30 ottobre 2019

Tesla Italy: Ti Presentiamo il Software Versione 10.0

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La nuova versione include:
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Tesla | Tutti i Diritti Riservati | Piazza Gae Aulenti 4 20154 Milano Italia
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28 ottobre 2019

Il Kurdistan immaginato dal colonialismo francese, di Thierry Meyssan

TUTTO QUEL CHE VI NASCONDONO SULL’OPERAZIONE TURCA “FONTE DI PACE” (2/3)



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Una delegazione kurda è ricevuta all’Eliseo dal presidente francese François Hollande e dal ministro degli Esteri dell’epoca, Jean-Yves Le Drian, presente anche Bernard-Henri Lévy, organizzatore dei disastri di Tunisia, Egitto e Libia.

Contrariamente a un luogo comune, il Rojava non è uno Stato pensato per il popolo kurdo, bensì una fantasticheria del colonialismo francese, nata nel periodo tra le due guerre. Insieme ai kurdi si voleva creare uno Stato fantoccio, analogamente al Grande Israele da fondarsi con gli ebrei. Un obiettivo del colonialismo rispolverato dai presidenti Sarkozy, Hollande e Macron, che l’hanno spinto sino alla pulizia etnica nella regione dove il nuovo Stato doveva sorgere.


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L’Alto Commissario francese per il Levante, generale Henri Gourraud, recluta, con l’ausilio dei turchi, 900 uomini del clan kurdo dei Millis per reprimere la ribellione nazionalista araba ad Aleppo e Raqqa. Questi mercenari combatteranno come gendarmi francesi sotto la bandiera che diventerà l’attuale vessillo dell’Esercito Siriano Libero (telegramma del 5 gennaio 1921).
Fonte: Archivi dell’esercito francese.
Aeccezione del principe Rewanduz, il popolo kurdo non ha mai sognato l’unificazione. Nel XIX secolo Rewanduz, ispirandosi al concetto tedesco di Nazione, progettava di unificare prioritariamente la lingua dei kurdi. Ancor oggi esistono molte lingue che determinano una separazione molto netta fra i clan kurmanji, sorani, zazaki e gurani.
Secondo documenti che per primo ha studiato l’intellettuale libanese Hassan Hamadé – che ora scrive un sorprendente saggio – nel 1936 il presidente del consiglio dei ministri francese, Léon Blum, negoziò con il capo dell’Agenzia Ebraica, Chaim Wiezmann, e con i britannici la creazione di un Grande Stato di Israele che si sarebbe esteso dalla Palestina all’Eufrate, comprendente quindi Libano e Siria, all’epoca protettorati francesi. Il progetto fallì per la furiosa opposizione dell’Alto Commissario francese per il Levante, conte Damien de Martel. All’epoca, Francia e – probabilmente – Regno Unito miravano a creare uno Stato kurdo a est dell’Eufrate.
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Il 4 febbraio 1994 il presidente Mitterrand riceve una delegazione kurda di membri del PKK turco.
La questione kurda tornò a essere prioritaria con il presidente francese François Mitterrand. In piena guerra fredda la moglie Danielle divenne la “madre dei kurdi” [del clan dei Barzani].
Il 14 e 15 ottobre 1989 Danielle Mitterrand organizzò a Parigi un congresso dal titolo «I kurdi: l’identità culturale, il rispetto dei diritti dell’uomo». La moglie di Mitterrand svolse anche un ruolo di primo piano nella falsa imputazione alla crudeltà del presidente Saddam Hussein della morte dei kurdi del villaggio di Halabja durante la guerra fra Iraq e Iran; rapporti dell’US Army hanno invece stabilito che, nel corso di una terribile battaglia, gas iraniani sono stati trasportati dal vento [1].
Nel 1992 Danielle Mitterrand prese altresì parte alla creazione di un governo fantoccio kurdo, nella zona irachena occupata dagli anglosassoni.
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Il 31 ottobre 2014, sotto il portico dell’Eliseo, mentre il presidente francese François Hollande riaccompagna il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Un altro ospite è appena uscito dalla porta di servizio, il kurdo filo-turco Salih Muslim.
Nel 2011, durante la presidenza di Nicolas Sarkozy, Alain Juppé stipulò un Protocollo segreto con la Turchia per creare uno pseudo-Kurdistan. La Siria non reagì. Il 31 ottobre 2014 il presidente François Hollande ricevette ufficialmente all’Eliseo il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan e, ufficiosamente, il co-presidente dello YPG, Salih Muslim, per mettere a punto lo smembramento della Siria. I combattenti kurdi cessarono di riconoscersi siriani e iniziarono una lotta per conquistare una patria propria. Immediatamente la Siria smise di versare loro lo stipendio.
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Alla fine della battaglia di Kobané, François Hollande cambia campo e, per rimarcare il proprio sostegno ai kurdi, l’8 febbraio 2015 riceve all’Eliseo una delegazione filo-USA dello YPG.
Dopo alcuni mesi però il presidente Barack Obama richiama la Francia all’ordine: Parigi non può negoziare uno pseudo-Kurdistan per alimentare i vecchi sogni coloniali, può farlo solo il Pentagono, che deve mettere in atto il piano etnico Rumsfeld/Cebrowski.
Hollande si piega e riceve una delegazione kurda di combattenti filo-USA di Aïn al-Arab (Kobané, in lingua kurda). La Turchia invece rifiuta di sottomettersi a Washington. È l’inizio di una lunga divergenza tra i membri dell’Alleanza Atlantica. Ritenendo che il voltafaccia dei francesi violi l’accordo del 31 ottobre 2014, i servizi segreti turchi organizzano insieme a Daesh gli attentati del 13 novembre 2015 contro la Francia e del 22 marzo 2016 contro il Belgio, a sua volta allineatosi a Washington [2]. Il presidente Erdoğan aveva annunciato senza giri di parole gli attentati contro il Belgio e la stampa al suo servizio li rivendicò. Infine, Salih Muslim organizza la coscrizione obbligatoria dei giovani kurdi e costruisce la propria dittatura; Ankara emette un mandato di arresto contro di lui.
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Decreto di kurdizzazione forzata del nord della Siria. Il documento, divulgato dalle vittime assiro-cristiane, dimostra la pulizia etnica compiuta dalle FDS, inquadrate dagli USA.
In ottobre 2015 il Pentagono crea le Forze Democratiche Siriane (FDS), unità di mercenari kurdi, turchi e siriani, nonché di alcuni arabi e cristiani. La pulizia etnica può essere così organizzata senza assumersene pubblicamente la responsabilità. Le FDS espellono le famiglie arabe, nonché quelle cristiano-assire. Combattenti venuti da Iraq e Turchia s’installano nelle case di questa gente e prendono possesso delle loro terre. L’arcivescovo cattolico-siriaco di Hassaké-Nisibi, monsignor Jacques Behnan Hindo, dichiarerà di aver sentito più volte leader kurdi parlare di un piano di estirpazione dei cristiani del “Rojava”. Le forze speciali francesi assistono senza fiatare a siffatti crimini contro l’umanità.
Il 17 marzo 2016 l’autonomia del “Rojava” (pseudo-Kurdistan in Siria) è dichiarata [3]. Temendo l’unione tra il PKK turco e il clan Barzani iracheno, che aprirebbe la strada alla creazione di un Grande Kurdistan, il governo iracheno invia armi al PKK per rovesciare i Barzani. Segue una serie di assassinii di personalità kurde a opera di clan tra loro rivali.
A fine 2016 il ritiro parziale dell’esercito russo e la successiva liberazione di Aleppo da parte dell’Esercito Arabo Siriano determinano il rovesciamento definitivo delle sorti della guerra. Coincidono con l’arrivo alla Casa Bianca, a gennaio 2017, del presidente Donald Trump, il cui programma elettorale prevedeva di mettere fine alla strategia Rumsfeld/Cebrowski, di cessare il sostegno massiccio agli jihadisti, nonché il ritiro dalla Siria della NATO e delle truppe USA.
Dal canto suo la Francia favorisce la partenza per il “Rojava” di giovani combattenti anarchici, convinti di andare in difesa della causa kurda e invece mandati a combattere per l’Alleanza Atlantica [4]. Tornati in Francia, si riveleranno altrettanto incontrollabili dei giovani jihadisti francesi. Secondo la DGSI (intelligence interna) uno di questi combattenti tenterà di abbattere un elicottero della gendarmeria durante l’evacuazione dell’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes [5].
A giugno 2017 il presidente Trump autorizza un’operazione congiunta dell’Esercito Arabo Siriano (comandato dal presidente Bashar al-Assad) e delle FDS (ovvero dei mercenari kurdi filo-USA) per liberare Raqqa, la capitale di Daesh [6].
La guerra è finita, ma né Francia né Germania vi si rassegnano.
Progressivamente, il controllo dello YPG sfugge agli Stati Uniti, che finiscono per disinteressarsene. L’organizzazione diventa così un giocattolo dei francesi, allo stesso modo dei Fratelli Mussulmani, marionette nelle mani dei britannici.
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Questa mappa è stata pubblicata a gennaio 2019 da Anadolu Agency. In essa sono segnate nove basi francesi, otto delle quali fatte installare dal presidente Emmanuel Macron.
La Turchia fa allora pubblicare dall’agenzia ufficiale Anadolu Agency la mappa delle basi militari francesi in “Rojava”, portate a nove da Emmanuel Macron. In precedenza si conosceva soltanto quella del gruppo cementiere Lafarge. Così facendo, Ankara vuole dimostrare che, contrariamente alle dichiarazioni ufficiali e a differenza degli Stati Uniti, la Francia continua a essere favorevole alla divisione della Siria.
A febbraio 2018 l’ambasciatore della Federazione Russa all’ONU, Vassily Nebenzia, rivela che i kurdi siriani hanno amnistiato 120 leader di Daesh e li hanno assorbiti nello YPG.
Da settembre 2018 il presidente Trump prepara il ritiro delle truppe USA da tutta la Siria [7]. L’abbandono del “Rojava” è condizionato all’interruzione della strada iraniana che potrebbe attraversare il territorio per raggiungere il Libano. In agosto il presidente Erdoğan s’impegnerà a provvedervi. I GI’s sovrintendono alla distruzione delle strutture difensive dei kurdi. Il 16 settembre Russia, Turchia e Iran raggiungono un accordo. Da questa data la fine dello pseudo-Kurdistan diventa imminente. Non comprendendo quanto sta accadendo, la Francia è sbalordita quando le truppe turche invadono brutalmente lo pseudo-Stato autonomo e di fronte alla popolazione che fugge dal territorio illegalmente occupato.
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Innamorato della propria immagine e totalmente disconnesso dalla realtà, Jean-Yves le Drian garantisce dal palcoscenico televisivo di France2 che la Francia persegue i propri obiettivi in Siria senza correre rischi.
Invitato dal telegiornale di France2, il 10 settembre il ministro degli Esteri Jean-Yves le Drian cerca di rassicurare i francesi sulle conseguenze del fiasco. Assicura che la Francia ha il controllo della situazione: gli jihadisti detenuti in “Rojava” non saranno liberati ma giudicati sul posto, benché in questo pseudo-Stato non ci siano istituzioni. Prosegue affermando che il presidente Erdoğan minaccia a vuoto la Francia. Si rifiuta infine di rispondere a una domanda sulla missione che sul posto può svolgere l’esercito francese, in piena disfatta.
Non si conosce quale sarà la sorte degli jihadisti prigionieri e delle popolazioni civili che hanno sottratto questa terra ai legittimi proprietari; non si hanno altresì notizie dei soldati delle nove basi militari francesi, presi tra due fuochi: da un lato l’esercito turco, tradito dal presidente Hollande, dall’altro lo YPG, che il presidente Macron ha abbandonato e i cui membri hanno di nuovo dichiarato fedeltà alla Repubblica Araba Siriana.

26 ottobre 2019

[Reseau Voltaire] Les principaux titres de la semaine 24 ott 2019

Réseau Voltaire
Focus




En bref

 
La Syrie récupère ses champs pétroliers
 

 
La Russie rappelle la Turquie au respect de ses engagements
 

 
La presse australienne contre la censure gouvernementale
 

 
Le premier, François Hollande reconnaît la défaite
 

 
La France incendie l'usine Lafarge de Syrie
 

 
L'armée russe occupe des bases militaires US
 

 
Douces sanctions US contre la Turquie
 

 
Le PKK-YPG, terroriste selon le côté de la frontière
 

 
Les armées syrienne et turque tentent d'occuper le terrain
 

 
Les 15 camps de prisonniers de Daesh au « Rojava »
 

 
L'accord d'Hmeimim
 

 
Les militaires français pris au piège en Syrie
 
Controverses
Fil diplomatique

 
Mémorandum d'accord entre la Turquie et la Fédération de Russie
 

 
Déclaration franco-allemande de Toulouse
 

 
Rencontre d'une délégation interministérielle russe avec Bachar al-Assad
 

 
Communiqué de presse conjoint des ministres des Affaires étrangères de la France et de l'Irak
 

 
Déclaration conjointe des États-Unis et de la Turquie sur le nord-est de la Syrie
 

 
Communiqué conjoint du Conseil franco-allemand de défense et de sécurité
 

 

« Horizons et débats », n°22, 14 octobre 2019
La « nation indispensable » est-elle « indispensable » ?
Partenaires, 15 octobre 2019

« Horizons et débats », n°21, 30 septembre 2019
« Opération Libero »
Partenaires, 15 octobre 2019
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‘Non riesco a pensare’: Assange cerca di non piangere e quasi non ricorda il suo nome durante l’udienza preliminare per l’estradizione negli USA


Era sembrato che Julian Assange stesse per piangere mentre diceva “non riesco a pensare correttamente,” di fronte alla corte che dovrebbe decidere sulla sua estradizione negli Stati Uniti.
Il fondatore di WikiLeaks aveva avuto anche difficoltà a parlare, aveva fatto lunghe pause e aveva balbettato, mentre confermava il suo nome e la data di nascita all’inizio dell’udienza preliminare per la gestione del processo, a Londra, lunedì scorso.
Il governo americano sta cercando di estradare il 48enne per incriminarlo della diffusione di centinaia di migliaia di documenti top secret.
Dovrà affrontare 18 accuse, tra cui quella di cospirazione per hackerare i computer del governo e di violazione della legge sullo spionaggio e potrebbe passare decenni in prigione, se ritenuto colpevole.
Assange, che quando era stato arrestato ad aprile aveva una barba lunga ed incolta, si è presentato alll’udienza della corte dei magistrati di Westminster rasato e vestito con un abito blu scuro sopra un maglione blu chiaro.
John Pilger, il giornalista e documentarista e l’ex sindaco di Londra Ken Livingstone, erano tra i sostenitori seduti in una galleria destinata al pubblico completamente piena, mentre altri protestavano fuori dal tribunale.
L’avvocato difensore di Assange, Mark Summers, ha definito la richiesta di estradizione “un tentativo politico” da parte dell’amministrazione Trump di “far capire ai giornalisti le conseguenze della pubblicazione di informazioni [riservate].”
Legalmente è una cosa senza precedenti,” ha detto alla corte.
Summers ha affermato che esiste un “legame diretto” tra l’elezione di Trump e il “rinvigorimento” dell’indagine, che si era conclusa sotto la presidenza di Barack Obama senza accuse nei confronti di Assange.
L’avvocato ha anche affermato che gli Stati Uniti “avevano fatto notevoli sforzi per intromettersi nelle discussioni coperte da segreto professionale tra Assange e i suoi avvocati” nell’ambasciata ecuadoriana [di Londra], dove il fondatore di WikiLeaks era stato rinchiuso per quasi sette anni dopo l’ottenimento dell’asilo politico [da parte di quel paese].
Le intrusioni comprendevano il “controllo illegale dei telefoni e dei computer” e “uomini incappucciati che irrompevano negli uffici,” ha affermato Summers.
Queste preoccupazioni sono solo alcune della “pluralità” dei problemi, infatti il team legale di Assange avrebbe voluto avere più tempo per la preparazione del caso, ha affermato l’avvocato, che aveva richiesto una proroga di tre mesi sulla data dell’udienza vera e propria di estradizione.
Ma il giudice distrettuale, Vanessa Baraitser, ha rifiutato di concedere agli avvocati della difesa più tempo per la raccolta delle prove. Ha detto ad Assange che la prossima udienza preliminare sulla gestione processuale si terrà il 19 dicembre e che l’udienza vera e propria seguirà, come previsto, a febbraio.
Mentre la corte rinviava i lavori, Assange ha affermato di non aver compreso la procedura e si è lamentato che “questo non è giusto.
Ha aggiunto: “Non posso fare ricerche su nulla, non posso accedere a nessuno dei miei scritti. È molto difficile dove mi trovo.
Assange, che è detenuto nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, ha detto al giudice di trovarsi contro una “superpotenza” con “risorse illimitate” e, mentre sembrava ricacciare indietro le lacrime, ha aggiunto: “non riesco a pensare correttamente.”
Era stato incarcerato a maggio e condannato a 50 settimane di detenzione per aver violato le norme del rilascio su cauzione rifugiandosi nell’ambasciata ecuadoriana di Londra per evitare l’estradizione in Svezia, dove era accusato di violenza sessuale [accusa dimostratasi poi infondata, N.D.T.].
Assange era stato arrestato quando la polizia aveva fatto irruzione nell’ambasciata, dopo che la nazione sudamericana aveva ritirato la sua offerta di asilo.
Avrebbe dovuto essere rilasciato dal carcere di Belmarsh il mese scorso [1], ma il giudice lo aveva trattenuto in custodia perché c’erano “motivi sostanziali” per credere che si sarebbe reso irreperibile.
L’ex Ministro dell’Interno, Sajid Javid, aveva firmato nel mese di giugno una delibera che autorizzava il dibattito processuale sulla richiesta di estradizione [di Assange] da parte degli Stati Uniti.
A maggio, Wikileaks aveva affermato che c’erano “gravi preoccupazioni” per la salute di Assange, dopo il suo trasferimento nell’infermeria della prigione. Quando non era apparso per un’udienza in tribunale, il magistrato capo, Emma Arbuthnot, aveva dichiarato che l’Australiano “non si sentiva molto bene.”
All’epoca, WikiLeaks aveva dichiarato: “Durante le sette settimane a Belmarsh la sua salute ha continuato a peggiorare ed è dimagrito in modo drammatico. La decisione delle autorità carcerarie di trasferirlo nel reparto sanitario parla da sola.”
In una dichiarazione subito prima dell’udienza di lunedì scorso, Amnesty International ha esortato il Regno Unito a respingere la richiesta di estradizione.
Massimo Moratti, vicedirettore del gruppo per i diritti umani per l’Europa, ha dichiarato: “Le autorità britanniche devono riconoscere i rischi reali di gravi violazioni dei diritti umani che Julian Assange dovrebbe affrontare se fosse inviato negli Stati Uniti. Il Regno Unito deve rispettare l’impegno, già assunto, che [Assange] non venga inviato dove potrebbe subire torture o altri maltrattamenti.
Chris Baynes
[1] Il giudice che lo aveva condannato a 50 settimane di detenzione, Deborah Taylor, aveva stabilito che Assange avrebbe potuto essere rilasciato dopo aver scontato almeno metà della sentenza, ma che il rilascio condizionale sarebbe stato “soggetto alle condizioni e all’esito di qualsiasi altro procedimento nei suoi confronti.” N.D.T.
Fonte:
www.independent.co.uk

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

25 ottobre 2019

Rete Voltaire: I principali titoli della settimana 24 ott 2019

Rete Voltaire
Focus




In breve

 
La Russia richiama la Turchia al rispetto degli impegni
 

 
La stampa australiana contro la censura del governo
 

 
François Hollande è il primo a riconoscere la sconfitta
 

 
La Francia incendia il cementificio Lafarge in Siria
 

 
L'esercito russo occupa basi militari USA
 

 
Lievi sanzioni degli USA contro la Turchia
 

 
PKK-YPG, terroristi secondo il lato della frontiera
 

 
Gli eserciti siriano e turco tentano di conquistare terreno
 

 
I 15 campi di prigionieri di Daesh nel "Rojava"
 

 
L'accordo di Hmeimim
 

 
In trappola i militari francesi in Siria
 

 
Gli jihadisti al centro del disaccordo atlantista
 

 
Il revisionismo storico del parlamento europeo
 
Controversie

 
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