08 marzo 2019

USTICA / BONFIETTI: LA FRANCIA TIRI FUORI LA VERITA’


A quasi 40 anni dalla tragedia di Ustica che nel 1980 provocò la morte di 81 innocenti, continua la penosa odissea dei familiari delle vittime.
Lo Stato continua ad essere un muro di gomma: come è successo per le indagini e i vari processi, così anche sul fronte dei risarcimenti negati. L'ultimo caso è quello della moglie e dei tre figli di Carlo Parrinello. La giustizia civile ha stabilito un risarcimento da 1 milione 990 mila euro, di cui i ministeri della Difesa e dei Trasporti fino ad oggi hanno pagato solo 430 mila euro. Per la restante parte fanno orecchie da mercante e non vogliono sganciare altri euro.

La famiglia, a questo punto, ha attivato una ovvia procedura giudiziaria, notificando ai due dicasteri  una serie di pignoramenti, anche presso terzi (vale a dire ad alcuni debitori della Difesa e dei Trasporti).

Perchè si oppongono al pagamento? Secondo l'avvocatura dello Stato quello che è stato pagato basta e avanza (nonostante vi sia una sentenza ad hoc), visto che alla famiglia viene versato un assegno mensile di 1.600 euro. Motivo per cui bisogna ricalcolare tutto, ovvero sottrarre a quell'ammontare ancora dovuto tutte le mensilità che potranno in via teorica essere percepite fino al compimento dei 75 anni di età di ciascun componente del nucleo familiare.
Aritmetiche di Stato…

Su un altro fronte, la storica presidente del comitato che raggruppa i familiari delle vittime, l'ex deputata del Pd Daria Bonfietti, fa un appello al governo: non chiedete alla Francia solo l'estradizione dei terroristi che da decenni ospita, ma anche di dire finalmente la verità sulla strage di Ustica. Una verità – rammenta Bonfietti – che perfino l'ex capo di Stato Francesco Cossiga nel 2008 parzialmente svelò, indicando la pista della "portaerei francese" dalla quale partì il missile che abbattè il DC9 Itavia con gli 81 innocenti a bordo.

Una pista che addirittura nel 1991 l'allora parlamentare del PSI, Franco Piro, in un'intervista aveva rivelato alla Voce. Secondo Piro si trattava della portaerei Clemanceau.
E tre anni fa un documentario di Canal Plus ha ribadito tutte le circostanze.
Come mai, fino ad oggi, la Francia ha coperto e depistato? Sciocche e spesso infantili polemiche a parte, non sarebbe il caso di chiedere ai francesi qualcosa di serio, ossia la verità sugli 81 morti di Ustica?

Nel prossimo incontro sbandierato da Matteo Salvini sia con l'ambasciatore "di rientro" da Parigi che nel meeting con il collega francese degli Interni, non varrebbe la pena, in quell'occasione, far la voce grossa e pretendere dai transalpini carte & documenti su Ustica?

In apertura Daria Bonfietti

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07 marzo 2019

GIALLO ALPI / I SERVIZI SEGRETI SANNO, COPRONO, DEPISTANO E NON SVELANO LA “FONTE”

I servizi segreti di casa nostra sanno tutto sull’omicidio di Ilaria Alpi Miran Hrovatin ma non dicono una parola. Tacciono. E quindi coprono non solo i killer di Mogadiscio ma soprattutto i mandanti di quel tragico duplice assassinio di ormai quasi 25 anni fa.
La circostanza emerge ora in modo clamoroso dalla nuova richiesta di archiviazione presentata il 4 febbraio scorso dal pm della procura di Roma Elisabetta Ceniccola e controfirmata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone. Che già avevano presentato una analoga richiesta un anno fa. Ai confini della realtà.
Per la serie: si sa bene che qualcuno sa e copre, ma invece di completare l’inchiesta e portare davanti ad un tribunale chi mente e svia le indagini, viene chiesta l’archiviazione definitiva del caso. Allucinante.

Il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone.
Ma entriamo di nuovo nella autentica “selva” di carte e faldoni giudiziari – come la definiscono gli stessi inquirenti – per dare un’idea completa del depistaggio nel depistaggio che sta per essere portato a termine.
Un anno fa, appunto, la richiesta di archiviazione del tandem Ceniccola-Pignatone, inviata al gip per la decisione finale. Passano alcuni mesi per individuare il nome del gip incaricato, alla fine si tratta di Andrea Fanelli. Il quale, per le sue indagini, chiede anche una proroga.
Si tratta di verificare quanto è emerso in altre indagini svolte nel 2012 dalle fiamme gialle per conto della procura di Firenze, in particolare a base di intercettazioni. Al telefono parlano alcuni somali tra di loro ed anche con Douglas Duale, il legale di Hashi Omar Assan, il somalo ingiustamente accusato del duplice omicidio, in galera da innocente per 16 anni. Al centro delle conversazioni il caso Alpi, e anche un compenso da 40 mila raccolto a favore dell’avvocato nella comunità somala per pagarne le forti spese sostenute per difendere Hashi.
Incredibile ma vero, quei matateriali raccolti dalle fiamme gialle fiorentine, passati alla procura gigliata nel 2012, ci hanno messo la bellezza di 6 anni per arrivare alla procura competente, quella di Roma, titolare del caso Alpi-Hrovatin!
Altre indagini svolte negli ultimi mesi per accertare le eventuali responsabilità dei militari italiani allora presenti a Modadiscio, e anche dei nostri civili, in particolare sul sospettato numero uno da sempre, l’affarista Giancarlo Marocchino, non approdano a nulla. Addirittura si scopre che Marocchino ha vinto alcuni contenziosi legali per calunnia, visto che il suo nome era stato tirato in ballo nei primi anni!

Giancarlo Marocchino
Insomma, nessun ragno viene cavato dal buco nell’anno di ulteriori indagini ordinate dal gip Fanelli. Ed ora, il 4 febbraio, il pm Ceniccola deposita l’ennesima richiesta di archiviazione del caso, che dovrà ancora una volta passare al vaglio dell’ennesimo gip. Altri mesi di attesa.

LA FONTE SUPERCOPERTA PER 22 ANNI DAI SERVIZI
Intanto, però, è estremamente istruttivo leggere le “motivazioni” messe nero su bianco dal pm Ceniccola e controfirmate da procuratore capo Pignatone. A riprova che il porto delle nebbie è nuovamente saldo e forte nella capitale.
Prima notazione: le ultime indagini sono state affidate il 27 giugno 2018 da Fanelli al Reparto Antiterrorismo del Ros dei carabinieri, che ha depositato una “esaustiva informativa” – come dettaglia il pm – a fine dell’anno scorso, ossia il 13 dicembre 2018.
Andiamo subito al cuore del problema, ossia che i servizi segreti sanno e coprono.
Scrive Ceniccola: “L’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna(AISI, ndr), con foglio riservato del 6 settembre 2018, ha espresso la volontà di continuare ad avvalersi della facoltà di non rivelare legeneralità della risorsa fiduciaria citata nella nota del SISDE del 3 settembre 1997. Il Servizio, argomentando le motivazioni a supporto della propria decisione, ha evidenziato l’irreperibilità del soggetto e, quindi, l’impossibilità di chiedere allo stesso il consenso (negato in precedenti circostanze simili a quella in parola) ad essere sentito quale teste nell’ambito del procedimento in parola”.
Tradotto: l’AISI, vale a dire i nostri servizi segreti, l’ex Sisde, conosce bene dalla bellezza di 22 anni il nome dell’uomo di tutti i misteri, l’agente che sa quel che successe a Mogadiscio e quel che ha combinato Marocchino. Ma lo copre ancora, non vuole rivelare la identità del suo 007.
Il che significa insabbiare il caso per l’ennesima volta e infangare la memoria sia di Ilaria che di Miran. Ucciderli per una seconda volta.
C’è di più. Secondo i servizi quella fonte è “irreperibile”.

Chiara Cazzaniga
Proprio come lo è stata un’altra primula rossa del caso, Ali Rage, alias Gelle, che con la sua falsa verbalizzazione ha fatto sbattere in galera l’innocente Hashi; quel Gelle che è stato taroccato a tavolino dalla polizia di casa nostra, fatto verbalizzare davanti al pm ma non davanti ai giudici del dibattimento, quindi fatto scappare prima in Germania e poi in Inghilerra. Dove lo ha scovato l’inviata di “Chi l’ha visto” Chiara Cazzaniga: e solo quell’intervista ha permesso di riaprire il caso del somalo innocente e ha fatto sancire, al tribunale di Perugia, la totale estraneità di Hashi al duplice omicidio.
Introvabile Gelle allora, per le nostre “intelligence” (sic), introvabile la fonte che tutto sa sul giallo oggi. Ha scritto a chiare lettere di “depistaggio di stato” la sentenza di Perugia a proposito di Gelle un anno e mezzo fa. Ora siamo al secondo depistaggio, con la non-volontà di ri-trovare quella fonte addirittura messa nero su bianco.
Ma nelle 11 pagine firmate del pm Ceniccola per la richiesta di archiviazione c’è ancora molto da leggere.

ITALIANI BRAVA GENTE 
Sulla totale estraneità degli italiani allora presenti a Mogadiscio scrive: “La tesi della responsabilità ‘degli italiani’ nell’omicidio fu ipotesi più volte prospettata nel corso degli anni e sempre risultata priva di concretezza, come anche la responsabilità di Giancarlo Marocchino, il quale addirittura ha ottenuto un risarcimento per i danni subìti dalla diffusione di notizie diffamatorie. Fermo restando poi che l’ipotesi della responsabilità ‘italiana’ va circoscritta al mandato a commettere l’omicidio, poiché non è mai emerso alcun dubbio sulla esecuzione materiale da parte di un commando di cittadini somali”.
E par poco il “mandato a commettere l’omicidio”? D’altra parte, di quale “commando” si tratta, dal momento che fino ad un anno e mezzo fa l’unico colpevole era l’innocente Hashi?
E sullo stesso Hashi state a sentire cosa scrive il pm.
Con specifico riferimento all’estraneità al fatto di Hashi Omar Hassan ed alla falsità della testimonianza di Gelle, si tratta di notizie di pubblico dominio risalenti ad un periodo di gran lunga precedente alla messa in onda della trasmissione ‘Chi l’ha visto’ il 18 febbraio 2015”.  E il pm sciorina un lista di date che – a suo parere – fanno intendere come tutti sapessero dell’innocenza di Gelle, tranne i magistrati che l’hanno tenuto in galera fino alla sentenza di un anno e mezzo fa a Perugia.

Il testimone ‘taroccato’ Gelle
Fa riferimento, Ceniccola, alle tesi della parte civile, ossia i genitori di Ilaria Alpi, convinti dell’innocenza di Hashi: e ci mancherebbe, lo hanno sempre sostenuto contro tutto e contro tutti, soprattutto i togati. Fa poi riferimento alle istanze di revisione del processo avanzate dal suo legale, Douglas Duale: e ci mancherebbe anche stavolta. Quindi parla delle “voci di popolo” della comunità somala. Infine di una sola intervista in precedenza rilasciata da Gelle a un giornalista somalo che collaborava con la RaiMohamed Sabrie, in cui scagionava Hashi da ogni accusa. Ma quell’intervista non venne mai tenuta in alcun conto dagli inquirenti.
Fino all’intervista di Chiara Cazzaniga realizzata in Inghilterra, per “Chi l’ha visto”, a Gelle e grazie alla quale si è riaperto il caso sul killer di Mogadiscio.
Passiamo quindi alla spiegazione circa il macroscopico ritardo nella trasmissione delle informazioni raccolte nel 2012 a Firenze e arrivate a destinazione solo 6 anni più tardi. Nota il pm: “Si è provveduto ad accertare le motivazioni che hanno causato la ritardata trasmissione della nota della Guardia di Finanza di Firenze datata dicembre 2012 alla Procura di Roma, inoltro che l’allora Sostituto Procuratore di Firenze, Squillace Greco, aveva disposto con provvedimento del 19 dicembre 2012”. Il chiarimento è tutto a base di “semplici errori”, “fascicoli pendenti non rintracciati, “sviste”, “fatalità”: tutti termini che ben caratterizzano lo stato comatoso della giustizia di casa nostra.

UNA TOGA SCOMODA SUBITO SCIPPATA
Sulla “Fonte del Sisde” viene sottolineato dal pm: “L’AISI, che è subentrata al Sisde, ha riferito con nota riservata della irreperibilità della fonte con la conseguente impossibilità di interpellarla sull’autorizzazione a rivelarne l’identità. Nel corso delle indagini, e vieppiù nel corso dell’istruttoria della Commissione parlamentare d’inchiesta i cui atti sono stati integralmente acquisiti, sono emerse numerose fonti informative tra cui quelle della Digos di Udine e dei servizi di Firenze e di Trieste, alcune delle quali sono state poi escusse, le cui dichiarazioni sono risultate inutili, inattendibili e non verificabili”.
Non la pensava certo allo stesso modo il primo pm del caso Alpi, l’unico che abbia subito visto chiaro nella tragica story, Gianfranco Pititto, il quale aveva appreso molti dettagli interessanti e inquietanti proprio dalla Digos di Udine, che aveva avuto la prontezza di raccoglieri i primi, significativi elementi. Ma proprio per questo al giudice Pititto dopo pochi mesi è stata scippata l’inchiesta: era “ambientalmente incompatibile”, per il fatto che voleva accertare quelle verità troppo scomode, esplosive, sugli esecutori e soprattutto i mandanti eccellenti. Dopo alcuni anni Pititto lascia la magistratura perchè nauseato e scrive un libro che ricalca per filo e per segno il caso Alpi, “Assalto al potere”. Dopo Pititto si sono alternati altri 8 inquirenti, nessuno dei quali è riuscito – chissà perchè – a ritrovare il bandolo della matassa. Fino all’ennesima richiesta odierna di archiviazione.

Giuseppe Pititto
Che così tombalmente si conclude: “Ancora una volta non si può fare a meno di constatare che anche gli elementi pervenuti in limine, i quali apparivano idonei, se non all’identificazione degli autori materiali ovvero dei mandanti dell’omicidio, almeno ad avvalorare la tesi più accreditata del movente che ha portato al gesto efferato o ad esplorare l’ipotesi del depistaggio, si sono rivelati privi di consistenza. Invero gli stessi se non esplicitamente, almeno implicitamente, hanno trovato soluzione e risposta nella selva di atti confluiti nel procedimento”.
Chiude con la richiesta che “il Giudice per le indagini preliminari voglia disporre l’archiviazione del procedimento ed ordinare la trasmissione degli atti al proprio ufficio”.
Avrà mai la forza e la volontà, il prossimo gip, di districarsi nella “selva” e soprattutto di trovare e far parlare quella “fonte” dei servizi mai cercata? Vale più una qualche forma di privacy rispetto alla memoria di Ilaria e Miran? Cosa e chi protegono i servizi di casa nostra?  Perchè nel frattempo la politica, in coro, tace? E anche il governo gialloverde si allinea a tutti i precedenti nell’omertà? Per quale motivo, ancora un volta, i media alzano una cortina di silenzio omertoso?

Ecco a seguire la richiesta di archiviazione del pm Ceniccola.

06 marzo 2019

Bergoglio fa il globalista? Oscura il suo passato fascista

Papa FrancescoC’era una volta in Argentina un gesuita, Jorge Mario Bergoglio, che era schierato contro la teologia della liberazione, vicina al castrismo e negli anni ’70 aderì alla Guardia de Hierro, un’organizzazione peronista, di stampo nazionalista, cattolica, ferocemente anticomunista. In quegli anni a chi gli faceva notare che l’organizzazione a cui aderiva si richiamasse alla Guardia di Ferro, il movimento romeno del comandante Corneliu Zelea Codreanu, nazionalista e fascista, Bergoglio replicava: «Meglio così». Della sua vicinanza alla Guardia de Hierro ne parlò dopo la sua elezione il quotidiano argentino “Clarin”, mentre a Buenos Aires apparivano manifesti che ricordavano Bergoglio peronista. Per la cronaca, la Guardia di Ferro era un movimento di legionari, molto popolare in Romania negli anni trenta, ritenuto antisemita e filonazista, di cui si innamorarono in molti, non solo in Romania. Uno di questi fu Indro Montanelli che pubblicò sul “Corriere della Sera” una serie di entusiastici reportage pieni di ammirazione per Codreanu, nell’estate del 1940, a guerra inoltrata, smentendo la sua tesi postuma che dopo il ’38 si fosse già convertito all’antifascismo. Testi ripubblicati di recente, “Da inviato di guerra” (ed. Ar).
Evidentemente anche nell’Argentina dei Peron il mito di Codreanu, barbaramente assassinato, e del suo integralismo cristiano, aveva proseliti. Nel ’74, dopo la morte di Peron, il movimento legionario si sciolse. Era un gruppo di 3.500 militanti 15mila attivisti. Si opponevano ai guerriglieri di sinistra peronisti infiltrati dai castristi, seguaci di Che Guevara; loro erano, per così dire, l’ala di estrema destra del giustizialismo. Il gruppo della Guardia de Hierro era stato fondato da Alejandro Gallego Alvarez. Era un movimento che teneva molto alla formazione culturale dei suoi militanti e alla presenza tra i diseredati e gli ultimi. A Bergoglio fu poi affidata un’istituzione in difficoltà, l’Università del Salvador. Bergoglio la risanò e l’affidò a due ex-camerati della Guardia de Hierro, Francisco José Pinon e Walter Romero. In quegli anni Bergoglio era avversario dichiarato dei gesuiti di sinistra da posizioni nazionaliste e populiste. La sua avversione alla teologia della liberazione gli procurò l’accusa di omertà da parte del Premio Nobel Perez Esqivel e poi di collaborazionismo con la dittatura dei generali argentini, dal 1976 a 1983.
Lo storico Osvaldo Bayer dichiarò ai giornali: «Per noi è un’amara sconfitta che Bergoglio sia diventato Papa». E Orlando Yorio, uno dei gesuiti filocastristi catturato e torturato dai servizi segreti del regime militare, accuserà: «Bergoglio non ci Emidio Noviavvisò mai del pericolo che correvamo. Sono sicuro che egli stesso dette ai marinai la lista coi nostri nomi». Solo dopo la caduta della dittatura militare Bergoglio iniziò a prendere le distanze dal peronismo nazionalista. Ho tratto fedelmente questa ricostruzione dalle pagine del libro di Emidio Novi, “La riscossa populista”, appena uscito per le edizioni Controcorrente (pp.286, 20 euro). Novi sostiene che la deriva progressista e mondialista di Francesco nasca da questo passato rimosso. Secondo Novi, «Papa Bergoglio vuol farsi perdonare il suo passato “fascista” durato fino al 1980». Per questo non perde occasione di compiacere il politically correct, il partito progressista dell’accoglienza, l’antinazionalismo radicale.
Novi, giornalista di lungo corso e senatore di Forza Italia, è morto lo scorso 24 agosto investito da un camion della nettezza urbana in retromarcia mentre era al suo paese natale, S.Agata di Puglia. Il suo libro è uscito postumo, con una prefazione di Amedeo Laboccetta e a cura di suo figlio Vittorio Alfredo. Novi si definiva populista già decenni prima che sorgesse in Italia l’onda populista. Era populista al cubo, perché proveniva dall’ala più “movimentista” dell’Msi ispirata dal fascismo sociale: poi perché proveniva dal sud e da Napoli, ed era un interprete genuino dell’antico populismo meridionale, a cavallo tra la rivolta popolana e la nostalgia borbonica; e infine era populista perché consideravaIl giovane Bergogliol’oligarchia finanziaria, la dittatura dei banchieri e degli eurocrati, il nemico principale dei popoli nel presente. Perciò amava definirsi nazionalpopulista, e sovranista ante litteram.
In questo suo ultimo libro Novi si occupa in più pagine del «papulismo» di Bergoglio, della sua teologia «improvvisata e arruffona», della sua resa all’Islam, della sua ossessione migrazionista fino a definire Gesù, la Madonna e San Giuseppe come una famiglia di immigrati clandestini in fuga. Lo reputa «uno strumento dell’anticristo», funzionale sia al progressismo radical dell’accoglienza che al mondialismo laicista della finanza, mescolando il vecchio terzomondismo, l’internazionalismo socialista con il disegno global che ci vuole nomadi, senza radici, senza patria e senza frontiere. Ma del suo passato argentino, al tempo di Peron, del giustizialismo e poi della dittatura militare, Bergoglio preferisce non parlare. Anche gli estroversi a volte tacciono.
(Marcello Veneziani, “Camerata Bergoglio”, da “La Verità” del 31 gennaio 2019; articolo ripreso dal blog di Veneziani).

04 marzo 2019

Emanuela Orlandi: sulla tomba indicata alla famiglia, ogni giorno lumini e fiori



video.corriere.it

Gli USA: uno Stato-canaglia al servizio della propria economia

Improvvisamente, la classe possidente francese diventa consapevole dell'uso economico che gli Stati Uniti fanno del sistema giudiziario. Dal 1993 il Dipartimento per il Commercio ha creato un Trade Promotion Coordinating Committee e un Advocy Center, direttamente collegato alle agenzie d'intelligence. Più di recente, il Dipartimento di Giustizia ha interpretato le leggi statunitensi in modo da estendere il proprio potere all'estero ed esercitarlo, insieme alle altre amministrazioni, nell'interesse delle grandi aziende USA. Di fatto, i processi intentati contro le imprese europee non sono in relazione con le violazioni di cui vengono accusate. Sono processi concepiti per portarle al fallimento o consentirne l'acquisizione da parte di società USA.

In pochi mesi, Frédéric Pierucci è passato brutalmente dallo status di presidente della filiale "calderone" di Alstom a quello di detenuto sottoposto alle drastiche condizioni della vita carceraria statunitense…
Ecco riassunto in poche parole il percorso di un dirigente francese in balìa della giustizia USA… Il caso Pierucci consente di fare diverse considerazioni sul piano economico e strategico.
In un libro-testimonianza, intitolato Le piège américain. Otage de la plus grande entreprise de déstabilisation (La trappola americana. Ostaggio della più grande impresa di destabilizzazione), un ex dirigente Alstom svela i retroscena dell'acquisizione del gruppo francese da parte della statunitense General Electric (GE) [1].
Pierucci, un «fantoccio nelle mani della giustizia americana», fu «vittima della strategia» del PDG Patrick Kron. La storia personale di Pierucci illustra la guerra economica degli Stati Uniti contro l'Europa, finalizzata a impadronirsi dei pezzi da novanta dell'industria del Vecchio Continente, usando la giustizia come leva per piegare le imprese, ricorrendo sia a restrizioni fisiche, quali sono le reclusioni abusive, sia a costrizioni finanziarie, usando l'espediente di ammende esorbitanti che farebbero cadere interi Paesi.
Per una vicenda di corruzione in Indonesia, risalente agli inizi degli anni Duemila, Pierucci viene arrestato senza troppi riguardi il 14 aprile 2013, all'arrivo all'aeroporto di New York, e messo subito in isolamento, pressoché senza contatti con la famiglia; l'arresto avviene all'incirca un anno prima dell'annuncio, il 24 aprile 2014, dell'acquisizione di Alstom da parte di GE.
Quel che più meraviglia è sicuramente la rapidità con cui si sono conclusi i negoziati per una transazione di simile portata: secondo Kron le trattative tra Alstom e GE sono iniziate il 23 marzo 2014 e la vendita si è conclusa il 23 giugno 2014. La transazione è consistita nell'acquisto da parte della General Electric del ramo energia del gruppo francese, per un importo di 12,35 miliardi di euro; poiché la legislazione USA prevede deduzioni fiscali per le imprese che investono all'estero, GE ha sborsato in realtà solo 8,35 miliardi di euro [2].
Al di là delle vicende interne di Alstom, che determinarono le relazioni di Pierucci con il PDG dell'epoca, Kron, e del ruolo avuto da quest'ultimo nell'acquisizione del gruppo francese da parte di GE, è lecito porsi domande sullo scopo dell'arresto di Pierucci e, soprattutto, sul carattere "abituale" delle procedure nei confronti di gruppi stranieri, in particolare europei, per far concludere a gruppi statunitensi operazioni finanziariamente e strategicamente redditizie.
Nel libro citato, scritto con il giornalista Matthieu Aron, Pierucci afferma che «le azioni giudiziarie americane [statunitensi, Ndr] sono senz'altro all'origine della disgregazione di Alstom». Pierucci, convinto di non aver nulla da rimproverarsi, tanto più che era stato assolto da un'inchiesta interna di Alstom, è certo di un suo rapido proscioglimento. Nel libro l'ex presidente della filiale Alstom rivela che in realtà la giustizia USA mirava al PDG del gruppo. «Noi vogliamo perseguire la direzione generale di Alstom, in particolare Matthieu Kron» dice a Pierucci, poco dopo il suo arresto, il procuratore federale del Connetticut, David Novick.
Pierucci non sarebbe stato avvertito da Alstom che il Dipartimento di Giustizia (DoJ) [3] aveva aperto un'inchiesta nel 2009 sull'«affare indonesiano» e si rende conto che Kron «ha voluto fare il furbo», «facendo credere che l'azienda collaborava e facendo in realtà il contrario». Il dipendente di Alstom finirà per dichiararsi colpevole e sarà licenziato.
Al di là di questa storia, dietro l'arresto-condanna di Pierucci c'erano in gioco poste importanti che riguardano non la sua persona, bensì uno dei fiori all'occhiello dell'industria francese.
Per sfuggire ai procuratori statunitensi, l'ex PDG di Alstom deve aver pensato che la soluzione poteva essere la vendita a General Electric delle attività del ramo energia e reti, da anni concupite dagli Stati Uniti; una tesi che oggi Kron smentisce.
Questa vendita, a monte della quale da parte dello Stato francese non c'è stata alcuna riflessione strategica, né sul piano industriale né sul piano dell'indipendenza nazionale, è stata come sempre appoggiata da alcuni uomini politici. I pretesti accampati sono gli argomenti tradizionalmente usati da chi non possiede una vera visione strategica dell'industria: il gruppo francese «non possedeva la massa critica per far fronte alla concorrenza», «le sue attività energetiche non erano sostenibili a lungo termine» e, per finire, «la scelta dell'avvicinamento a un grande protagonista del mercato era la scelta più sensata» [4].
Nel 1996 la Francia stava infatti per vendere a un prezzo simbolico Thomson alla coreana Daewoo, nel contesto di un'operazione di privatizzazione, motivata con i medesimi pretesti; Thomson era uno dei leader dell'elettronica, compresa quella militare. Lo Stato ha dovuto rinunciarvi per una forte pressione politica e mediatica, ma, soprattutto, per un'operazione di valorizzazione del capitale immateriale di Thomson.
Thomson eccelleva infatti nel campo dei brevetti, grazie alla bravura dei suoi esperti e dei suoi ingegneri, nonché alla capacità d'innovazione… In seguito, Thomson è diventata Thales.
Al di là della debolezza dimostrata dai politici francesi nel difendere gli interessi nazionali, i comportamenti degli Stati Uniti non sarebbero stati possibili senza il ricorso al principio di extraterritorialità da parte della giustizia statunitense che, fino a oggi, ha inflitto alle imprese francesi ammende per oltre 13 miliardi di dollari.
Questo racket, perché di questo si tratta, è di portata inedita: in dieci anni GE ha acquisito quattro società ricorrendo agli stessi mezzi. Alla fine, la giustizia statunitense ha condannato Alstom a un'ammenda di 772 milioni di dollari e ha rifiutato che la pagasse GE, com'era stato invece convenuto negli accordi per l'acquisizione!
Non soltanto Alstom perde uno dei suoi fiori all'occhiello, ma è anche stata dissanguata di circa un miliardo di dollari! È un'operazione di tipo mafioso; la mafia l'avrebbe però condotta con più discrezione…

Gli Stati Uniti fanno la legge

Con il pretesto della lotta alla corruzione, gli USA indeboliscono certe imprese strategiche per posizionare meglio le proprie sul mercato mondiale. È una vera e propria guerra economica sotterranea quella combattuta dagli Stati Uniti contro le imprese francesi ed europee.
Gli Stati Uniti approfittano dell'estensione extraterritoriale della loro giurisdizione [5] anche per ampliare la facoltà di sanzionare imprese estere che avrebbero avuto rapporti commerciali con i Paesi colpiti dall'embargo unilaterale degli USA.
Alcatel, Alstom, Technip, Total, Société Générale, BNP Paribas, Crédit Agricole, Areva [6]… Negli ultimi anni tutte queste società sono state perseguite dalla giustizia USA per fatti di corruzione o di aggiramento di embargo.
-  La Commerzbank e HSBC sono state penalizzate per falle nell'applicazione della legislazione antiriciclaggio;
-  La Deutsche Bank sta negoziando una penalità che potrebbe raggiungere i 14 miliardi di dollari, secondo quanto richiesto dagli statunitensi, per il ruolo svolto nella crisi dei subprimes.
-  Volkswagen è stata sanzionata (non senza buoni motivi) per aver truffato sulle regole ambientali…
Tutte queste società sono state punite in base al principio chiamato di «extraterritorialità del diritto statunitense»: leggi che permettono di perseguire imprese estere all'estero, a condizione che abbiano un «nesso», anche artificiale, con gli Stati Uniti [7].
Un nesso inteso in senso estremamente allargato. Per avviare azioni giudiziarie basta che le imprese abbiano effettuato una transazione in dollari o utilizzato una tecnologia USA.
«Basta l'utilizzo di un chip elettronico, di un iPhone, di un host o di un server statunitense per incorrere nella giustizia USA, spiega l'economista Hervé Jurvin. Una trappola in cui sono cadute molte imprese».
Altre imprese francesi ed europee potrebbero essere perseguitate dalla giustizia statunitense.
Per esempio possiamo citare Airbus, la società di costruzione di aerei che si è denunciata alle autorità USA benché già oggetto di un'inchiesta da parte della Procura Nazionale Finanziaria (Parquet National Financier - PNF) per sospetta corruzione in Francia, ma anche in Inghilterra.
Poi c'è il caso Areva. L'impresa ha acquisito la società canadese Uramin a un prezzo che sembrerebbe sopravvalutato. A fine 2016 è stato depositato all'FBI un dossier sulla vicenda: l'operazione sarebbe avvenuta in dollari, alcuni personaggi coinvolti nell'affare sarebbero statunitensi e, per finire, Uramin ha tenuto un'assemblea generale decisiva… a New York. Ci sarebbero quindi le condizioni per mettere in moto la giustizia statunitense.
Anche la società Lafarge potrebbe essere sottoposta a inchiesta. Il cementiere franco-svizzero è già inquisito dalla giustizia francese per il sospetto di aver versato denaro a Daesh in Siria, al fine di poter continuarvi i propri affari. Lafarge ha chiesto a uno studio americano, Baker Mac Kenzie, di stendere un rapporto di auditing.
Nel documento "confidenziale" si legge che la società è stata chiaramente allertata sui rischi giudiziari negli Stati Uniti: «La filiale siriana di Lafarge ha aperto conti in dollari USA presso le seguenti banche: Audi Bank Syria, Audi Bank Lebanon e Al-Baraka Bank in Siria… Questi conti sono serviti per effettuare e ricevere numerosi pagamenti in dollari USA, fra cui versamenti di commissioni… Questi pagamenti corrispondono a trasferimenti probabilmente trattati da un'istituzione finanziaria statunitense, dunque potenzialmente sottoposti alle sanzioni USA».
Un rapporto parlamentare francese, depositato il 5 ottobre 2016 alla presidenza dell'Assemblea Nazionale [8], ha evidenziato, rispetto all'extraterritorialità delle leggi statunitensi, in particolare due punti:
-  il diritto come strumento di potenza economica e di politica estera;
-  il diritto al servizio di obiettivi di politica estera e d'interessi economici degli Stati Uniti, nonché al servizio direttamente delle aziende.
La Commissione ha sentito numerosi esperti, che non solo hanno confermano queste conclusioni, ma hanno anche sottolineano come dietro la facciata giudiziaria ci sia una precisa volontà politica ed economica.
Il rapporto ha appurato che, per raccogliere informazioni, sono mobilitati tutti i servizi USA. «Si tratta di una strategia degli Stati Uniti deliberata, che consiste nel mettere in rete agenzie d'intelligence e giustizia per fare una vera e propria guerra economica agli avversari, afferma l'ex deputato LR [Les Républicains, ndt] Pierre Lellouche, presidente della commissione parlamentare. Questa guerra economica è agghindata con le migliori intenzioni del mondo».
Il senato ha svolto lo stesso lavoro giungendo alle medesime conclusioni [9].
Risultato: in questi ultimi anni, quasi 40 miliardi di dollari d'ammenda sono stati inflitti dalla giustizia statunitense a imprese europee [10].
In realtà, dietro la facciata e le timide conclusioni, ci si è fermati allo stadio delle raccomandazioni. I deputati hanno evocato la possibilità di ricorrere al regolamento europeo, chiamato «di blocco», adottato nel 1996 per garantire protezione «dell'ordine giuridico vigente» e degli «interessi della Comunità» nei confronti dell'applicazione extraterritoriale di due leggi statunitensi, anch'esse del 1996: la cosiddetta "legge Helms-Burton", che rafforzava l'embargo contro Cuba, cominciato nel 1993, e la cosiddetta "legge D'Amato-Kennedy", che vietava investimenti nel petrolio e nel gas iraniani e libici. Nel 1996 anche Canada e Messico, peraltro partner degli Stati Uniti nell'ANLS [Accordo Nordamericano per il Libero Scambio, in inglese NAFTA, North American Free Trade Agreement, ndt], hanno adottato leggi di "blocco".
In pratica però non è successo niente, nessun partito ha mai avuto il coraggio politico di proteggere gli interessi economici delle imprese europee; è però lecito chiedersi perché le imprese europee non abbiano il coraggio di sfidare i divieti. In realtà aspettano il vialibera politico, che però mai arriverà.
Infatti, in seguito all'annuncio degli Stati Uniti dell'8 maggio 2018 della cancellazione della sospensione delle misure restrittive contro l'Iran, sia detto en passant, mai veramente attivate, nonostante l'accordo sul nucleare prevedesse l'annullamento progressivo delle sanzioni, e in considerazione che, «per la loro applicazione extraterritoriale, questi strumenti violano il diritto internazionale», il 6 giugno 2018 è stato avviato l'iter per aggiornare l'allegato al Regolamento del 1996. Poiché non ci sono state obiezioni da parte degli Stati membri e del Parlamento europeo, l'aggiornamento, stipulato con un atto delegato della Commissione, è entrato in vigore il 7 agosto 2018. Lo stesso giorno la Commissione Europea ha pubblicato una nota per l'interpretazione dell'aggiornamento della legge di blocco, redatta sotto forma di domande/risposte e destinata agli operatori economici.
Risultato di questa "decisione"? Nessun cambiamento all'atto pratico…
Infatti, per evitare che le imprese europee conquistino parti di mercato nei Paesi colpiti dalle sanzioni USA, la giustizia statunitense, aziona le leve di cui dispone grazie alle agenzie governative per punire le imprese tentate dall'assumersi questo rischio.
Questa stessa giustizia è pure messa in atto affinché in fine le imprese statunitensi possano eliminare un concorrente o impadronirsi di società straniere giudicate interessanti per la propria strategia economica e finanziaria.

Una guerra d'influenza economica

Come si è arrivati qui? Nel 1977 gli Stati Uniti, in seguito a un enorme scandalo di tangenti che riguarda l'impresa costruttrice di aerei Lockheed, adottano una legge anticorruzione, battezzata FCPA (Foreign Corrupt Practicises Act). Gli Stati Uniti si accorgono però che questa legge li svantaggia nella concorrenza economica. «L'ex capo della CIA, James Woolsey, un giorno ha detto: "Ne abbiamo abbastanza delle tangenti che i francesi versano per i contrati di armamenti. Adesso facciamo pulizia!" Salvo che gli americani [statunitensi, Ndr] continuano a versare provvigioni in società off-shore…» afferma Lellouche.
«Siccome gli Stati Uniti sono diventati una superpotenza, non hanno pressoché più bisogno di ricorrere alle tangenti, commenta il giornalista Jean-Michel Quatrepoint. Hanno messo in atto una strategia d'influenza. Un soft power. La corruzione, attraverso le "buone, vecchie tangenti", è l'arma dei deboli».
Questa volontà di potenza economica, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 s'impone come un vero e proprio obiettivo strategico. «Nel 1993 il segretario di Stato USA, Warren Christopher, pretende dal Congresso di avere a disposizione, per far fronte alla concorrenza economica mondiale, gli stessi mezzi di quelli destinati alla lotta contro i sovietici durante la guerra fredda, racconta lo specialista d'intelligence economica Ali Laïdi. È iniziata una nuova guerra, stavolta calda e in ambito economico».
Nel 1998 la legge anticorruzione USA sarà quindi allargata a tutte le imprese.
Viene anche dispiegata una vera e propria batteria di leggi contro l'aggiramento degli embarghi e contro la frode fiscale: bisogna contrastare le nuove potenze emergenti come la Cina, diventata il concorrente numero uno e, segretamente, il nemico numero uno degli USA.
«Gli Stati Uniti non riescono a contenere economicamente la Cina, spiega il direttore della Scuola di Guerra Economica, Christian Harbulot. Cercano perciò con ogni mezzo di fare in modo che questa potenza non li sorpassi». Sicché il diritto americano permette, se necessario, di liberarsi dei concorrenti ingombranti. «Gli americani [gli statunitensi, Ndr], se vogliono impedire che un concorrente venda ai russi o ai cinesi, possono utilizzare l'arma anticorruzione, sostiene Hervé Juvin. È segnatamente il caso di Alstom. Agli occhi degli americani era necessario impedire che Alstom concludesse un partenariato e un trasferimento di tecnologia ai cinesi».
Medesimo sospetto sugli embarghi. Non sempre le procedure avviate dagli Stati Uniti sono esenti da retropensieri geopolitici. Così, nel 2014 BNP-Paribas è stata condannata a 9 miliardi di dollari di ammenda per non aver rispettato l'embargo contro Cuba e Iran. «Abbiamo pagato sanzioni di cui non riconosciamo la legittimità, tuona Lellouche [11]. Ebbene, dopo il pagamento dell'ammenda, gli americani [gli statunitensi, Ndr] si sono riavvicinati a Cuba e hanno tolto le sanzioni contro il Sudan! Dovrebbero rimborsarci i nove miliardi [12]. Questo dimostra che quando hanno deciso di sanzionare un Paese tutti gli altri sono costretti ad allinearsi».
Diversi altri casi inducono a pensare che la giustizia USA abbia direttamente collaborato con imprese private per rafforzare il loro potere economico.
Il caso Alcatel è illuminante.
Alcatel era un'impresa francese di telefonia che, nel 2004, è stata perseguita dal DoJ per aver pagato tangenti a un uomo politico della Costarica! Messo sotto pressione dalla giustizia statunitense, Serge Tchuruk, PDG di Alcatel, è stato costretto ad acquisire Lucent, un'impresa USA, e a fondersi con essa per dare vita ad Alcatel-Lucent. All'epoca la decisione suscitò non pochi interrogativi: gli osservatori non capivano il motivo di un acquisto che non avrebbe portato alcun beneficio strategico ad Alcatel. Di più: la fusione si è combinata con un'importante diminuzione del potere decisionale dei dirigenti francesi a vantaggio dei dirigenti USA.
Dopo questa fusione l'azienda non si è più ripresa e nel 2013 è stata acquisita da Nokia.
Pochi anni dopo la storia si ripete con la vicenda Alstom, dove il modus operandi è identico a quello di Alcatel.
La Giustizia USA si mette anche al servizio dello spionaggio industriale!
Infatti la procedura statunitense non si ferma alle multe: dopo essere stata sanzionata, l'impresa è messa sotto sorveglianza. Un "monitore", ossia un esperto al servizio della giustizia USA, è designato per sorvegliare per tre anni «il buon andamento dell'impresa» e verificare che rispetti tutti gli obblighi di conformità.
«Questo monitore ha accesso a tutte le informazioni che riguardano l'impresa, spiega l'ex delegata interministeriale all'Intelligence economica, Claude Revel. Ogni anno il sorvegliane deve fare rapporto al ministero della giustizia. Ebbene, come ho potuto constatare di persona, i rapporti talvolta contengono informazioni confidenziali. È davvero molto increscioso» [13].
Pur di non correre il rischio di vedersi rifiutare la conformità e subire ulteriori sanzioni, questo monitoraggio induce le società ad accettare interferenze in ogni decisione economica, industriale o strategica.
Dato che gli europei sono reputati ignoranti delle norme, il monitoraggio è fatto da agenzie statunitensi. Gli elementi accertati sono comunicati alle agenzie governative, che non mancano di servirsene nella guerra economica che, benché non dichiarata, è combattuta con estrema solerzia.
Per dimostrare di essere in regola occorrono adeguamenti. E gli adeguamenti, come alcuni specialisti ricordano, spesso superano il costo delle ammende già inflitte. Si crea così nel mercato statunitense un nuovo settore di servizi che vale qualche miliardo di dollari [14].
Con assoluta imparzialità, non si può non riconoscere che il riscontro è schiacciante e certo mette in buona luce gli Stati Uniti e la loro egemonia.

Dov'è finita l'indipendenza?

«Non è una sorpresa scoprire che abbiamo a che fare con un Imperium giuridico americano [statunitense, Ndr], che siamo di fronte a una barriera estremamente complessa di testi di legge che gli americani non esitano a fare applicare alle imprese straniere.
Questo, naturalmente, toglie ai Paesi europei qualsiasi sovranità» dichiara a Sputnik Lellouche [15], che accompagna l'affermazione con aspre critiche all'inerzia europea.
Ma cosa farebbe Lellouche se fosse al potere?
In realtà nessun politico europeo oserà dire la verità. Quando qualcuno si arrischia a fare una dichiarazione un po' coraggiosa, subito tende a fare ammenda e ricorda che gli Stati Uniti sono un Paese amico! Ma cosa ce ne facciamo di un amico che ci spia e che, quando adocchia qualcosa che gli interessa ma che ci appartiene, fa di tutto per impossessarsene?
L'esempio di Alstom non è il solo, è però significativo perché pone esemplarmente problemi d'indipendenza. Alstom è infatti un'impresa strategica, soprattutto nel settore nucleare. «La vendita di Alstom a General Electric ci priva di autonomia strategica su due punti fondamentali: le turbine per i sottomarini nucleari, le navi di superfice, come la portaerei Charles-de-Gaulle,nonché sulle centrali nucleari civili, spiega il direttore del Centro francese di ricerca sull'intelligence, Eric Denécé, che ha svolto un'inchiesta sulla vicenda. Siamo di fronte a un vero e proprio tradimento da parte delle élite francesi» [16].
Infatti, se in futuro la Francia dovesse trovarsi in disaccordo con la politica degli Stati Uniti – fatto che avrebbe dovuto già accadere su moltissime questioni – questi potrebbero impedire la consegna da parte di GE di pezzi di ricambio delle turbine dei sottomarini e della portaerei, nonché delle centrali nucleari civili, rendendole di fatto inattive: la Francia verrebbe così privata di quel poco d'indipendenza che le resta, incluso in campo energetico!
La Francia è già sotto il ricatto degli Stati Uniti sul piano sociale: con il rilevamento di Alstom da parte di General Electric, quest'ultima aveva promesso la creazione in Francia entro il 2018 di mille posti di lavoro ma, per il momento, il gruppo USA si limita ad annunciare soppressioni di posti in Europa: 345 sono a rischio a Grenoble, molti altri a Belfort.
Non è escluso che questi due siti finiscano per essere chiusi o che GE ottenga sostanziosi aiuti per mantenere pochi posti di lavoro fino alla volta successiva, quando magari ci saranno un sacco di licenziamenti. I dipendenti coinvolti non sanno quale futuro gli riservi GE. Si rivolgono così allo Stato, che però brilla per assenza.

Soluzioni!

Quale potrebbe essere la risposta della Francia alla strategia statunitense? «La classe politica francese ha tendenza a considerare gli USA amici e a ritenere che, a tale titolo, si può perdonare loro tutto e fare finta di niente, afferma l'ex deputato Bernard Carayon, che nel 2003 ha redatto un rapporto sull'intelligence economica, su richiesta del primo ministro Jean-Pierre Raffarin. Destra e sinistra danno entrambe prova di cecità e impotenza. Nella guerra economica non ci sono amici. Ci sono solo concorrenti e partner diligenti».
Nel rapporto parlamentare pubblicato nel 2016, i deputati Pierre Lellouche e Karine Berger scrivono che con Washington «deve essere stabilito un rapporto di forza» per «poter agire ad armi pari». «La commissione ritiene necessario far valere con gli Stati Uniti il fatto che alcune loro prassi sono ora ritenute abusive e che la Francia non le accetterà più» scrivono i parlamentari.
Tuttavia, nelle conclusioni i deputati francesi hanno valutato che conviene «cooperare per fissare di comune accordo le linee generali della legittima lotta alla corruzione internazionale, al finanziamento del terrorismo e alla frode fiscale. Il che ci permetterebbe di essere su un piano di parità».
È come se l'Europa non avesse leggi anticorruzione e gli Stati Uniti fossero i soli a promuovere un'etica economica; in realtà sono lo Stato che, secondo i criteri da loro stessi fissati, ha il maggior numero d'imprese che pratica la corruzione.
Il fatto è che gli USA, per favorire le loro imprese negli scambi internazionali, le sanzionano meno duramente di quanto sanzionino quelle europee.
I deputati dimenticano, tra l'altro, di trarre le debite conclusioni dall'extraterritorialità della legge statunitense, che non può essere applicata a relazioni contrattuali non avvenute sul territorio degli Stati Uniti e che non coinvolgono cittadini USA.
Lellouche e Berger auspicano lo sviluppo di strategie di elusione, «per esempio con la promozione dell'uso dell'euro nelle transazioni internazionali, in risposta ai rischi in cui s'incorre usando il dollaro». Questo pio desiderio non ha alcun interesse, dato che il problema nasce dal fatto che l'euro è considerato moneta di riserva, non moneta di scambio sul mercato internazionale.
Delle due l'una: o l'Europa si dota di una moneta capace di affermarsi nel commercio internazionale, attraverso una specie di hub finanziario, equivalente al sistema SWIFT, e non si accontenta di agganciarsi a un tasso di scambio rispetto al dollaro, o accetta la sottomissione e la conseguente perdita di indipendenza, che sfocerà nella perdita di elementi fondamentali della propria economia.
Gli Stati Uniti hanno dimostrato che, se dovessero essere costretti a scegliere, favorirebbero la loro economia a detrimento delle altre.
Lellouche e Berger raccomandano di rispondere agli Stati Uniti usando le loro stesse armi: non devono essere i soli in grado di «mordere», l'Unione Europea si deve ricordare di essere anch'essa una superpotenza economica.
Gli autori del rapporto scrivono: «Il recente rimborso fiscale di 13 miliardi di euro chiesto dalla Commissione Europea a Apple è segno che, dopo oltre un decennio di rinunce a fronte delle pratiche aggressive delle amministrazioni e imprese americane [statunitensi, Ndr], siamo sulla buona strada».
Questa reazione dell'UE, ancorché indispensabile, è comunque timida: in primo luogo le decisioni dovranno trasformarsi in atti, il che non avviene sistematicamente, tanto più che in materia fiscale occorre l'unanimità; in secondo luogo l'Europa non è preparata a ingaggiare una vera prova di forza con gli USA.
Infatti, tassare i GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) per le operazioni transitate sul mercato europeo, sebbene sia un buon mezzo, resta comunque uno strumento timido, perché questa tassazione non tiene conto del fatto che, grazie alla loro egemonia, queste società impediscono alle società europee di affermarsi nel settore.
Alcuni politici francesi asseriscono che la legge Sapin 2 consente qualche risposta, ma dimenticano che la difficoltà non nasce dal fatto di punire imprese che hanno compiuto atti corruttivi o fraudolenti, bensì dall'utilizzo della giustizia per fini economici.
Ebbene, in Europa è impensabile usare questi mezzi: per parlare soltanto della Francia, quale governo darà mai indicazioni alla giustizia di avviare azioni giudiziarie per favorire un'impresa francese? Nessuno.
Alcuni sostengono che l'obiettivo della legge Sapin 2 sia creare un sistema di sanzioni sufficientemente solido perché la Francia possa dire agli Stati Uniti che il lavoro è già stato svolto e quindi non serve avviare altre azioni giudiziarie, laddove la regola non bis in idem, secondo cui nessuno può essere indagato o punito penalmente (una seconda volta) per gli stessi fatti, non può essere applicata in diritto internazionale: nulla vieta a due Stati di punire la stessa persona due volte, una volta per ciascun Paese.
Infine, a torto o a ragione, qualcuno ha pensato che, con l'appoggio degli Stati, sarebbe più conveniente trasferire vicende come quelle citate, finora regolate attraverso i procuratori federali, ai tribunali, che non sono particolarmente inclini ad applicare la legge statunitense a fatti accaduti all'estero; il che potrebbe probabilmente rivelarsi esatto. Intanto però imprese e persone sarebbero ostaggio della macchina giudiziaria statunitense e, senza l'intervento dei rispettivi Stati, finirebbero per soccombere…
Del resto, poiché l'Europa non spaventa più nessuno, nel 2017, ossia dopo la legge Sapin 2, i leader democratici e repubblicani si sono accordati per fare approvare dal Congresso una legge di 70 pagine, che istituisce ufficialmente sanzioni contro Corea del Nord, Iran e Russia. Questo testo impone unilateralmente al resto del mondo di rispettarne i divieti commerciali. Le sanzioni si applicano perciò all'Unione Europea e alla Cina.
Rispetto a questa legge USA, alcuni interessi europei, sebbene per principio molto atlantisti, hanno realizzato che Washington vuole impedirgli ogni cooperazione economica con la Russia e che saranno così costretti a sacrifici considerevoli. Le imprese europee impegnate nel progetto di raddoppio del gasdotto North Stream, già vecchio, dovranno sopportare perdite molto consistenti, le più piccole saranno addirittura rovinate. Così se Wintershall, E.ON Ruhrgas, N. V. Nederlandse Gasunie e Engie (ex GDF Suez) perdono, oltre al diritto di partecipare alle gare d'appalto statunitensi, anche tutti i loro averi negli Stati Uniti. È loro vietato l'accesso alle banche internazionali e non possono proseguire le attività fuori dell'Unione.
Le proteste verbali tedesche sono state la risposta della UE!
Le nuove sanzioni proposte dai parlamentari statunitensi contro la Russia potrebbero penalizzare imprese europee e sono anche contrarie al diritto internazionale, ha dichiaralo la ministra tedesca dell'Economia, Brigitte Zypries.
«Riteniamo che questo contrasti, puramente e semplicemente, con il diritto internazionale» ha dichiarato la ministra a Funke Mediengruppe. «Certo non vogliamo una guerra commerciale. È però importante che la Commissione Europea pensi a contromisure».
Sicuramente questa risposta toglierà il sonno a Donald Trump…
L'Europa in generale e la Francia in particolare continueranno sicuramente a subire senza reagire, dal momento che non c'è la volontà politica di fronteggiare uno stato di cose che consacra gli Stati Uniti primo decisore delle politiche economiche. In assenza di una risposta europea che faccia propria la questione della sovranità e dell'indipendenza, assicurando protezione ai propri cittadini e facendo direttamente fronte agli Stati Uniti per tutelare i loro interessi, non ci saranno ostacoli …
Sarà necessario coraggio, coraggio e ancora coraggio politico senza temere di perturbare "l'amicizia" con gli Stati Uniti.