15 luglio 2018

[Reseau Voltaire] Les principaux titres de la semaine 13 7 2018


Réseau Voltaire
Focus




En bref

 
Lafarge produisait le ciment utilisé par Daesh
 

 
Le « sultan » Erdoğan intronisé dans ses fonctions
 

 
Après Bannon à Rome, contre-attaque d'Obama à Madrid et Porto
 

 
Saïf el-Islam Kadhafi publie son programme
 

 
Tensions dans le détroit d'Ormuz
 

 
Les Kurdes pro-US contre les chrétiens iraquiens et syriens
 

 
Les armes des « rebelles » de Deraa
 

 
Vrai ou faux complot iranien en Europe ?
 

 
Libération rapide du Sud de la Syrie
 

 
Trump contre l'OMC
 

 
Trump et l'Otan
 

 
Les Comores fournissaient des passeports à l'Iran
 

 
Les Moujahiddines du Peuple appellent à renverser le régime iranien
 

 
Le Qatar représente le Hamas auprès d'Israël
 
Controverses
Fil diplomatique

 
Déclaration de l'Otan sur la mission « Resolute Support » en Afghanistan
 

 
Déclaration du président publiée à l'issue de la réunion du Conseil de l'Atlantique Nord avec l'Ukraine
 

 
Déclaration de la Commission OTAN-Géorgie
 

 
Déclaration de Bruxelles sur la sécurité et la solidarité transatlantiques
 

 
Déclaration d'ouverture du sommet de l'Otan
 

 
Déclaration conjointe sur la coopération entre l'UE et l'OTAN
 

 
Discours d'Emmanuel Macron devant le Parlement réuni en Congrès
 

 

« Horizons et débats », n°15-16, 9 juillet 2018
Une banque peut-elle lutter contre la financiarisation de l'économie ?
Partenaires, 9 juillet 2018
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Le due superpotenze: chi controlla realmente le due nazioni?


All’interno dei gruppi di potere che governano gli Stati Uniti, uno dei quali, il complesso militare-industriale del Deep State, è ancora più potente della lobby israeliana, c’è il grande timore che un incontrollabile Presidente Trump possa raggiungere, durante il suo prossimo incontro con Putin, un accordo che ponga fine alla demonizzazione della Russia, che finora ha garantito l’enorme budget e lo strapotere del comparto della difesa militare.
La paura del Deep State è palpabile negli editoriali che lo stesso Deep State ha commissionato al Washington Post (29 giugno) e al New York Times (29 giugno), due dei megafoni del Deep State, ma che non vengono più presi in considerazione dalla stragrande maggioranza del popolo americano. I due editoriali condividono le stesse argomentazioni e le medesime frasi. Continuano a ripetere le solite, già smentite, menzogne sulla Russia, come se delle palesi ed ovvie bugie fossero dei fatti concreti.
Entrambi accusano il Presidente Trump di “prostrarsi davanti al Kremlino.” Ovviamente, l’inginocchiarsi non è una peculiarità di Donald Trump. Ma, ancora una volta, i fatti non sono di certo un ostacolo alla propaganda vomitata dal WaPo e dal NYT, i due megafoni per le bugie del Deep State.
L’editoriale del Deep State commissionato al WaPo riferisce che: “Le cause della tensione fra Stati Uniti e Russia sono ben note. La Russia ha sottratto la Crimea all’Ucraina, ha fomentato una guerra nell’Ucraina dell’Est, è intervenuta per salvare la dittatura del Presidente siriano Bashar al-Assad, ha interferito nelle elezioni presidenziali americane danneggiando Hillary Clinton e aiutando Donald Trump, ha avvelenato un ex ufficiale dell’intelligence sul suolo britannico e continua ad immischiarsi nelle elezioni degli altri paesi democratici.”
Il paragrafo di apertura del WaPo è una raccolta di tutte le sfacciate bugie costruite dal Deep State per il suo Ministero della Propaganda. Sono stati scritti molti libri sulle infiltrazioni della CIA nei media americani. Non ci sono dubbi a questo proposito. Ricordo che ero appena entrato come Staff Associate [funzionario di primo livello] nello House Defense Appropriation Subcommittee [uno dei 12 sottocomitati che gestiscono i finanziamenti al Ministero della Difesa americano – ndt], quando ero stato informato che il Washington Post era una risorsa della CIA. Questo succedeva nel 1975. Oggi il Post è di proprietà di una persona [Jeff Bezos, fondatore di Amazon.com – ndt] che gode di contratti governativi che, secondo molti, gli permettono di mantenere la sua attività di facciata.
E non dimentichiamoci di Udo Ulfkotte, il redattore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, che aveva scritto nel suo best seller Gekaufte Journalisten [Giornalisti comprati] che in Europa non c’era un singolo giornalista importante che non fosse a libro paga della CIA. L’edizione inglese del libro di Ulfkotte è stata soppressa e ne è stata vietata la pubblicazione.

Introvabile


Il New York Times, che aveva detto la verità per l’ultima volta nel 1970, quando aveva pubblicato i Pentagon Papers e aveva avuto il coraggio di battersi per il rispetto del Primo Emendamento, ripete le bugie sull’occupazione della Crimea e sull’attacco all’Ucraina” da parte di Putin, insieme a tutte le altre immotivate stronzate sulla Russia, che avrebbe interferito nelle elezioni presidenziali, facendo eleggere Trump, che ora si genuflette davanti a Putin per servire la Russia invece degli Stati Uniti. L’editoriale commissionato al NYT insinua che Trump possa essere una minaccia alla sicurezza nazionale dell’America e dei suoi alleati (vassalli). Il problema, secondo il NYT, è che Trump non ascolta i suoi consiglieri.
Torna alla memoria il Presidente John F. Kennedy, che non aveva dato retta alla CIA e agli Stati Maggiori Riuniti sull’invasione di Cuba, sul bombardamento atomico dell’Unione Sovietica e sull’utilizzo di un falso auto-attentato (false flag) nei confronti dell’America organizzato proprio dagli Stati Maggiori, l’Operazione Nortwoods. Non è che il New York Times sta preparando l’assassinio di Trump con la scusa che è innamorato della Russia e sacrifica gli interessi nazionali degli Stati Uniti?
Io ci scommetterei.
Mentre il Washington Post e il New York Times ci dicono che, se Trump si incontrerà con Putin, svenderà la sicurezza degli Stati Uniti, Saker afferma che Putin si trova di fronte alle stesse limitazioni,  per Putin però non si tratta di un problema legato alla sicurezza nazionale, ma alla Quinta Colonna russa, agli Integrazionisti Atlantici, che hanno il loro uomo di punta nel Primo Ministro Medvedev, il rappresentante di quella ricca elite russa che si era arricchita impossessandosi, con la benedizione di Washington, dei beni statali durante gli anni di Yeltsin.
Queste elites, secondo Saker, impongono a Putin pastoie così pesanti che mettono a rischio la sovranità stessa della Russia. Per motivi finanziari è molto più importante, per queste elites, far parte dell’impero di Washington piuttosto che di una nazione sovrana. (Link).
Trovo che quella di Saker sia la miglior analisi sugli ostacoli che limitano le possibilità di Putin di rappresentare in pieno gli interessi nazionali russi.
Mi sono spesso domandato come mai Putin non faccia arrestare questi traditori dalle forze di sicurezza e non li faccia condannare alla pena capitale. La risposta è che Putin crede nel ruolo della legge e sa che la Quinta Colonna russa, finanziata e sostenuta dagli Stati Uniti, non può essere eliminata senza spargimenti di sangue e questo è contro la legge. Così la Russia rimane in bilico. Credo che alla Quinta Colonna russa la preminenza del diritto importi molto poco. A loro interessano solo i soldi.
Per quanto Putin possa essere messo in discussione, Chris Hedges, uno dei più grandi giornalisti americani viventi, che potrà anche non avere sempre ragione, ma che, quando ce l’ha, riesce ad essere molto incisivo, illustra la situazione che deve affrontare il popolo americano. E’ una situazione  irrimediabile. Il benessere e i diritti civili dell’America sembrano ormai perduti. (Link).
Secondo me, Hedges, a causa dei suoi ideali di sinistra, si era focalizzato più sulla retorica di Reagan che sui risultati ottenuti da Reagan, (tra cui) i due più importanti del nostro tempo: la fine della stagflazione, che aveva favorito il popolo americano e la fine della Guerra Fredda, che aveva allontanato il rischio di una guerra nucleare. Penso anche che Hedges non approvi la sincerità di Trump riguardo alla necessità di normalizzare le relazioni con la Russia (relazioni peraltro già distrutte dai regimi di Clinton, George W. Bush e Obama) e di riportare in patria, ai lavoratori americani, le attività delocalizzate all’estero. L’agenda di Trump lo porta in rotta di collisione con i due più potenti gruppi di interesse degli Stati Uniti. Un Presidente intenzionato ad affrontare queste poderose lobbies dovrebbe essere apprezzato e sostenuto come, e Hedges lo riconosce, fa la maggioranza dei diseredati. Se posso, vorrei far notare a Chris, che peraltro ammiro, che non spetta a Chris Hedges mettersi contro una scelta popolare. Come può funzionare la democrazia se il popolo non governa?
Hedges scrive, giustamente, “Il problema non è Trump. E’ un sistema politico dominato dal potere corporativo e dai mandarini dei due principali partiti politici, in cui noi (popolo americano) non contiamo nulla.”
Hedges ha assolutamente ragione.
E’ impossibile non ammirare giornalisti come Hedges, che riescono a descrivere la nostra condizione con una tale capacità di sintesi:
“Ora viviamo in una nazione dove i medici distruggono la salute, gli avvocati distruggono la giustizia, le università distruggono la conoscenza, la stampa distrugge l’informazione, la religione distrugge la morale e le banche distruggono l’economia.”
Leggetevi il chiarimento di Saker sulla politica russa. E’ probabile che Putin possa crollare per le pressioni della poderosa Quinta Colonna all’interno del suo governo. Leggetevi anche l’analisi di Chris Hedges sul collasso dell’America. Contiene molte verità. Che cosa succederebbe se il popolo russo si ribellasse alla Quinta Colonna e se l’oppresso popolo americano si sollevasse contro le ruberie del complesso militare-industiale? Che cosa accadrebbe se nessuno dei due popoli insorgesse?
Chi farebbe scoppiare il primo ordigno atomico?
Il nostro tempo sulla Terra non riguarda solo i nostri settant’anni, perchè anche il tempo sulla Terra dell’umanità, e quello di tutte le altre specie, è condizionato dall’uso delle armi atomiche.
E’ già da un bel po’ di tempo che i governi o, se non loro, l’umanità dovrebbe domandarsi perché esistono le armi atomiche e quando potrebbero essere usate senza causare la distruzione della vita sulla Terra.
Perchè non è questo il problema dei nostri giorni, invece, per esempio, dei gabinetti transgender o tutte le altre fake news su cui si concentrano i media prezzolati?
Gli articoli di Saker e di Chris Hedge, due individui sagaci, ci fanno capire come nessuna delle due superpotenze sia in grado di prendere le decisioni migliori, decisioni che devono essere dettate dalla democrazia e non dai voleri degli oligarchi, contro cui nessun governo eletto può resistere.
Se così fosse, sarebbe la fine dell’umanità. 
Paul Craig Roberts
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

14 luglio 2018

Vaticano la multinazionale più potente al mondo

Marisa Denaro – Se si pensa ad una multinazionale vengono in mente uomini in giacca e cravatta che gestiscono milioni di euro, invece la più grande multinazionale è composta da uomini in abito talare.

La Chiesa Cattolica è la prima multinazionale con 2 mila miliardi di dollari di patrimonio immobiliare di cui circa il 22% del patrimonio immobiliare in Italia, riserve d’oro di oltre 60000 tonnellate sparse tra la US Federal Reaerve Bank e banche elvetiche e britanniche, per non parlare dei capitali depositati presso lo IOR, istituto opere religiose, la banca vaticana più volte coinvolta in scandali lambire anche da omicidi, finti suicidi e sparizioni.
Non solo oro e immobili ma azioni e obbligazioni detenute dal Vaticano in varie società sparse in tutto il mondo.
Un esempio su tutti l’Amministrazione patrimonio Sede Apostolica che dovrebbe gestire unicamente la curia romana, ha nelle sue disponibilità circa un miliardo di euro.
Non da meno sono i vari ordini religiosi, enti e fondazioni che gestiscono veri e propri imperi economici come Propaganda Fide ( il ministero delle missioni) che gestisce un patrimonio stimato in 10 miliardi di euro.
La Banca Cattolica Pax di Colonia, come riferisce il giornale tedesco Der Spiegel, sino al 2009 aveva investito in azioni di aziende che producono tabacco, armi finanziando con 1,6 miliardi di euro la Bae Systems colosso della difesa e persino contraccettivi possedendo 580 milioni di euro in azioni della società farmaceutica Wyeth.
Una volta scoperchiato il calderone rendendo pubblici i veri affari della Banca Cattolica Pax, la stessa si è premurata di informare  i propri clienti che aveva provveduto a vendere tutte le “cattive azioni”.
Non da meno sono gli arcivescovadi di Madrid e Burgos avendo investito 80 mila euro in azioni dei laboratori farmaceutici Pfizer che fabbricano Viagra e un anticoncezionale che si inietta ogni tre mesi.
Affari gestiti con estremo cinismo nel totale disprezzo del pensiero cattolico che da sempre ha condannato l’uso della pillola contraccettiva, condannando le donne che ne fanno uso da un lato e guadagnandoci dall’altro. Il tutto inoltre, accadeva mentre in Italia si assisteva ad un acceso dibattito sulla pillola abortiva RU486.
Chissà poi cosa hanno pensato i frati comboniani contrari alle banche che finanziano società che producono armi quando si sono resi conto che chi li finanziava indossava il crocifisso.
Il Vaticano ha partecipazioni in molte imprese in vari ambiti quali plastica, elettronica, cemento, acciaio e nel settore immobiliare. Ha partecipazioni in Italgas, Fiat come Alitalia.
Nonostante un capitale immenso sottostimato visto che non sono considerate le numerosissime opere d’arte di proprietà della Chiesa Cattolica, incassa anche l’8 Per mille aumentando ancor di più un capitale che da solo potrebbe sfamare le intere popolazioni disagiate del continente africano.
Lo Ior, a dispetto del suo nome, di opere religiose se ne occupa ben poco, gestisce circa 6 miliardi di euro ed è stata più volte al centro di casi di riciclaggio di denaro sporco come il caso del Banco Ambrosiano che porta con sé la morte del banchiere Roberto Calvi, per non parlare dei rapporti ambigui con Michele Sindona legato ad ambienti massonici-mafiosi o l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, la sparizione di Emanuela Orlandi, i legami con la banda della Magliana,  la misteriosa ed improvvisa morte di Papa Luciani, gli scandali Enimont e i fondi neri amministrati dall’arcivescovo Marcinkus.
Persino lo scandalo calciopoli ha coinvolti lo Ior dove erano depositati fondi neri della Gea World di Alessando Moggi.
Interessi miliardari che vanno oltre i cardini della religione cattolica che predica la povertà e la carità.
Poveri a parole ma ricchi di fatto, pro vita ma contribuiscono a produrre anticoncezionali, contro le guerre e producono armi, a favore dell’ambiente bellezza del creato da preservare e producono plastica.
Fonte: Vaticano la multinazionale più potente al mondo   Articolotre

13 luglio 2018

Rete Voltaire: I principali titoli della settimana 13 lug 2018


Rete Voltaire
Focus




In breve

 
Lafarge produceva il cemento utilizzato da Daesh
 

 
Il "sultano" Erdoğan intronizzato nelle sue nuove funzioni
 

 
Dopo Bannon a Roma, contrattacco di Obama a Madrid e a Porto
 

 
Saïf el-Islam Gheddafi pubblica il proprio programma elettorale
 

 
Tensioni nello stretto di Ormuz
 

 
I kurdi pro-USA contro i cristiani iracheni e siriani
 

 
Le armi dei "ribelli" di Deraa
 

 
Vero o falso complotto iraniano in Europa?
 

 
Rapida liberazione del sud della Siria
 

 
Trump contro l'OMC
 
Controversie

 
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Cosa prepara Donald Trump, di Thierry Meyssan

Dopo l’esame degli eventi storici cui Donald Trump fa riferimento (il compromesso costituzionale del 1789, gli esempi di Andrew Jackson e di Richard Nixon) e della percezione della sua politica da parte dei sostenitori, ora Thierry Meyssan passa all’analisi della sua azione antimperialista. Trump non vuole un ritorno al passato. Al contrario, sta abbandonando gli interessi della classe dirigente transnazionale a beneficio dello sviluppo economico nazionale.
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Il vento delle pale dell’elicottero presidenziale ha fatto volare via il berretto di un marine di guardia, Donald Trump lo raccoglie e glielo rimette in testa.
Questo articolo è il seguito di "La collocazione di Donald Trump”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 19 giugno 2018.

Il problema

Nel 1916, durante la prima guerra mondiale, Lenin analizzò le ragioni che portarono allo scontro tra gli imperi dell’epoca e scrisse L’imperialismo fase suprema del capitalismo. In quest’opera Lenin ha così chiarito il suo pensiero: «L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo fra i trust internazionali ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.»
I fatti hanno confermato la logica di concentrazione del capitalismo descritta da Lenin. Nel corso di un secolo, agli imperi precedenti se n’è sostituito uno nuovo: «L’America», da non confondersi con il continente americano. A furia di fusioni-acquisizioni, un esiguo numero di società multinazionali ha prodotto una classe dirigente globale che ogni anno si autocelebra a Davos, in Svizzera. Questi personaggi non servono gli interessi del popolo statunitense – del resto loro stessi non sono necessariamente tutti statunitensi – bensì si servono dei mezzi dello Stato federale USA per massimizzare i loro profitti.
Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti sulla promessa di ritornare, attraverso la libera concorrenza, a uno stadio anteriore del capitalismo, quello del “sogno americano”. Certo si può ritenere, come Lenin, che questo ripristino sia impossibile a priori, tuttavia Trump ha imboccato questa via.
Il cuore del sistema capitalistico imperiale è espresso dalla dottrina del Pentagono, enunciata dall’ammiraglio Arthur Cebrowski: il mondo è ormai diviso in due, da un lato gli Stati sviluppati e stabili, dall’altro gli Stati non ancora integrati nella globalizzazione imperiale, dunque votati all’instabilità. La missione delle forze armate USA è distruggere le strutture statali e sociali delle regioni non integrate: dal 2001 hanno con pazienza distrutto il Medio Oriente Allargato, ora si apprestano a fare altrettanto nel Bacino dei Caraibi.
Non si può non prendere atto che il modo di comprensione del mondo da parte del Pentagono si fonda sugli stessi concetti utilizzati da pensatori antimperialisti, come Immanuel Wallerstein, Giovanni Arrighi o Samir Amin.

Il tentativo di soluzione

Dunque, l’obiettivo di Trump è sia reinvestire i capitali transnazionali nell’economia USA sia ricondurre Pentagono e CIA, dalla funzione imperialista che attualmente rivestono, alla difesa nazionale. Per ottenere questo risultato, Trump deve ritirarsi dai trattati commerciali internazionali e sciogliere le strutture intergovernative che rendono stabile l’ordine che vuole sovvertire.
Sciogliere i trattati internazionali
Già nei primi giorni di mandato, Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo sul Partenariato Trans-Pacifico, che non era stato ancora firmato, un trattato commerciale strategicamente concepito per isolare la Cina.
Non potendo annullare la firma sui trattati in vigore, per esempio l’Accordo Nordamericano per il Libero Scambio, Trump ha cominciato a smontarli, imponendo diritti di dogana che ne violano lo spirito, anche se non la lettera.
Reinquadrare o sciogliere le strutture intergovernative
L’abbiamo spesso scritto su questo sito: le Nazioni Unite non sono più un forum per la pace, sono diventate strumento dell’imperialismo USA; una trasformazione cui solo pochi Stati continuano a opporsi. Questo accadde con la politica della sedia vuota dell’Unione Sovietica (guerra di Corea) e continua a succedere da luglio 2012.
Il presidente Trump ha attaccato i due principali strumenti imperialisti in seno all’ONU: le operazioni per il mantenimento della pace (che hanno sostituito le missioni di osservazione, previste inizialmente dalla Carta) e il Consiglio per i Diritti dell’Uomo (la cui unica funzione è adesso giustificare le guerre umanitarie della NATO). Trump ha svuotato il budget delle prime e ha ritirato gli Stati Uniti dal secondo. Per contro, non è riuscito a imporre il proprio candidato al posto di direttore dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, lasciando così campo libero, per il momento, al traffico mondiale degli esseri umani. Ovviamente, Trump non vuole distruggere l’ONU, bensì reinquadrarlo per ricondurlo alla sua funzione originaria.
Trump ha recentemente silurato il G7. Quest’assise, in origine occasione di scambio di punti di vista, era divenuta dal 1994 strumento di dominazione imperiale. Nel 2014 il G7 si è trasformato in strumento anti-Russia, conformemente alla nuova strategia degli anglosassoni, che mirava a “salvare il salvabile”, ossia a evitare una nuova guerra mondiale circoscrivendo l’impero alle frontiere con la Russia e isolando quest’ultima. Durante l’ultima riunione del G7 a Charlevoix , il presidente Trump si è sforzato di dimostrare agli sconcertati alleati che egli non è più il loro sovrano e che dovranno cavarsela da soli.
Infine, dopo aver invano tentato di usare la Francia per far saltare l’Unione Europea, ha ripiegato sull’Italia, dove ha inviato Steve Bannon per far nascere, grazie all’aiuto delle banche statunitensi, un governo anti-sistema. Roma si è già alleata con altre cinque capitali per opporsi a Bruxelles.
Reinvestire nell’economia produttiva
Grazie a diverse misure fiscali e doganali – raramente votate dal Congresso, più spesso adottate per decreto – Trump incoraggia le grandi società statunitensi a riportare in patria le fabbriche. Ne è seguita un’immediata ripresa economica, pressoché l’unico risultato che i media gli riconoscono.
Tuttavia si è ancora moto lontani dall’osservare una regressione della finanza, che probabilmente continua a prosperare fuori degli Stati Uniti, ossia a succhiare le ricchezze del resto del mondo.
Reindirizzare Pentagono e CIA
Cosa evidentemente più difficile da fare. Trump ha avuto i voti della truppa, ma non quelli degli ufficiali superiori e dei generali.
Trump è entrato in politica l’11 settembre 2001, quando ha contestato immediatamente la versione ufficiale dell’attentato alle Torri Gemelle. In seguito, si è stupito delle contraddizioni tra il discorso dominante e i fatti: sebbene i presidenti Bush Jr. e Obama abbiano entrambi dichiarato di voler eliminare i movimenti jihadisti, durante i loro mandati abbiamo assistito a una moltiplicazione drastica e a una globalizzazione dello jihadismo, fenomeni che hanno consentito la creazione di uno Stato jihadista indipendente in Iraq e in Siria.
Per questa ragione Trump si è attorniato, sin dai primi giorni del mandato, di ufficiali che godono di autorità indiscussa nelle forze armate. Era per lui l’unica opzione possibile: gli permette di prevenire un colpo di Stato militare e, al tempo stesso, di farsi ubbidire nel percorso della riforma che vuole intraprendere. Per quanto riguarda la tattica sul campo, Trump ha poi dato carta bianca ai militari nel loro complesso. Infine, non perde occasione di riaffermare il proprio sostegno alle Forze Armate e ai Servizi d’intelligence.
Dopo aver revocato il diritto a un seggio permanente nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale al presidente dei capi di stato-maggiore e al direttore della CIA, Trump ha ordinato di cessare di sostenere gli jihadisti. Progressivamente, Al Qaeda e Daesh hanno perso terreno. Oggi questa politica prosegue con la revoca del sostegno agli jihadisti nel sud della Siria. Ormai gli jihadisti non dispongono più di eserciti privati, unicamente di gruppi sparpagliati, che usano per azioni terroristiche mirate.
Conformemente alla medesima linea di condotta, inizialmente Trump ha finto di rinunciare a sciogliere la NATO se questa avesse accettato di aggiungere alla propria funzione anti-Russia la funzione anti-terrorismo. Adesso il presidente USA sta cominciando a dimostrare alla NATO che i privilegi di cui gode non sono eterni; lo abbiamo visto infatti rifiutare la concessione di un visto speciale a un ex segretario generale. Soprattutto, Trump comincia a erodere la funzione anti-Russia della NATO: negozia con Mosca l’annullamento delle manovre dell’Alleanza in Europa dell’Est; chiede atti amministrativi che attestino il rifiuto degli alleati di contribuire alla difesa comune in proporzione ai loro mezzi. In sintesi, Trump si prepara a fare esplodere la NATO non appena se ne presenterà l’occasione.
Questo momento sopraggiungerà solo quando la destrutturazione delle relazioni internazionali arriverà simultaneamente a maturazione in Asia (Corea del Nord), nel Medio Oriente Allargato (Palestina e Iran) e in Europa (UE).
Quel che bisogna tenere presente:
-  Il presidente Trump non è affatto il personaggio “imprevedibile” che ci viene descritto. Al contrario, agisce in maniera riflessiva e logica.
-  Trump sta preparando una riorganizzazione delle relazioni internazionali. Questo cambiamento non può che passare da uno sconvolgimento completo e repentino, a danno degli interessi della classe dirigente transnazionale.

12 luglio 2018

Tesla, obiettivo raggiunto: prodotte 5.000 Model 3 a settimana

Elon Musk ha mantenuto la promessa e Tesla è stata in grado di produrre 5.000 Model 3 a settimana per la fine del secondo trimestre. In realtà c'è stato bisogno di qualche ora in più. Come hanno dichiarato due operai alla Reuters, l'esemplare numero 5.000 è uscito dalla linea di produzione alle 5 di mattina dell'1 luglio. Un po' dopo la mezzanotte, che era la deadline indicata da Musk. Niente di grave comunque.
E, come è nell'indole del boss di Tesla, l'asticella è già stata alzata. Entro la fine di luglio, l'obiettivo è raggiungere la produzione di 6.000 Model 3 a settimana. Nel frattempo, Tesla ha raggiunto un ritmo produttivo di 7.000 unità a settimana per Model S e Model X. Tornando a Model 3, sarà interessante vedere se ora la Casa californiana saprà mantenere questo ritmo. La cosa più importante ancora prima di lanciarsi nella nuova sfida alle 6.000 unità settimanali indicata da Musk.
Alcuni analisti ritengono che il ritmo tenuto da Tesla negli ultimi tempi non sia sostenibile sul lungo periodo. Per raggiungere l'obiettivo, Tesla ha costruito in poche settimane una seconda linea produttiva sotto un enorme tendone, all'esterno della fabbrica di Fremont. Da qui sono uscite le versioni dual motor e performance di Model 3.

11 luglio 2018

Ivrea è patrimonio mondiale dell’Unesco: Olivetti e la città della rivoluzione industriale

Ivrea è patrimonio mondiale dell’Unesco: Olivetti e la città della rivoluzione industriale
Ivrea è patrimonio mondiale dell’Unesco: Olivetti e la città della rivoluzione industriale (ANSA)
IVREA - Ivrea è patrimonio mondiale dell’Unesco: si tratta del 54esimo sito italiano dell’Unesco. La decisione è stata presa durante la sessione in Bahrain. Ad avanzare la candidatura era stata la scorsa amministrazione. Soddisfatti sia il neo sindaco Stefano Sertoli e l’ex sindaco, Carlo Della Pepa. Ivrea ha sbaragliato la «concorrenza italiana», vincendo la sfida interna con le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene.
IVREA PATRIMONIO MONDIALE UNESCO - Decisiva nell’assegnazione del riconoscimento, la rivoluzione industriale del Novecento e la concezione umanistica del lavoro di Adriano Olivetti. Il neo ministro della Cultura, Alberto Bonisoli, spiega: «Ivrea, la città ideale della rivoluzione industriale del Novecento, è il 54esimo sito UNESCO italiano. Un riconoscimento che va a una concezione umanistica del lavoro propria di Adriano Olivetti, nata e sviluppata dal movimento Comunità e qui pienamente portata a compimento, in cui il benessere economico, sociale e culturale dei collaboratori è considerato parte integrante del processo produttivo». Molto soddisfatta anche Antonella Parigi, assessora piemontese alla Cultura: «La candidatura ha saputo raccontare una città e una storia, che parla anche al futuro proponendo un mondo fatto d’amore per l’essere umano, di comunità e armonia tra tecnologia e ambiente».