11 marzo 2019

L'avvicinamento di Parigi e Berlino, di Thierry Meyssan


Si tratta di una questione molto grave: dietro l'apparenza di un'unione di sforzi per la pace, in realtà Parigi e Berlino stanno avvicinando le loro politiche estere e presto faranno altrettanto con le loro politiche di difesa. Una trasformazione che viene dall'alto, senza consultazioni popolari, e che distrugge dall'interno le conquiste democratiche.

Uno dei principi su cui si fonda l’ONU è che ogni Stato e ogni popolo sono liberi, uguali e indipendenti. Questa è la grande differenza che distingue l’ONU dalla Società delle Nazioni che l’ha preceduta e che, affinché il sistema coloniale potesse protrarsi, si è sempre rifiutata di riconoscere la parità dei popoli.
La voce di ogni Stato vale quanto quella di ogni altro. Così Stati Uniti e Unione Sovietica hanno potuto aderire all’ONU in quanto Stati federali, ossia non hanno potuto far valere, rispettivamente, i 50 Stati federati e le 15 Repubbliche Unite. Sarebbe stato illegittimo che gli Stati Uniti disponessero di 50 voti e l’URSS di 15, mentre tutti gli altri di uno solo.
Ebbene, Francia e Germania, cui spetta la presidenza del Consiglio di Sicurezza rispettivamente a marzo e aprile, hanno annunciato che eserciteranno congiuntamente il mandato. Benché non sia stato precisato, questa decisione dovrebbe implicare l’assunzione da parte delle due delegazioni di una posizione comune sulle questioni affrontate. Le politiche estere dei due Stati non saranno perciò più libere e indipendenti l’una dall’altra.
Nessuna organizzazione che si fondi sulla parità dei suoi membri può sopravvivere a questo tipo di coalizione.
Il problema si pose già nel 1949, con la creazione della NATO: gli Stati membri si sono impegnati a reagire collettivamente a qualsiasi aggressione contro uno di loro, ma per far sì che fosse possibile hanno accettato una forma di organizzazione sottoposta all’autorità degli Stati Uniti, che esercitano in via permanente le funzioni fondamentali, fra le altre quelle del Comandante Supremo (il capo di statomaggiore).
All’epoca, l’Unione Sovietica denunciò la creazione di un blocco di Stati non più liberi e indipendenti. L’URSS fece altrettanto nel 1968, quando invase la Cecoslovacchia perché agli Stati membri del Patto di Varsavia non era permesso allontanarsi dalla comune dottrina comunista. Oggi il totalitarismo sovietico non c’è più, quello degli Stati Uniti è sempre lì.
Ed è proprio perché si opponeva a che le forze armate francesi dovessero sottostare al comando degli Stati Uniti che il presidente Charles De Gaulle lasciò il comando integrato della NATO, pur rimanendo nel Trattato Nordatlantico. Questa saggia decisione è stata abrogata dal presidente Nicolas Sarkozy, che nel 2009 ha riportato la Francia nel comando integrato.
La Francia afferma che l’esercizio congiunto della presidenza del Consiglio non significa che Francia e Germania si apprestino a fondere il proprio seggio all’ONU. Tuttavia, a cominciare dall’inizio del mandato di Sarkozy, il Quai d’Orsay e la Wilhelmstrasse (ossia i ministeri degli Esteri francese e tedesco) hanno iniziato a ridurre il personale e a incaricare le rispettive ambasciate di ripartirsi alcune funzioni.
L’avvicinamento si è interrotto con i presidenti François Hollande ed Emmanuel Macron, in previsione di un’alleanza militare con il Regno Unito, già presa in considerazione da Jacques Chirac. È ripreso quando è apparso chiaro che Londra avrebbe messo in atto la Brexit e si stava perciò preparando a nuove alleanze.
Un’eventuale fusione della politica estera francese e tedesca solleva parecchi problemi. In primo luogo, per essere credibile deve essere accompagnata anche dalla fusione dei due eserciti. Questa, nel 1995, era anche l’opinione di Alain Juppé [primo ministro durante la presidenza di Chirac, ndt]. Sicché la Germania verrebbe ad assumere una posizione co-decisionale sulla forza di dissuasione francese. Ed è anche l’idea presa in considerazione dal Bundestag nel 2017, nonché l’attuale posizione del direttore della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, Wolfang Ischinger [1]. Ed è pure la ragione che ha indotto Macron a considerare la possibilità di costituire un esercito europeo in termini diversi da quelli del progetto di Comunità Europea di Difesa (1954), ossia strutturandolo in modo da poter alla fine sfociare in una fusione degli eserciti franco-tedesco. In secondo luogo, avere la stessa politica estera e di difesa presuppone perseguire gli stessi interessi. È quanto provano a fare Parigi e Berlino dispiegando truppe congiunte, legalmente in Sahel, illegalmente in Siria.
Lungi dal creare un nuovo Stato, l’avvicinamento franco-tedesco non potrà che consacrare la dipendenza della nuova entità da Washington: già oggi i due eserciti sono membri del comando integrato della NATO e obbediscono a uno stesso Comandante Supremo, scelto dal presidente degli Stati Uniti. È del resto grazie a questo sovrano che Francia e Germania hanno fatto pace: non molto tempo fa, nella ex Jugoslavia, le loro forze speciali si combattevano segretamente tra loro, una dalla parte serba l’altra da quella croata. Lo scontro finì allorquando Washington impose il proprio punto di vista.
Desiderando fondere, a termine, Germania e Francia, i dirigenti non tengono conto delle realtà umane dei loro Paesi. Confondendo la riconciliazione dei due popoli realizzata dai loro predecessori con un avvicinamento di interessi e mentalità, intendono creare un nuovo sistema politico senza assoggettarsi al controllo democratico. Del resto perché accollarsi queste procedure dal momento che nessuno è sovrano?

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10 marzo 2019

09 marzo 2019

La scomparsa di Emanuela Orlandi e la tomba al cimitero teutonico. Il fratello Pietro: “Il Vaticano non ci risponde da mesi”

di SERGIO TRASATTI/ La famiglia di Emanuela Orlandi, tramite il suo legale Laura Sgrò, ha presentato formale istanza al segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, per riaprire una tomba nel cimitero teutonico, che si trova all’interno delle Mura vaticane. Secondo una lettera anonima, in quella tomba potrebbe esserci il corpo della ragazza scomparsa il 22 giugno del 1983. Alla luce di questi nuovi sviluppi, il giallo è stato nuovamente approfondito a “La Storia Oscura” su Radio Cusano Campus. Pietro Orlandi, al microfono di Fabio Camillacci, ha fatto alcune precisazioni e rivelazioni importanti: “In realtà -ha esordito il fratello di Emanuela Orlandi- questa lettera anonima che abbiamo ricevuto, non è altro che la conferma di altre segnalazioni che avevamo avuto nei mesi precedenti. Segnalazioni che ci sono arrivate da fonti interne al Vaticano e soprattutto non anonime; ecco perché abbiamo avanzato istanza scritta alla Segreteria di Stato vaticana. E non è la prima istanza che presentiamo bensì la terza e a oggi non abbiamo ancora ricevuto risposta a nessuna delle tre. Tutto ciò conferma che il Vaticano non intende assolutamente collaborare per la ricerca della verità. Noi sappiamo da tempo di questa tomba al cimitero teutonico dove potrebbe essere sepolta mia sorella, così abbiamo chiesto un’indagine interna, una piccola collaborazione, anche riservata, per capire perché queste persone ci hanno segnalato che Emanuela è sepolta in quel camposanto”.
La famiglia Orlandi chiede di aprire quella tomba. Pietro Orlandi a tal proposito ha ribadito: “Ovviamente chiediamo di aprire la tomba. A noi direttamente non ci hanno mai risposto, contrariamente a quanto detto ai giornalisti dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede Alessandro Gisotti, il quale ne ha parlato solo perchè sollecitato dai cronisti quando si è saputo della nostra istanza scritta. Ma ripeto, sono mesi che noi attraverso il nostro avvocato chiediamo al Vaticano di fare chiarezza su quella tomba e sulle segnalazioni che abbiamo ricevuto. Perché questo muro di gomma? Emanuela è una cittadina vaticana è iscritta all’anagrafe vaticana, forse l’unica cittadina vaticana rapita, possibile che non ci sia interesse da parte di quello Stato a cercare di scoprire cosa sia successo? Non fanno altro che dire ‘per noi il caso è chiuso, ci deve pensare lo Stato italiano perché è scomparsa in Italia’. E’ assurdo tutto questo -ha aggiunto Pietro Orlandi a Radio Cusano Campus- è come se nel caso Regeni lo Stato italiano dicesse alla famiglia ‘guardate è successo in Egitto quindi se ne deve occupare la magistratura egiziana per noi il caso è chiuso’.
Strane coincidenze. Orlandi ha poi sottolineato: “Nell’ultima istanza abbiamo anche ribadito la necessità di un’audizione per alcuni cardinali che sono ancora in vita e che sanno che fine ha fatto Emanuela. Tra loro c’è monsignor Piero Vergari, che da rettore della basilica di Sant’Apollinare si attivò per far avere all’ex boss della Banda della Magliana Enrico De Pedis l’inusuale sepoltura nella cripta della stessa basilica. Ma tu guarda che strana coincidenza, in quel cimitero teutonico, tra le varie persone che possono essere seppellite lì, ci sono anche quelle della confraternita che ha sede in quel camposanto. E chi fa parte di quella confraternita? Proprio don Vergari che in passato fu anche indagato per il sequestro di Emanuela. E forse non è nemmeno un caso che la storia delle ossa venute alla luce nella Nunziatura Apostolica d’Italia, sia uscita dopo che l’avvocato Sgrò aveva annunciato al Vaticano la nostra intenzione di presentare istanza scritta per la tomba al cimitero teutonico. Di fatto la storia della Nunziatura ha rallentato tutto su quell’altro fronte. E’ chiaro che dietro la scomparsa di Emanuela c’è un forte intreccio tra Stato, Chiesa e criminalità. Questo ha portato a occultare la verità per oltre 35 anni. E’ come un vaso di Pandora: se lo apri escono fuori tante cose brutte. Ricordo che circa un mese dopo la scomparsa di mia sorella, ci fu un palese invito tra la Presidenza del Consiglio e il Vaticano in relazione alla scomparsa di Emanuela a ‘non aprire quella falla che difficilmente si potrà chiudere’. E’ chiaro -ha concluso Pietro Orlandi- che sapevano cosa era successo ed era qualcosa da proteggere, da tenere nascosta per sempre”.

08 marzo 2019

Rete Voltaire: I principali titoli della settimana 7 mar 2019

Rete Voltaire
Focus




In breve

 
La caduta di al-Baghouz non sarà la caduta del terrorismo islamico
 

 
Israele coinvolto a fianco di India e Pakistan
 

 
L'UE sanziona sette ministri siriani
 

 
Possibile rialzo del prezzo del petrolio
 

 
Juan Guaidó è accompagnato dalla sottosegretaria di Stato USA
 

 
L'ONU assiste mercenari in Colombia contro il Venezuela
 

 
Pubblicazione di «Sotto i nostri occhi» in inglese
 

 
L'OPAC non ha riscontrato l'uso di armi chimiche in Siria
 

 
La Francia sanziona il dibattito sulla realtà della lotta contro Daesh
 

 
La giustizia australiana censura l'affare Pell
 

 
Secondo Londra alcuni ministri libanesi sono terroristi
 

 
Benjamin Netanyahu si allea con i razzialisti di Otzma Yehudit
 

 
Unione Europea e Lega Araba contro il «deal del secolo»
 

 
Bashar al-Assad in Iran
 

 
Per il Tribunale interno dell'ONU Londra e Washington occupano illegalmente la base di Diego Garcia
 
Controversie

 
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USTICA / BONFIETTI: LA FRANCIA TIRI FUORI LA VERITA’


A quasi 40 anni dalla tragedia di Ustica che nel 1980 provocò la morte di 81 innocenti, continua la penosa odissea dei familiari delle vittime.
Lo Stato continua ad essere un muro di gomma: come è successo per le indagini e i vari processi, così anche sul fronte dei risarcimenti negati. L'ultimo caso è quello della moglie e dei tre figli di Carlo Parrinello. La giustizia civile ha stabilito un risarcimento da 1 milione 990 mila euro, di cui i ministeri della Difesa e dei Trasporti fino ad oggi hanno pagato solo 430 mila euro. Per la restante parte fanno orecchie da mercante e non vogliono sganciare altri euro.

La famiglia, a questo punto, ha attivato una ovvia procedura giudiziaria, notificando ai due dicasteri  una serie di pignoramenti, anche presso terzi (vale a dire ad alcuni debitori della Difesa e dei Trasporti).

Perchè si oppongono al pagamento? Secondo l'avvocatura dello Stato quello che è stato pagato basta e avanza (nonostante vi sia una sentenza ad hoc), visto che alla famiglia viene versato un assegno mensile di 1.600 euro. Motivo per cui bisogna ricalcolare tutto, ovvero sottrarre a quell'ammontare ancora dovuto tutte le mensilità che potranno in via teorica essere percepite fino al compimento dei 75 anni di età di ciascun componente del nucleo familiare.
Aritmetiche di Stato…

Su un altro fronte, la storica presidente del comitato che raggruppa i familiari delle vittime, l'ex deputata del Pd Daria Bonfietti, fa un appello al governo: non chiedete alla Francia solo l'estradizione dei terroristi che da decenni ospita, ma anche di dire finalmente la verità sulla strage di Ustica. Una verità – rammenta Bonfietti – che perfino l'ex capo di Stato Francesco Cossiga nel 2008 parzialmente svelò, indicando la pista della "portaerei francese" dalla quale partì il missile che abbattè il DC9 Itavia con gli 81 innocenti a bordo.

Una pista che addirittura nel 1991 l'allora parlamentare del PSI, Franco Piro, in un'intervista aveva rivelato alla Voce. Secondo Piro si trattava della portaerei Clemanceau.
E tre anni fa un documentario di Canal Plus ha ribadito tutte le circostanze.
Come mai, fino ad oggi, la Francia ha coperto e depistato? Sciocche e spesso infantili polemiche a parte, non sarebbe il caso di chiedere ai francesi qualcosa di serio, ossia la verità sugli 81 morti di Ustica?

Nel prossimo incontro sbandierato da Matteo Salvini sia con l'ambasciatore "di rientro" da Parigi che nel meeting con il collega francese degli Interni, non varrebbe la pena, in quell'occasione, far la voce grossa e pretendere dai transalpini carte & documenti su Ustica?

In apertura Daria Bonfietti

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07 marzo 2019

GIALLO ALPI / I SERVIZI SEGRETI SANNO, COPRONO, DEPISTANO E NON SVELANO LA “FONTE”

I servizi segreti di casa nostra sanno tutto sull’omicidio di Ilaria Alpi Miran Hrovatin ma non dicono una parola. Tacciono. E quindi coprono non solo i killer di Mogadiscio ma soprattutto i mandanti di quel tragico duplice assassinio di ormai quasi 25 anni fa.
La circostanza emerge ora in modo clamoroso dalla nuova richiesta di archiviazione presentata il 4 febbraio scorso dal pm della procura di Roma Elisabetta Ceniccola e controfirmata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone. Che già avevano presentato una analoga richiesta un anno fa. Ai confini della realtà.
Per la serie: si sa bene che qualcuno sa e copre, ma invece di completare l’inchiesta e portare davanti ad un tribunale chi mente e svia le indagini, viene chiesta l’archiviazione definitiva del caso. Allucinante.

Il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone.
Ma entriamo di nuovo nella autentica “selva” di carte e faldoni giudiziari – come la definiscono gli stessi inquirenti – per dare un’idea completa del depistaggio nel depistaggio che sta per essere portato a termine.
Un anno fa, appunto, la richiesta di archiviazione del tandem Ceniccola-Pignatone, inviata al gip per la decisione finale. Passano alcuni mesi per individuare il nome del gip incaricato, alla fine si tratta di Andrea Fanelli. Il quale, per le sue indagini, chiede anche una proroga.
Si tratta di verificare quanto è emerso in altre indagini svolte nel 2012 dalle fiamme gialle per conto della procura di Firenze, in particolare a base di intercettazioni. Al telefono parlano alcuni somali tra di loro ed anche con Douglas Duale, il legale di Hashi Omar Assan, il somalo ingiustamente accusato del duplice omicidio, in galera da innocente per 16 anni. Al centro delle conversazioni il caso Alpi, e anche un compenso da 40 mila raccolto a favore dell’avvocato nella comunità somala per pagarne le forti spese sostenute per difendere Hashi.
Incredibile ma vero, quei matateriali raccolti dalle fiamme gialle fiorentine, passati alla procura gigliata nel 2012, ci hanno messo la bellezza di 6 anni per arrivare alla procura competente, quella di Roma, titolare del caso Alpi-Hrovatin!
Altre indagini svolte negli ultimi mesi per accertare le eventuali responsabilità dei militari italiani allora presenti a Modadiscio, e anche dei nostri civili, in particolare sul sospettato numero uno da sempre, l’affarista Giancarlo Marocchino, non approdano a nulla. Addirittura si scopre che Marocchino ha vinto alcuni contenziosi legali per calunnia, visto che il suo nome era stato tirato in ballo nei primi anni!

Giancarlo Marocchino
Insomma, nessun ragno viene cavato dal buco nell’anno di ulteriori indagini ordinate dal gip Fanelli. Ed ora, il 4 febbraio, il pm Ceniccola deposita l’ennesima richiesta di archiviazione del caso, che dovrà ancora una volta passare al vaglio dell’ennesimo gip. Altri mesi di attesa.

LA FONTE SUPERCOPERTA PER 22 ANNI DAI SERVIZI
Intanto, però, è estremamente istruttivo leggere le “motivazioni” messe nero su bianco dal pm Ceniccola e controfirmate da procuratore capo Pignatone. A riprova che il porto delle nebbie è nuovamente saldo e forte nella capitale.
Prima notazione: le ultime indagini sono state affidate il 27 giugno 2018 da Fanelli al Reparto Antiterrorismo del Ros dei carabinieri, che ha depositato una “esaustiva informativa” – come dettaglia il pm – a fine dell’anno scorso, ossia il 13 dicembre 2018.
Andiamo subito al cuore del problema, ossia che i servizi segreti sanno e coprono.
Scrive Ceniccola: “L’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna(AISI, ndr), con foglio riservato del 6 settembre 2018, ha espresso la volontà di continuare ad avvalersi della facoltà di non rivelare legeneralità della risorsa fiduciaria citata nella nota del SISDE del 3 settembre 1997. Il Servizio, argomentando le motivazioni a supporto della propria decisione, ha evidenziato l’irreperibilità del soggetto e, quindi, l’impossibilità di chiedere allo stesso il consenso (negato in precedenti circostanze simili a quella in parola) ad essere sentito quale teste nell’ambito del procedimento in parola”.
Tradotto: l’AISI, vale a dire i nostri servizi segreti, l’ex Sisde, conosce bene dalla bellezza di 22 anni il nome dell’uomo di tutti i misteri, l’agente che sa quel che successe a Mogadiscio e quel che ha combinato Marocchino. Ma lo copre ancora, non vuole rivelare la identità del suo 007.
Il che significa insabbiare il caso per l’ennesima volta e infangare la memoria sia di Ilaria che di Miran. Ucciderli per una seconda volta.
C’è di più. Secondo i servizi quella fonte è “irreperibile”.

Chiara Cazzaniga
Proprio come lo è stata un’altra primula rossa del caso, Ali Rage, alias Gelle, che con la sua falsa verbalizzazione ha fatto sbattere in galera l’innocente Hashi; quel Gelle che è stato taroccato a tavolino dalla polizia di casa nostra, fatto verbalizzare davanti al pm ma non davanti ai giudici del dibattimento, quindi fatto scappare prima in Germania e poi in Inghilerra. Dove lo ha scovato l’inviata di “Chi l’ha visto” Chiara Cazzaniga: e solo quell’intervista ha permesso di riaprire il caso del somalo innocente e ha fatto sancire, al tribunale di Perugia, la totale estraneità di Hashi al duplice omicidio.
Introvabile Gelle allora, per le nostre “intelligence” (sic), introvabile la fonte che tutto sa sul giallo oggi. Ha scritto a chiare lettere di “depistaggio di stato” la sentenza di Perugia a proposito di Gelle un anno e mezzo fa. Ora siamo al secondo depistaggio, con la non-volontà di ri-trovare quella fonte addirittura messa nero su bianco.
Ma nelle 11 pagine firmate del pm Ceniccola per la richiesta di archiviazione c’è ancora molto da leggere.

ITALIANI BRAVA GENTE 
Sulla totale estraneità degli italiani allora presenti a Mogadiscio scrive: “La tesi della responsabilità ‘degli italiani’ nell’omicidio fu ipotesi più volte prospettata nel corso degli anni e sempre risultata priva di concretezza, come anche la responsabilità di Giancarlo Marocchino, il quale addirittura ha ottenuto un risarcimento per i danni subìti dalla diffusione di notizie diffamatorie. Fermo restando poi che l’ipotesi della responsabilità ‘italiana’ va circoscritta al mandato a commettere l’omicidio, poiché non è mai emerso alcun dubbio sulla esecuzione materiale da parte di un commando di cittadini somali”.
E par poco il “mandato a commettere l’omicidio”? D’altra parte, di quale “commando” si tratta, dal momento che fino ad un anno e mezzo fa l’unico colpevole era l’innocente Hashi?
E sullo stesso Hashi state a sentire cosa scrive il pm.
Con specifico riferimento all’estraneità al fatto di Hashi Omar Hassan ed alla falsità della testimonianza di Gelle, si tratta di notizie di pubblico dominio risalenti ad un periodo di gran lunga precedente alla messa in onda della trasmissione ‘Chi l’ha visto’ il 18 febbraio 2015”.  E il pm sciorina un lista di date che – a suo parere – fanno intendere come tutti sapessero dell’innocenza di Gelle, tranne i magistrati che l’hanno tenuto in galera fino alla sentenza di un anno e mezzo fa a Perugia.

Il testimone ‘taroccato’ Gelle
Fa riferimento, Ceniccola, alle tesi della parte civile, ossia i genitori di Ilaria Alpi, convinti dell’innocenza di Hashi: e ci mancherebbe, lo hanno sempre sostenuto contro tutto e contro tutti, soprattutto i togati. Fa poi riferimento alle istanze di revisione del processo avanzate dal suo legale, Douglas Duale: e ci mancherebbe anche stavolta. Quindi parla delle “voci di popolo” della comunità somala. Infine di una sola intervista in precedenza rilasciata da Gelle a un giornalista somalo che collaborava con la RaiMohamed Sabrie, in cui scagionava Hashi da ogni accusa. Ma quell’intervista non venne mai tenuta in alcun conto dagli inquirenti.
Fino all’intervista di Chiara Cazzaniga realizzata in Inghilterra, per “Chi l’ha visto”, a Gelle e grazie alla quale si è riaperto il caso sul killer di Mogadiscio.
Passiamo quindi alla spiegazione circa il macroscopico ritardo nella trasmissione delle informazioni raccolte nel 2012 a Firenze e arrivate a destinazione solo 6 anni più tardi. Nota il pm: “Si è provveduto ad accertare le motivazioni che hanno causato la ritardata trasmissione della nota della Guardia di Finanza di Firenze datata dicembre 2012 alla Procura di Roma, inoltro che l’allora Sostituto Procuratore di Firenze, Squillace Greco, aveva disposto con provvedimento del 19 dicembre 2012”. Il chiarimento è tutto a base di “semplici errori”, “fascicoli pendenti non rintracciati, “sviste”, “fatalità”: tutti termini che ben caratterizzano lo stato comatoso della giustizia di casa nostra.

UNA TOGA SCOMODA SUBITO SCIPPATA
Sulla “Fonte del Sisde” viene sottolineato dal pm: “L’AISI, che è subentrata al Sisde, ha riferito con nota riservata della irreperibilità della fonte con la conseguente impossibilità di interpellarla sull’autorizzazione a rivelarne l’identità. Nel corso delle indagini, e vieppiù nel corso dell’istruttoria della Commissione parlamentare d’inchiesta i cui atti sono stati integralmente acquisiti, sono emerse numerose fonti informative tra cui quelle della Digos di Udine e dei servizi di Firenze e di Trieste, alcune delle quali sono state poi escusse, le cui dichiarazioni sono risultate inutili, inattendibili e non verificabili”.
Non la pensava certo allo stesso modo il primo pm del caso Alpi, l’unico che abbia subito visto chiaro nella tragica story, Gianfranco Pititto, il quale aveva appreso molti dettagli interessanti e inquietanti proprio dalla Digos di Udine, che aveva avuto la prontezza di raccoglieri i primi, significativi elementi. Ma proprio per questo al giudice Pititto dopo pochi mesi è stata scippata l’inchiesta: era “ambientalmente incompatibile”, per il fatto che voleva accertare quelle verità troppo scomode, esplosive, sugli esecutori e soprattutto i mandanti eccellenti. Dopo alcuni anni Pititto lascia la magistratura perchè nauseato e scrive un libro che ricalca per filo e per segno il caso Alpi, “Assalto al potere”. Dopo Pititto si sono alternati altri 8 inquirenti, nessuno dei quali è riuscito – chissà perchè – a ritrovare il bandolo della matassa. Fino all’ennesima richiesta odierna di archiviazione.

Giuseppe Pititto
Che così tombalmente si conclude: “Ancora una volta non si può fare a meno di constatare che anche gli elementi pervenuti in limine, i quali apparivano idonei, se non all’identificazione degli autori materiali ovvero dei mandanti dell’omicidio, almeno ad avvalorare la tesi più accreditata del movente che ha portato al gesto efferato o ad esplorare l’ipotesi del depistaggio, si sono rivelati privi di consistenza. Invero gli stessi se non esplicitamente, almeno implicitamente, hanno trovato soluzione e risposta nella selva di atti confluiti nel procedimento”.
Chiude con la richiesta che “il Giudice per le indagini preliminari voglia disporre l’archiviazione del procedimento ed ordinare la trasmissione degli atti al proprio ufficio”.
Avrà mai la forza e la volontà, il prossimo gip, di districarsi nella “selva” e soprattutto di trovare e far parlare quella “fonte” dei servizi mai cercata? Vale più una qualche forma di privacy rispetto alla memoria di Ilaria e Miran? Cosa e chi protegono i servizi di casa nostra?  Perchè nel frattempo la politica, in coro, tace? E anche il governo gialloverde si allinea a tutti i precedenti nell’omertà? Per quale motivo, ancora un volta, i media alzano una cortina di silenzio omertoso?

Ecco a seguire la richiesta di archiviazione del pm Ceniccola.

06 marzo 2019

Bergoglio fa il globalista? Oscura il suo passato fascista

Papa FrancescoC’era una volta in Argentina un gesuita, Jorge Mario Bergoglio, che era schierato contro la teologia della liberazione, vicina al castrismo e negli anni ’70 aderì alla Guardia de Hierro, un’organizzazione peronista, di stampo nazionalista, cattolica, ferocemente anticomunista. In quegli anni a chi gli faceva notare che l’organizzazione a cui aderiva si richiamasse alla Guardia di Ferro, il movimento romeno del comandante Corneliu Zelea Codreanu, nazionalista e fascista, Bergoglio replicava: «Meglio così». Della sua vicinanza alla Guardia de Hierro ne parlò dopo la sua elezione il quotidiano argentino “Clarin”, mentre a Buenos Aires apparivano manifesti che ricordavano Bergoglio peronista. Per la cronaca, la Guardia di Ferro era un movimento di legionari, molto popolare in Romania negli anni trenta, ritenuto antisemita e filonazista, di cui si innamorarono in molti, non solo in Romania. Uno di questi fu Indro Montanelli che pubblicò sul “Corriere della Sera” una serie di entusiastici reportage pieni di ammirazione per Codreanu, nell’estate del 1940, a guerra inoltrata, smentendo la sua tesi postuma che dopo il ’38 si fosse già convertito all’antifascismo. Testi ripubblicati di recente, “Da inviato di guerra” (ed. Ar).
Evidentemente anche nell’Argentina dei Peron il mito di Codreanu, barbaramente assassinato, e del suo integralismo cristiano, aveva proseliti. Nel ’74, dopo la morte di Peron, il movimento legionario si sciolse. Era un gruppo di 3.500 militanti 15mila attivisti. Si opponevano ai guerriglieri di sinistra peronisti infiltrati dai castristi, seguaci di Che Guevara; loro erano, per così dire, l’ala di estrema destra del giustizialismo. Il gruppo della Guardia de Hierro era stato fondato da Alejandro Gallego Alvarez. Era un movimento che teneva molto alla formazione culturale dei suoi militanti e alla presenza tra i diseredati e gli ultimi. A Bergoglio fu poi affidata un’istituzione in difficoltà, l’Università del Salvador. Bergoglio la risanò e l’affidò a due ex-camerati della Guardia de Hierro, Francisco José Pinon e Walter Romero. In quegli anni Bergoglio era avversario dichiarato dei gesuiti di sinistra da posizioni nazionaliste e populiste. La sua avversione alla teologia della liberazione gli procurò l’accusa di omertà da parte del Premio Nobel Perez Esqivel e poi di collaborazionismo con la dittatura dei generali argentini, dal 1976 a 1983.
Lo storico Osvaldo Bayer dichiarò ai giornali: «Per noi è un’amara sconfitta che Bergoglio sia diventato Papa». E Orlando Yorio, uno dei gesuiti filocastristi catturato e torturato dai servizi segreti del regime militare, accuserà: «Bergoglio non ci Emidio Noviavvisò mai del pericolo che correvamo. Sono sicuro che egli stesso dette ai marinai la lista coi nostri nomi». Solo dopo la caduta della dittatura militare Bergoglio iniziò a prendere le distanze dal peronismo nazionalista. Ho tratto fedelmente questa ricostruzione dalle pagine del libro di Emidio Novi, “La riscossa populista”, appena uscito per le edizioni Controcorrente (pp.286, 20 euro). Novi sostiene che la deriva progressista e mondialista di Francesco nasca da questo passato rimosso. Secondo Novi, «Papa Bergoglio vuol farsi perdonare il suo passato “fascista” durato fino al 1980». Per questo non perde occasione di compiacere il politically correct, il partito progressista dell’accoglienza, l’antinazionalismo radicale.
Novi, giornalista di lungo corso e senatore di Forza Italia, è morto lo scorso 24 agosto investito da un camion della nettezza urbana in retromarcia mentre era al suo paese natale, S.Agata di Puglia. Il suo libro è uscito postumo, con una prefazione di Amedeo Laboccetta e a cura di suo figlio Vittorio Alfredo. Novi si definiva populista già decenni prima che sorgesse in Italia l’onda populista. Era populista al cubo, perché proveniva dall’ala più “movimentista” dell’Msi ispirata dal fascismo sociale: poi perché proveniva dal sud e da Napoli, ed era un interprete genuino dell’antico populismo meridionale, a cavallo tra la rivolta popolana e la nostalgia borbonica; e infine era populista perché consideravaIl giovane Bergogliol’oligarchia finanziaria, la dittatura dei banchieri e degli eurocrati, il nemico principale dei popoli nel presente. Perciò amava definirsi nazionalpopulista, e sovranista ante litteram.
In questo suo ultimo libro Novi si occupa in più pagine del «papulismo» di Bergoglio, della sua teologia «improvvisata e arruffona», della sua resa all’Islam, della sua ossessione migrazionista fino a definire Gesù, la Madonna e San Giuseppe come una famiglia di immigrati clandestini in fuga. Lo reputa «uno strumento dell’anticristo», funzionale sia al progressismo radical dell’accoglienza che al mondialismo laicista della finanza, mescolando il vecchio terzomondismo, l’internazionalismo socialista con il disegno global che ci vuole nomadi, senza radici, senza patria e senza frontiere. Ma del suo passato argentino, al tempo di Peron, del giustizialismo e poi della dittatura militare, Bergoglio preferisce non parlare. Anche gli estroversi a volte tacciono.
(Marcello Veneziani, “Camerata Bergoglio”, da “La Verità” del 31 gennaio 2019; articolo ripreso dal blog di Veneziani).