oggi, ha mai pensato di far luce.
Come mai? Un mistero tra i misteri.

LEGGI ANCHE
STRAGE DI VIA D'AMELIO / E' ARRIVATA L'ORA DI SCOPRIRE CHI HA DEPISTATO
8 marzo 2018
L'AGENDA ROSSA DI BORSELLINO / E' STATA GESTITA DAL PM ANNA MARIA PALMA ? ECCO UNA PISTA
22 luglio 2017
22 gennaio 2017
ILARIA ALPI E MIRAN HROVATIN / GIUSTIZIA NEGATA, E' DEPISTAGGIO DI STATO



To see the article visit www.lavocedellevoci.it

17 giugno 2018

Morte di Dettori, ascoltati tutti i testimoni

Sospetti sul suicidio del maresciallo che era di turno la notte della tragedia, indagini della Procura


GROSSETO. C’è ancora un fascicolo aperto in via Monterosa: sul frontespizio c’è scritto il nome di Mario Alberto Dettori, il maresciallo che la notte del 27 giugno 1980 era di guardia al radar di Poggio Ballone. Dettori è morto, è stato trovato impiccato a un albero in un terreno lungo la strada della Sante Mariae. Era il 1987 e il caso fu frettolosamente archiviato come suicidio anche se i familiari del maresciallo, a quella ipotesi, non credettero allora e non ci credono nemmeno oggi. La figlia Barbara, insieme all’associazione antimafia Rita Atria, ha presentato un esposto alla Procura di Grosseto che un anno e mezzo fa ha deciso di aprire un nuovo fascicolo su questo caso, ordinando l’esumazione del corpo di Dettori e chiamando tutti i testimoni che allora potevano essere a conoscenza di quello che era accaduto al maresciallo. O almeno, quelli che sono ancora in vita.

Ripescare nei ricordi di trenta o quarant’anni fa non è facile. Soprattutto non lo è per chi ha deciso di tacere già allora. «Io mi auguro che si vada avanti con l’indagine - dice Barbara Dettori - Noi aspettiamo giustizia e verità. Mio padre è morto quando io ero ancora molto giovane lasciando un vuoto incolmabile. Però tutto quello che è successo prima di allora e anche dopo, non può e non deve essere taciuto». 

Chiunque parli, chiunque conosca qualcosa sulla strage di Ustica, ha un’urgenza sola, quella di ristabilire la verità. «È necessario continuare a parlare di questa vicenda - aggiunge Dettori - è necessario che in Italia si arrivi a un punto di rottura con quello che è stato il passato: ci sono tante cose che non sono mai tornate nella vicenda della morte di mio padre e troppe persone che non hanno voluto squarciare quel velo di silenzio e bugie che si è alzato quando è cominciata questa vicenda». Sulla salma di Dettori è stata fatta l’autopsia, a trent’anni dalla morte. Il radarista di Poggio Ballone aveva parlato con un collega di quella notte. E anche a casa aveva accennato a quello che era successo in cielo, mentre lui era alla sua postazione. Furono anni difficili, quelli successivi alla strage di ustica. Anni che si fermarono, per Dettori, nel 1987. «Non lo avrebbe mai fatto - dice la figlia Barbara - Amava la vita, amava la sua famiglia. Eravamo la luce dei suoi occhi, non si sarebbe mai ucciso da solo in quel modo». 

 (f.g.)

iltirreno.gelocal.it