21 febbraio 2019

ILARIA ALPI / LA GIORNALISTA CHE VENNE UCCISA DUE VOLTE. NEL PIU’ TOTALE SILENZIO


 Uno dei più colossali depistaggi di Stato trova oggi la sua ennesima archiviazione. Per il caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, infatti, il gip del tribunale di Roma, Andrea Fanelli, dopo la richiesta avanzata dal pm Elisabetta Ceniccola e controfirmata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, ha messo la pietra tombale su quell'omicidio e su quel depistaggio.
Non bastavano le ultime news su un altro omicidio e un altro clamoroso depistaggio, quello di Paolo Borsellino: ora la giustizia (sic) di casa nostra concede il bis.
Un'altra vergogna che suona come un ceffone in faccia a tutti gli italiani che ormai vedono la Giustizia quotidianamente calpestata, senza che nessuno ad alcun livello, tantomeno politico, si alzi per dire qualcosa.
Totali muri di gomma, emblematizzati dagli omertosi e complici silenzi dei media.
Avete letto un rigo su Repubblica o il Corriere della Sera per Alpi e Borsellino?

IL BUIO DOPO PERUGIA
Sintetizzamo le ultime vicende del giallo Alpi. Partiamo dalla clamorosa sentenza di Perugia, che due anni fa ha permesso di riaprire il caso. Una sentenza che ha scagionato Hashi Omar Assan, il giovane somalo che aveva scontato 16 anni di galera ingiustamente: il mostro sbattuto in prima pagina dai media e soprattutto dagli inquirenti.

Omar Hassan Hashi. In apertura Ilaria Alpi

Proprio come nel caso Borsellino, anche questa volta la condanna di un innocente e la non-caccia ai veri esecutori e mandanti, è stata prodotta da un teste taroccato, Ali Rage, alias Gelle, preparato di tutto punto della polizia per fornire una versione fasulla, inventata da cima a fondo. Gelle, infatti, verbalizzò davanti a un pm ma non fu mai presente al processo: nonostante ciò Hashi Assan venne condannato, basandosi solo su quel teste, senza alcun altro riscontro. Ai confini della realtà.
Quel teste, che era stato preparato dalla polizia a fornire quella versione accusatoria contro Hashi Assan – proprio come Vincenzo Scarantino per i primi processi Borsellino – dopo ebbe paura, trascorse un paio di mesi a Roma sotto protezione della polizia, dai cui agenti veniva accompagnato in un'officina auto e la sera riportato nel suo rifugio. Poi Gelle partì in tutta tranquilltà per la Germania, quindi traslocò in Inghilterra.
Nel frattempo le forze dell'ordine neanche lo hanno cercato, pur dovendo testimoniare al processo, che comunque è andato incredilmente in porto, con la condanna di Hashi Assan.
Chi invece riesce a trovare Gelle con facilità e senza ovviamente poter contare sui mezzi di cui dispongono gli investigatori, è l'inviata di "Chi l'ha visto" Chiara Cazzaniga. Si informa presso la comunità somala di Roma, ottiene alcuni recapiti londinesi, vola lì e dopo alcune perlustrazioni trova senza tanti problemi Gelle. Il quale le rilascia una lunga intervista, in cui tira fuori la verità: certo non quella che fu costretto a raccontare al pm romano che la bevve d'un fiato, ma tutta un'altra storia. Dove Hashi Assan non c'entra assolutamente niente.
Racconta il suo "taroccamento", la versione che venne obbligato a recitare, e il dopo, con la protezione della polizia, il lavoro presso l'officina della quale fornisce tutti i dettagli, la comoda fuga e il quieto soggiorno londinese.

L'avvocato Douglas Duale

L'intervista consente all'avvocato del giovane somalo, Douglas Duale, di far riaprire il caso, competente per territorio Perugia, visto che vi sono implicati magistrati romani.
Una sentenza che fa storia, quella perugina, perchè si parla a chiare lettere di depistaggio di Stato. Nella sentenza viene ricostruito tutto il depistaggio mossa per mossa, azione per azione. Vengono fatti i nomi dei poliziotti – anche eccellenti – coinvolti, vengono forniti fortissimi elementi probatori, tracciate alcune solide piste.
A questo punto è un gioco da ragazzi, per la Procura di Roma, proseguire su quel solco tracciato da Perugia. I legali della famiglia Alpi (Antonio D'Amati, Giovanni D'Amati e Carlo Palermo) e soprattutto la madre di Ilaria, Luciana Riccardi, vedono finalmente uno squarcio nel buio e ovviamente chiedono la riapertura delle indagini.
Ma nonostante quella stradocumentata sentenza alla quale basterebbe dare un seguito, il pm Elisabetta Ceniccola della procura romana incredibilmente chiede l'archiviazione del caso, perchè a suo parere non vi sono elementi tali da proseguire nelle indagini, anche perchè sarebbe ormai trascorso troppo tempo. A controfirmare, quindi avallare in toto, quella richiesta di archiviazione è il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone. Siamo sempre più ai confini della realtà.
Eccoci agli ultimi mesi. Ad un certo punto sembra aprirsi un altro spiraglio, perchè dalla procura di Firenze arrivano dei materiali. Nel corso di un'indagine su altri fatti, i procuratori gigliati si imbattono in alcune intercettazioni telefoniche tra somali del 2011. In esse si parla anche dell'omicio di Ilaria e Miran.

La Procura di Roma

A Roma quindi si riapre il caso: o almeno sembra. Ma trascorono solo pochi mesi e di nuovo il pm Ceniccola chiede l'archiviazione, nonostante i legali di Ilaria abbiano nel frattempo prodotto altre memorie e presentato altri elementi. Niente, la procura capitolina ormai sembra tornata quel porto delle nebbie di tanti anni fa.
La richesta del pm Ceniccola a questo punto passa al vaglio definitivo del gip, Andrea Fanelli. Che inizia ad esaminare carte e documenti, poi chiede altro tempo prima di pronunciarsi.
La sua decisione, per l'archiviazione finale, arriva il 6 febbraio, e nei prossimi giorni verrà notificata alle parti, le quali potranno capire le motivazioni di tale scelta.

LA MAGISTRATURA GUARDA
Recapitolando. E' noto e stranoto che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio all'epoca stavano indagando sui traffici di armi e rifiuti super tossici.
Che avevano scoperto i fili di quei traffici, i quali vedevano come protagonisti faccendieri italiani in combutta con i Servizi segreti sia somali che, soprattutto, italiani.
Che la Somalia era diventata un'ottima discarica per interrare enormi quantità di rifiuti in cambio di armi.
Che la rotta principale per l'interramento era la superstrada Mogadiscio-Bosaso, dove venivano ammassati e poi nascosti centinaia e centinaia di bidoni tossici.
Che quei traffici venivano addirittura agevolati dai soldi della cooperazione internazionale e del Fai (fondo aiuti internazionali)
Che vi erano impegnate imprese anche "eccellenti" le quali non verranno mai toccate e anzi negli anni vedranno aumentare i loro fatturati. La circostanza è tra l'altro documentata in altri procedimenti giudiziari in cui vengono tirate in ballo.

Giuseppe Pititto

Che l'ambasciatore italiano dell'epoca sapeva – anche delle inchieste di Ilaria – ed è stato a guardare. Nè ha collaborato con le autorità italiane che dal canto loro facevano finta di indagare.
Che 7 magistrati si sono alternati nelle inchieste senza mai cavare un ragno dal buco.
Che solo il primo magistrato impegnato, Giuseppe Pititto, aveva imboccato la pista giusta. Per questo l'indagine gli è stata sottratta senza alcun motivo, la rituale "incompatibilità ambientale". Dopo alcuni anni Pititto, nauseato, ha lasciato la magistratura, è passato a fare il dirigente alla Provincia di Roma e ha scritto un thriller che ricalca in modo perfetto il caso-Alpi: "Il grande corruttore", dove viene descritto il delitto di una giornalista, un omicidio di Stato in piena regola (il mandante è addirittura un ministro che diventerà presidente della repubblica…).
Che all'epoca la Digos di Udine aveva raccolto molto materiale che già indicava la pista giusta (rifiuti-armi-cooperazione).
Che il Consiglio superiore della magistratura non ha mia detto una parola su quei magistrati.
E' altrettanto noto che la famiglia Alpi non ha mai smesso di denunciare l'inerzia dei magistrati e la totale assenza della politica nel chiedere verità. Hanno rinunciato a portare avanti il "Premio Alpi" che ogni anno si teneva a Rimini, delusi dai colpevoli silenzi dei media. La madre di Ilaria ha sempre detto: "Lotterò fino alla fine dei miei giorni perchè sia fatta giustizia per mia figlia". Non ce l'ha fatta, è morta un anno fa.
Ed è soprattutto evidente che la giustizia italiana ormai è morta e sepolta. Le ultime due picconate sono state inferte per il caso Borsellino e per quello di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Uccisi due volte.
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20 febbraio 2019

BILDERBERG / QUEST’ANNO, A GIUGNO, APPUNTAMENTO IN CALIFORNIA


Il super meeting internazionale dei Bilderberg quest'anno si terrà a giugno in California. Lo fa sapere un sito a stelle e strisce di controinformazione, BSB, che sta per "Broad Street Beacon".

Fino a questo momento filtrano pochissimi dettagli. Non si conosce la data precisa, né ovviamente  niente sui partecipanti, il cui elenco in genere comincia a circolare solo una settimana prima dell'evento. C'è appena una voce: tra le guest stars potrebbe esserci Bill Gates, grande amico di uno degli organizzatori di quest'anno.

La location, per la precisione, è quella dell'Herrington's Sierra Pines Resort nel cuore delle Sierra Nevada Mountains. Una location assai poco accessibile, raggiungibile solo via elicottero e quindi ben al riparo dagli sguardi indiscreti. Zone meravigliose, dove sono stati ambientati decine di epici westerns.

A descrivere tali bellezze è il Chairman per l'occasione, Henry de Castris: "Un luogo 'perfetto' –  dipinge – immerso tra gli alberi e le belle montagne". Tutto ok. Ma ecco una nota stonata a far capolino. Perchè lo stesso de Castris nota: "It's also the final resting place of Hitler", che tradotto letteralmente significa "è anche l'ultimo posto in cui ha riposato Hitler".

Che senso ha? Cosa vogliono intendere quelle parole?
C'è forse un qualche collegamento con il fatto che l'associazione dei "Bilderberg" è stata fondata nel 1954 da un ex ufficiale nazista, il principe olandese Bernardo de Lippe-Biesterfeld, uno dei non pochi assassini poi a zonzo per il mondo? Boh.
Fatto sta che il meeting dei Bilderberg è diventato un must annuale, un appuntamento che tutti i potenti della Terra annotano scrupolosamente nella loro agenda. La location cambia, ovviamente, ogni anno, alternando Europa e Stati Uniti. L'anno scorso, ad esempio, il summit si tenne ai primi di giugno a Torino.

Vi prendono parte, appunto ogni anno, i più potenti e influenti vip della politica, dell'industria, della finanza, dei media di tutto il mondo. Non pochi gli italiani presenti. Tra gli aficionados Lilli Gruber, nel cui salotto di Otto e mezzo di tanto in tanto si parla dei "Bilderberg", in prima fila Emma Bonino, che nell'ultima apparizione ha detto: "Ma perchè alcuni giornalisti parlano di Bilderberg come se si trattasse del Ku Klux Klan?". La radicale animatrice di + Europa, abituata ai super meeting dell'International Board della Open Society Foundation griffata George Soros, non ha proprio niente di cui stupirsi…
nella foto la zona dell'Herrington's Sierra Pines Resort

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19 febbraio 2019

STRAGE DEL SANGUE INFETTO / MOLTI SAPEVANO E HANNO TACIUTO. FIN DA QUEL LONTANO 1977


Strage del sangue infetto: molti sapevano ma nessuno ha mai alzato un dito. Nel mondo scientifico, in quello farmaceutico, tra i media e nella classe politica c'è stata, fin dalla metà-fine anni '70, una piena consapevolezza di quei traffici killer a base di emoderivati miliardari, che facevano realizzare giganteschi profitti a chi lavorava e commercializzava quel sangue infetto. E la strage "scientificamente" organizzata era del tutto prevedibile, quindi evitabile.
Incredibile che tutto ciò non sia mai emerso nei tre processi per il sangue infetto celebrati negli ultimi 20 anni: il primo a Trento partito proprio nel 1999, il secondo trasferito a Napoli e subito abortito, il terzo ora alle battute finali sempre a Napoli dove la sentenza è prevista per il 25 marzo.
Nel corso di questo quarto di secolo (le prime indagini trentine risalgono addirittura a 27 anni fa) si è passati dalla prima ipotesi di strage – l'unica e sola in grado di fotografare sul serio la realtà dei fatti – per poi scalare man mano ad ipotesi meno gravi, come epidemia colposa e ora omicidio colposo plurimo.
Eppure, neanche in quest'ultima ipotesi giudiziaria sembra si riesca mai a far luce – giudiziaria, appunto, perchè quella storica è ormai acclarata – sulle palesi responsabilità, visto che lo stesso pm, ossia l'accusa, nel corso della requisitoria dello scorso 11 gennaio ha chiesto la piena assoluzione di tutti gli imputati perchè "il fatto non sussiste". Vale a dire che nessuno ha mai ammazzato nessuno, tantomeno i nove pazienti di cui si parla nel processo, rappresentati dalle parti civili: se la sono quantomeno cercata; oppure si tratta di suicidi perfetti via avvelenamento…

NUMERI E DATE DELLA STRAGE
Scherzi (tragici) a parte, le cifre "storiche" parlano di una strage da 5 mila vittime, come del resto in Inghiterra le cifre si attestano a quota 3 mila: ma lì almeno, a fine anno scorso, è stata avviata una commissione parlamentare d'inchiesta. Da noi la politica ancora una volta tace, è stata ed è collusa con Big Pharma, mentre si straccia ogni giorno le vesti con la maxi ipocrisia dei migranti! Dei morti per sangue infetto se ne strafregano. Come se ne fregano altamente i media, allineati e coperti per disinformare: il più totale, omertoso silenzio è calato anche sull'odierno processo partenopeo.
Nella sua requisitoria, comunque, il pm del processo di Napoli, Lucio Giugliano, ha ricostruito alcune date-base, tracciando una cronologia dei tragici fatti.
Quale è stato l'arco temporale base nel quale si sono concentrate le infezioni da emoderivati? Quello compreso tra gli anni '70 e gli '80. Il pubblico ministero ha fatto capire che lo stesso arco si può restringere, tra il 1975 e il 1985. Con gran probabilità, infatti, i contagi di sette pazienti su otto (uno nel frattempo è deceduto) sono tutti da collocare a fine anni '70 (soltanto nel caso di uno dei fratelli Scalvenzi la data si può collocare parecchio più in là, nel 1987).
Ancora. Alla sbarra ci sono oggi l'ex re dei farmaci al ministero della Sanità Duilio Poggiolini ed ex dirigenti e funzionari del gruppo Marcucci. Il pm ha dato dei numeri anche sui Marcucci: hanno chiesto la prima autorizzazione ministeriale per lavorare e commercializzare emoderivati (quindi anche ad importare il sangue) nel 1973, per poi ottenerla tre anni più tardi, nel 1976.
Chiaro quindi il contesto: gli anni bollenti sono i '70, quelli dove cominciano i traffici di sangue infetto e mettono a punto i motori, li scaldano e cominciano a correre i bolidi degli emoderivati, in pole position (vale a dire oligopolisti in Italia) le aziende del gruppo Marcucci, da Aima a Biagini.
In quegli anni i Marcucci fanno capolino anche a Napoli, mettendo le mani su un colosso farmaceutico "donato" dagli americani, Richardson Merrell.
Per questo motivo nel 1977 la Voce (allora "la Voce della Campania") pubblica la sua prima inchiesta sui traffici di sangue e sul ruolo giocato, in tutto il maxi business, dal gruppo Marcucci, all'epoca guidato dal padre-padrone Guelfo Marcucci, grande amico di Sua Sanità Francesco De Lorenzo: tanto che il figlio Andrea alle politiche del 1991 si presenterà sotto i vessilli del Pli targato Altissimo-De Lorenzo. Non basta, perchè a rinsaldare i legami societari provvederà anche il fratello di Sua Sanità, Renato De Lorenzo, che a fine anni '80 entra nel cda della Sclavo, la sigla in arrivo dal gruppo Montedison (la Anic del ramo farmaceutico) destinata a diventare una delle perle di casa Marcucci.

QUELLA PRIMA INCHIESTA DELLA VOCE NEL '77
Ma torniamo a quell'inchiesta della Voce nel 1977, attraverso la quale si ha la palese dimostrazione che la consapevolezza (e le notizie) su quei traffici circolavano già allora. Se la Voce ne scriveva, di tutta evidenza quelle storie erano ben note negli ambienti farmaceutici, ad esempio nella stessa Richardson Merrell. Ne parlavano i sindacalisti, filtravano alcune prime accuse da parte della Cgil, alla Voce di quegli spericolati traffici fornì molti dettagli un ricercatore della Merrell, Procolo Causa. Da tener presente che l'affare Merrell fu uno dei casi "industriali" saliti alla ribalta delle cronache dell'epoca, con il sottosegretario al Bilancio, l'andreottiano Vincenzo Scotti, impegnato in prima linea nella story.
Potete leggere quell'inchiesta in basso. Ma ecco di seguito, per maggior semplicità, alcuni stralci salienti.

Kelly Douda

"Il finanziere toscano Guelfo Marcucci ottiene dagli americani gli stabilimenti ex Merrell di via Pietro Castellino, al Vomero, e di Sant'Antimo, le attrezzature scientifiche, la ricchissima biblioteca. L'attività, ripresa ad inizio '76, procede a ritmo assai ridotto, con un bassissimo utilizzo degli impianti e della stessa mano d'opera, ridottasi di 180 unità per il mancato turn over. 'Se a questo si aggiunge che i centri direzionali sono stati spostati in Toscana – sostiene Laura Bellipanni del CdF dell'ex Merrell – si capisce come l'indotto prima di un miliardo si sia del tutto azzerato, e il settore biologico non tiri più e si limiti a trasformare gli emoderivati provenienti dall'AIMA, anch'essa di proprietà dei Marcucci'".
Si parla poi dei "14 miliardi complessivi concessi graziosamente dalla Richardson Merrell a Marcucci" e dei "tentativi di impedire le manovre speculative di Marcucci che cerca di vendere, a uso immobiliare, le aree del Vomero", il quartiere 'alto' di Napoli, in prossimità della zona ospedaliera.

DAI CENTRI NELL'EX CONGO BELGA… 
Ecco quindi il "Ritratto di un finanziere" dedicato al patròn Guelfo Marcucci. Siamo al passaggio-base, ossia l'interrogativo rimbalzato più volte in quasi tre anni di processo davanti alla sesta sezione penale del tribunale di Napoli: "Quali le fonti di provenienza del sangue trattato negli stabilimenti Marcucci?", scrive la Voce, ricordiamolo, nel 1977.
La risposta: "In gran parte il terzo mondo, fino al 1975 prevalentemente il Congo ex belga. Qui l'abile finanziere aveva impiantato un centro poliambulatoriale e un centro di raccolta del sangue dove, mediante una tecnica assai sofisticata, veniva prelevata agli ignari donatori una quantità tripla di plasma sanguigno, reimmettendo in circuito i globuli rossi diluiti in apposita soluzione fisiologica. Saputo negli ambienti politici locali che il vento comincia a mutar direzione, Marcucci si affretta a vendere il tutto a una società americana, che dopo tre mesi viene nazionalizzata. Oggi Marcucci gestisce diversi centri di raccolta di sangue in varie parti del mondo, impiantando enormi speculazioni, per gli elevatissimi costi di vendita: basti pensare ai preparati Fattore VII, uno dei quali, il Kryobulin 50, costa 162.400 lire a confezione!".

L'intera, tragica storia è poi raccontata nel volume "Sua Sanità – Viaggio nella De Lorenzo story, un'azienda che scoppia di salute", edito a febbraio 1992 dalla Voce e dalla Publiprint di Trento.
Non solo Congo ex belga ed altri paesi africani e del terzo mondo, comunque, nel mirino del gruppo Marcucci.
Nel 2007, grazie ad uno choccante docufilm del regista americano Kelly Duda, veniamo a sapere che un'altra tra le fonti principali di approvvigionamento di sangue erano state addirittura le galere statunitesnsi, in particolare quelle dell'Arkansas.

ALLE GALERE DELL'ARKANSAS
Tutto viene illustrato in "Fattore VIII". Lo stesso Duda è stato convocato dagli avvocati delle parti civili, Stefano Bertone ed Ermanno Zancla, come teste al processo di Napoli.

Andrea Marcucci

Dove ha confermato ogni circostanza per filo e per segno ed ha parlato dei mesi e mesi di lavoro negli States sulle tracce del sangue infetto, nonché dei dorati trades senza alcuno scrupolo lungo l'asse Usa-Europa e, of course, Italia. Donatori prezzolati, non testati, a super rischio infezione: tutto il peggio possibile per avvelenare – scientemente – i poveri pazienti che si vedevano iniettare nelle vene quelle letali bombe ad orologeria.



                                                                          L'avvocato Stefano Bertone

Un altro teste base al processo partenopeo, l'ematologo milanese Piermannuccio Mannucci, nel corso della sua verbalizzazione ha avuto il coraggio di affermare: "Ho chiesto informazioni ai dirigenti del gruppo Marcucci per sapere da dove proveniva quel sangue. Mi hanno rassicurato, mi hanno detto che veniva dai campus universitari e dalle casanlinghe americane".
Incredibile ma vero. Un teste in palese conflitto d'interessi, Mannucci, dal momento che è stato consulente scientifico di Kedrion – l'attuale corazzata del gruppo Marcucci, guidata da Paolo, fratello di Andrea Marcucci, il capogruppo del Pd al Senato – ed ha partecipato, gettonato, a svariati simposi nazionali e internazionali organizzati dalla stessa Kedrion.
Anche la Bbc una decina d'anni fa ha mandato in onda un lungo j'accuse sui traffici di sangue infetto, non solo perchè la tragedia, come visto, l'ha investita con oltre 3 mila morti, ma anche perchè per alcuni anni il gruppo Marcucci ha potuto contare su un avvocato britannico di fama, David Mills, che all'epoca prestava i suoi servigi anche a Silvio Berlusconi, mentre la consorte di Mills era ottima amica, a sua volta, della moglie del premier Tony Blair.
Dio li fa e poi li accoppia.


Un carcere dell'Arkansas

CIECHI & COMPLICI
Tirando le somme: i traffici sono cominciati ad inizio anni '70 ed erano stranoti: perchè tutti hanno chiuso gli occhi? Come mai le autorità sanitarie, nazionali e internazionali, non hanno mosso neanche un dito, dall'inflessibile Food and Drug Administration fino al nostro Istituto Superiore di Sanità?
Big Pharma – ormai è strachiaro – ha comprato silenzi & collusioni. Anche a casa nostra, come del resto dimostra ampiamente la Farmatruffa, che ha visto la condanna penale e civile (5 milioni di euro a testa) per De Lorenzo e Poggiolini.
Ma come mai tutti, trasversalmente a livello politico in Italia, hanno dormito, o meglio sono stati complici silenti della strage?
Perchè solo in questo modo deve essere chiamata: strage. E se anche a Napoli San Gennaro non riuscirà nel miracolo d'una sentenza "storica" – come fa presagire la "requisitoria assolutoria" del pm – c'è pur sempre una Corte dell'Aja per i crimini contro l'umanità a poter "giudicare" su quei tragici fatti cominciati ad inizio anni '70 e documentalmente provati almeno da quel 1977.
Perchè, dopo oltre un quarto di secolo, giustizia sia..

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18 febbraio 2019

TESLA ACQUISTA LA MAXWELL TECHNOLOGIES: LE BATTERIE A STATO SOLIDO SONO PIÙ VICINE


Tesla Motors ha acquistato la Maxwell Technologies, società specializzata nello stoccaggio dell'energia elettrica, una mossa che potrebbe aprire a nuovi scenari - come lo sviluppo di massa delle batterie a stato solido.
L'affare dovrebbe aggirarsi attorno ai 218 milioni di dollari di valore, come riportato da EV Specifications, dopo che le compagnie hanno accordato una vendita massiccia di azioni a 4,75 dollari l'una. Ancora non c'è una data esatta, le due società però contano di chiudere ufficialmente l'acquisizione nel secondo o terzo trimestre del 2019.
L'acquisto della Maxwell è tutt'altro da sottovalutare, anche perché l'azienda vanta ultracondensatori agli ioni di litio di nuova concezione, capaci di garantire un'alta densità energetica ma anche una carica e una scarica rapida a bassa degradazione, in pratica caratteristiche perfette per un'auto elettrica. Una tecnologia simile applicata ai veicoli potrebbe garantire tempi di ricarica minori e una vita media più lunga, oltre a fornire più energia a parità di spazio e peso.
La tecnologia della Maxwell Technologies non si ferma qui: la compagnia sta sviluppando anche una batteria con elettrodi a secco, il che potrebbe far pensare a una prossima commercializzazione di massa di batterie a stato solido, la nuova frontiera in ambito EV. Tesla non poteva fare acquisti migliori.

Fonte:
auto.everyeye.it
www.thedrive.com

16 febbraio 2019

Rete Voltaire: I principali titoli della settimana ven 15 feb 2019

Rete Voltaire
Focus




In breve

 
A Varsavia Israele rivela il proprio impegno nello Yemen
 

 
Forze speciali USA arrivano nei Caraibi
 

 
Il Gruppo di Contatto Internazionale (GCI) sostiene Juan Guaidó
 

 
In marzo e aprile 2019 Francia e Germania eserciteranno insieme la presidenza del Consiglio di Sicurezza
 

 
La Francia ritira il proprio ambasciatore presso un Paese membro della Ue
 

 
L'Iran costruirebbe missili di precisione in Siria
 

 
Erdoğan non riconosce al-Assad ma discute con il suo governo
 

 
Whitestream sarebbe in grado d'individuare le transazioni in Bitcoin
 

 
Erik Prince investe in Cina
 
Controversie

 
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15 febbraio 2019

Voce delle Voci - La Newsletter di venerdì 15 febbraio

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LA NEWSLETTER DI VENERDI' 15 FEBBRAIO

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13 Febbraio 2019
  di Luciano Scateni


3 Febbraio 2019
  di PAOLO SPIGA
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