Visualizzazione post con etichetta Segreti di Stato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Segreti di Stato. Mostra tutti i post

03 dicembre 2017

Aggiornamenti sull'incredibile storia Majorana - Pelizza. Con Rino Di Stefano.

La verità sta in cielo


La verità sta in cielo from Mario Rossi Network on Vimeo.

30 novembre 2017

Suicidio Conti, ultimo sms all’ex superiore superiore e confetti ai generali prima della tragedia

  SULMONA. Un piano lucido nella sua tragicità, gesti compiuti con freddezza e probabilmente lunga premeditazione e disperazione dall'ex generale dell'arma passato alla Total, Guido Conti, che il 17 novembre scorso si è sparato un colpo alla tempia. Ma prima di farlo ha pensato prima alla sua famiglia, agli amici più cari e a mettere al riparo chissà da cosa alcune informazioni private custodite nel computer e nel cellulare.

«Quello che faccio lo faccio per voi», aveva detto alle sue «bambine»  un paio di giorni prima ad una delle sue figlie anche se non è ben chiaro a cosa si riferisse nello specifico.   
La Procura di Sulmona ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio ed ogni giorno che passa è sempre più evidente che Conti avesse pianificato nei dettagli quali messaggi inviare, a chi 'affidare' la cura delle figlie, chi ringraziare, quali messaggi far sparire.
Secondo il procuratore Giuseppe Bellelli che ha avuto le idee chiare fin da subito la vicenda non ha ombre anche se si sta continuando ad indagare e cercare di interpretare i molti segnali lasciati apparentemente incongruenti che però lasciano intravedere una storia che non è ancora emersa.
Tra questi ci sarebbe anche un prelievo bancomat la stessa mattina della scomparsa.
Secondo gli ultimi dettagli riportati da il quotidiano Il Tempo, Conti il giorno del suicidio avrebbe inviato anche un messaggio ad un caro amico, un tempo suo superiore.
Alle 11, avrebbe scritto via sms «abbi cura delle mie figlie».
A quell'ora la famiglia, stando alle prime ricostruzioni, non si era ancora allarmata per la sparizione dell'uomo, diventata concreta solo all'ora di pranzo, quando l'ex Forestale non è rientrato a casa per il pranzo, così come aveva annunciato alla moglie Anna.
Non risulta che l'allarme sia partito da chi ha ricevuto quel messaggio piuttosto esplicito e foriero di una tragedia. Non si sa ancora se l'sms non è stato visto o letto in ritardo. S


Ma c'è anche un'altra mossa che Conti ha compiuto in quella tragica giornata: avrebbe acquistato tre scatole di confetti spedendole poi, senza specificare il mittente, a tre ex generali dei carabinieri forestali. Un ultimo pensiero per gli amici? Un attestato di stima?
Forse i regali sono stati pagati con i soldi prelevati poco prima dal bancomat?
Sta di fatto che sembra che Conti prima di uccidersi non abbia proprio voluto tralasciare nulla: le lettere d'addio alla famiglia, quell'ultimo bacio alla figlia con il messaggio d'addio «sii forte, tutto quello che fa papà lo fa per il vostro bene».
E poi il cellulare sparito che nemmeno gli inquirenti sono riusciti a ritrovare, i file del computer fatti sovrascrivere da un negozio di Sulmona per cancellare chissà cosa, i soldi prelevati al bancomat prima di uccidersi e la carta risucchiata dalla macchinetta perché non ha voluto o non è riuscito a riprendersela.
Resta ancora il mistero della terza lettera che la Procura ha provato ad intercettare prima che arrivasse a destinazione e il motivo che abbia spinto l'ex generale a farla finita.
Ad un amico aveva confidato qualche giorno prima che la sua nuova vita alla Total sarebbe durata «un paio d'anni, non di più», poi avrebbe lasciato l'incarico. In realtà se n'è andato dopo nemmeno 15 giorni e anche su questo c'è poca chiarezza. Il telefonista anonimo che ha lasciato il messaggio a PrimaDaNoi.it parla di contrasti con l'amministratore delegato mentre la multinazionale ha detto agli inquirenti che nulla di anomalo era accaduto.
Nulla, se si esclude il suicidio.

To see the article visit www.primadanoi.it

28 novembre 2017

Mangiafuoco: Emanuela Orlandi. Quarta puntata.

Condotto da: Angela MariellaSandrone Dazieri e Camilla Baresani. Regia di Luca Raimondo. In redazione: Mimmi MicocciMaria Cristina CusumanoLaura Nerozzi e Cristiana Affaitati. A cura di: Angela Mariella.
Mangiafuoco
Mangiafuoco
© RAI 2017 – tutti i diritti riservati.
Quarta puntata. Mangiafuoco del 19 ottobre 2017
Quella che vi stiamo raccontando è una brutta storia e vi confesso che da quando siamo entrati nella caverna di Mangiafuoco, mai viaggio mi è stato più crudele e adesso, se avrete il cuore continuare a leggere, toccheremo veramente il fondo. Perché il mistero di è diventato sempre più difficile da raccontare, perché quello che vi stiamo raccontando non è un mistero qualunque. La protagonista, suo malgrado, è una ragazzina di 15 anni che nel 1983, quando tutto ebbe inizio, aveva tutta la vita davanti. E’ bella, simpatica, felice. Felice come lo siamo stati tutti a quell’età, in cui niente ti fa paura perché tutto deve ancora succedere e ad Emanuela non sa proprio quello che le sta per succedere, il 22 giugno del 1983. Nella sua vita non c’è un fidanzato consumato dalla gelosia, non c’è una rivale mangiata dall’invidia, non c’è rabbia in questa storia, non c’è disperazione, non c’è ossessione, non c’è alcun sentimento fuori controllo. No, in questa storia tutto, ma proprio tutto, è sotto controllo. Un controllo strettissimo, mantenuto con lucidità e pazienza e infatti, dopo 35 anni, per la verità non ci sono ancora spiragli e l’unico sentimento che trova spazio in questa storia, è il dolore di una famiglia che ha perso il suo frutto più bello e ancora non sa perché. O meglio, di perché in questa storia ce ne sono fin troppi. L’ultimo è arrivato qualche settimana fa. Vero o falso? Cos’è quel dossier su Emanuela Orlandi? Domanda che pesa su un documento che, tra voci e spese per vitto alloggio in un pensionato a Londra, cure mediche e infine il rientro della salma in Vaticano nel 97, racconterebbe, il condizionale è obbligatorio, una inquietante e inedita versione della storia di quella ragazza scomparsa nel nulla 34 anni fa. Ma guardiamo questo documento su Emanuela Orlandi pubblicato dal quotidiano La Repubblica grazie al giornalista Emiliano Fittipaldi. Sono poche pagine e si leggono in fretta, lasciandoti addosso la sensazione di vuoto, come addentare un pollo di gomma. In questo elenco di spese per gestire il caso Orlandinon ci sono firme, timbri, pezze d’appoggio, numeri di conti correnti, fatture e ricevute, (posto che il Vaticano si usano non ne ho la minima idea), però racconta la storia della Orlandi attraverso un’altra visuale, quella dei soldi. Come diceva il giudice Falconebisogna sempre seguire i piccioli per trovare la verità, sempre che ne esista una sola. La storia del giornalismo in fondo è la storia delle patacche. Così, a memoria, ricordo finti diari di Mussolini, il mercurio rosso, l’autismo procurato dai vaccini, le armi batteriologiche, l’intercettazione del governatore Crocetta, ma sicuramente voi ne avete in mente altri che ho rimosso. Di fronte una patacca ben confezionata, spesso ci caschiamo, perché ci racconta quello che già crediamo di sapere e mette in bella le nostre idee, ci tranquillizza e i giornalisti si preoccupano sempre meno delle smentite e sempre di più di arrivare in tempo a uno scoop prima degli altri.
Emiliano Fittipaldi
L’importanza di questo documento, il motivo per cui il sottoscritto,ma anche Il Corriere della Sera, che ha fatto lo scoop prima di me ,in realtà lo ha pubblicato,è perché è un documento interno,che viene dall’ interno del Vaticano. Questo documento quindi, di cui  non conosciamo l’origine, ma è chiaramente un apocrifo, è fatto molto bene .Ha una serie di messaggi in codice, che a mio modesto parere, manda probabilmente per ricattare, per minacciare pezzi della gerarchia probabilmente vicino al mondo di Wojtyla ,che conosce forse meglio quella storia”.
Illazioni. Nient’altro che illazioni, questo è tutto quello che possiamo fare se leggiamo il documento diffuso dal giornalista Emiliano Fittipaldi. Si tratta di una lettera di cinque pagine datata marzo 1998, cioè 15 anni dopo il rapimento di Emanuela Orlandi. E’ indirizzata dal Cardinale Lorenzo Antonetti, Capo dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, al cardinale Giovanni Battista Re, allora Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato Vaticana e a Jean Louis Tauran, a capo della Sezione Pontificia Rapporti con gli Stati. La lettera intitolata “Resoconto sommario delle spese sostenute dallo Stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi, Roma 14 gennaio 68 “ cioè la sua data di nascita. Alla lettera avrebbero dovuto essere allegate circa duecento pagine con fatture e ricevute, che però non sono state consegnate a Fittipaldi.  La prima cosa che viene in mente, dopo aver scorso la fotografia scurita di questa lettera, sembrerebbe la copia di un fax, uno di quelli impressi su rotolo di carta chimica, una lettera composta con caratteri che sembrano non di un programma per computer, bensì  scritti con una più arcaica macchina da scrivere, è che si tratti dell’ennesimo depistaggio e macchinazione. Ormai la storia dei 34 anni inutilmente trascorsi dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, ci ha abituato a non credere più a nulla.
Orlandi muro bambole
Pietro Orlandi
Secondo me è stato sbagliato il modo di farlo uscire. Io sapevo dell’esistenza di questi fogli e del contenuto e di quello che c’era scritto,ma non li avevo mai visti .Quando sono uscite quelle di Fittipaldi, quelli che ha fatto uscire Fittipaldi,ho avuto conferma di quello che mi era stato detto circa un  anno prima.Io non sapevo che li stava cercando anche lui. Io devo dire che c’è stata troppo fretta da parte dei media o dei giornalisti,da parte del Vaticano di dire subito è un falso, è ridicolo, è una bufala , eccetera eccetera. Secondo me ha un valore, io non so se sia originale nel senso scritto effettivamente  dal cardinale Antonetti all’epoca, oppure  sia stato fatto più di recente, però sicuramente non è un documento scritto tanto per scriverlo, falso e messo là dentro.  Ci sono delle parti di verità, secondo me, là dentro. C’è qualcosa d’importante e io non riuscirei ad escluderlo e gettarlo nel cestino come falso e basta. Se stava là c’era un motivo secondo me.
Perplessità legittime a cui Fittipaldi, indirettamente dai microfoni di Zapping su Radio Uno risponde così :
Questi  documenti, sia i Vatileaks il primo di questo da protagonista e altri giornalisti, sia di Vatileaks numero due tutti i documenti ricordo veri, mai smentiti dalla prima all’ultima riga, sono utilizzati ovviamente per guerre interne, guerre tra bande interne. Io penso che anche questo documento apocrifo, che esce adesso e che l’averlo pubblicato smina comunque qualsiasi forma di ricatto possibile, una volta che tu pubblichi una roba del genere, serve come arma di ricatto, arma di minaccia, arma per mandare messaggi, e forse però arma però per dire attenzione noi qualche informazione su questa vicenda così scandalosa noi la conosciamo.”
Minacce, depistaggi, sminamenti, tutte le parole che queste carte fanno venire in mente evocano un’unica immagine: i Corvi sono tornati a volare bassi sul Cupolone.
Se non vivete a Roma, non potete capire quanto la vicenda di Emanuela Orlandi sia  inscritta nelle sue mura antiche, anche 34 anni dopo. Non lo capivo nemmeno io prima di trasferirmi vicino Saxa Rubra e scoprire che Roma non è una città, ma una nazione a sé. Grande con la provincia, un quinto della Svizzera e con metà dei suoi abitanti, uniti da un essenza che va oltre la posizione geografica e diventa sangue, costume, lingua. Di questa nazione il Campidoglio è la capitale e le varie zone sono altrettante città che si attraversano superando invisibili frontiere, con regole, abitudini differenti. Con centri di attrazione, piazze quasi sconosciute a chi non è nato da quelle parti. A Roma però, tutti sanno che il cuore, le cui pulsazioni danno il ritmo che tutti percepiamo sottopelle, è nascosto dietro le mura vaticane e la scomparsa di Emanuela Orlandi con il balletto delle maschere delle menzogne, degli americani e dei criminali sepolti in gran segreto, lo ha fatto sanguinare. Quella ferita è ancora aperta, ancora genera dolore e sgomento.
Ma torniamo al nostro documento. Nell’intestazione c’è scritto Sua riverita eccellenza arcivescovo Giovanbattista Re, tenete a mente questo nome è il primo chiodo che mettiamo. Lui è vivo, ha smentito subito tutto e sta per chiamarci, ve lo racconteremo più avanti. Per ora continuiamo a leggere : pc, per conoscenza sua riverita eccellenza arcivescovo Jean-Louis TouranRe e Touran erano fra i più stretti collaboratori di papa Wojtyla. Segretario di Stato Vaticano in quel tempo era Agostino Casaroli, è un altro chiodo, lui non c’è nell’intestazione, ma lui c’è in questo documento. Anche questo è un quadro che dovremmo attaccare più avanti, ma io continuo a leggere, sono al titolo Resoconto sommario delle spese sostenute dallo Stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi, c’è anche la data di nascita, Roma 14 gennaio 1968. Chissà, l’hanno messa, forse, per non incorrere in errori di omonimia e infatti Emanuela è nata proprio quel giorno. Se fosse viva Emanuelaoggi sarebbe una donna di quasi 50 anni, ma Emanuela è morta, almeno questo è quello che abbiamo sempre pensato tutti e invece, questo documento, proverebbe il contrario.
La lettera indica che il Vaticano avrebbe investito 483 milioni per tenere nascosta Emanuela tra il 1983 e il 1997. Quattordici anni per finanziare andirivieni preteschi Roma-Londra, inclusi 21 milioni di lire assegnati alla voce attività generale trasferimento presso Stato Città del Vaticano con relativo disbrigo pratiche finali. Quattordici anni in cui Emanuela avrebbe vissuto nascosta da preti e suore a Londra, avrebbe partorito un figlio della colpa e infine sarebbe morta e il suo cadavere sarebbe stato rimpatriato in Vaticano, ovviamente in segreto. Illazioni dunque, ma nessuna certezza. Insomma, come nelle peggiori pagine di storia, tutto è vero e niente è vero. Come quella prima spesa che il Vaticano avrebbe dedicato ad Emanuela. Nel documento c’è scritto pagamento di 450 mila lire versati ad una spia presso l’atelier di moda delle sorelle Fontana. Non è vero ma è vero o è vero il contrario? È vero ma non è vero.
La prima voce del documento pubblicato da Fittipaldi riguarda il pagamento di 450 mila lire a una fonte investigativa presso “Atelier di moda sorelle Fontana”. Torniamo allora alle 19:00 del 22 giugno 1983, quando Emanuela, appena terminata la lezione di flauto traverso e subito prima di uscire dalla scuola, chiama da un telefono a gettoni la sorella Federica, allora ventunenne, per riferirle che un uomo le ha proposto di fare propaganda ai cosmetici americani Avon durante una sfilata delle celebri sorelle Fontana a Palazzo Borromini. Le sorelle Fontana, un marchio di moda che ha simboleggiato l’eleganza femminile, prima e dopo gli anni ruggenti della Roma della Dolce Vita contribuendo a renderla chic e internazionale, smentiranno poi, di aver mai autorizzato alcuna dimostrazione di cosmetici durante una propria sfilata.
La prima cosa che salta all’occhio è che le spese sono cominciate nel gennaio del 1983. Visto che Emanuela Orlandi è sparita sei mesi dopo, se il documento fosse vero significa che la ragazza era già sotto osservazione dalle strutture della security Vaticana. Si inizia con un pagamento con “Fonte investigativa presso l’atelier di moda sorelle Fontana di 450 mila lire” poi spiccioli a varie fonti sino ad arrivare a una voce inquietante Spostamento che costa 4 milioni. Da qui saltiamo a Londra dove risultano pagate le rette vitto e alloggio presso il 176 di Chapman Road, un luogo che da Google Maps, sono andato a controllare, risulta un giardinetto con una bici parcheggiata, ma forse ai tempi era altro oppure hanno sbagliato il numero della via. Poi si arriva a pagamenti per cliniche, visite ginecologiche, visite mediche, viaggi di luminari, alti prelati venuti direttamente da Roma.
Mettendo insieme i puntini sembra la pezza di appoggio di una delle teorie sulla scomparsa della Orlandi che si è sussurrata per anni, quella che diceva che all’interno del Vaticano ci si divertisse a fare orge e balletti verdi. Emanuela Orlandi, presa con la forza o ingannata o drogata, sarebbe stata portata ad uno di questi festini rimanendo incinta per lo stupro di un alto prelato. Una volta rimasta incinta sarebbe stata portata a Londra per partorire, dove sarebbe rimasta sino a morte naturale per malattia o altro. Dopo la sua morte, avvenuta, secondo il documento, nel 1997, i servizi segreti Vaticani l’avrebbero riportata indietro. La voce recita attività generale trasferimento presso lo Stato Città del Vaticano con relativo disbrigo pratiche finali lire 21 milioni.  Pratiche finali, ovvero il trasporto di un cadavere per la sepoltura in Vaticano, almeno questo è quello che ci viene da pensare, insieme al cadavere dell’ex membro della Magliana Enrico De Pedis detto Renatino, anche se quando la tomba è stata aperta, come tutti sapete, c’erano solo le ossa del titolare.  Così parliamo noi, ma che cosa ne pensa del documento l’avvocato della famiglia Orlandi, Laura Sgrò?
Laura Sgrò
“E’ un falso, capiamoci, un documento di quella natura non può mai passare per documento originale.  Quando io dico che si tratta di un falso bisogna capire se totalmente falso il contenuto o se veicola qualche voce che in qualche modo può essere veritiera. E’ chiaro, è un documento che non ha nessuna caratteristica, sia dalla modalità di scrittura sia […] di contenuti, che nulla a che vedere con la scrittura vaticanese e documenti ufficiali quindi quantomeno non è un documento ufficiale . Bisogna capire se c’è qualcosa che sia in qualche modo ricollegabile al vero. Comunque il grosso interrogativo è  anche se fosse un falso perché viene utilizzato il nome di Emanuela Orlandi per veicolare forse qualche ricatto, qualche informazione . Questa  è una cosa che credo la famiglia abbia il sacrosanto diritto di sapere ….”
A questo punto della storia, inganniamo le menti. E’ un gioco e dura poco, il tempo di un racconto a metà tra verità e bugie. Dimenticatevi tutto quello che vi abbiamo detto finora e cioè che il documento non è autentico. Proviamo a immaginare cosa sarebbe successo se quel documento fosse un documento vero. Cosa sarebbe stata la vita di Emanuela dal 22 giugno del 1983, se tutto quello scritto in quelle carte, fosse vero?
Secondo Fittipaldi che ha cercato di ricostruire seguendo le indicazioni del documento, le tappe dell’allontanamento di Emanuela da Roma, la ragazza sarebbe stata trasferita tra il 1983 e il 1985 in un ostello al 176 di Chapman Road a Londra. Il Vaticano avrebbe pagato vitto e alloggio per 8 milioni di lire. Con quegli otto milioni, ai tempi, si copriva circa un anno di alloggio. Seguono poi spese febbraio 85 febbraio 88. Vi si trovano ben 18 milioni di lire  per il trasferimento e permanenza del commendator Camillo Cibin o Cibìn, presso 6 Ellerdale road. A quell’indirizzo si trovano ancora oggi le suore Marcelline che gestiscono una scuola di inglese per ragazze straniere. Tuttavia secondo l’attuale direttrice suor Giuliana Carrara è improbabile che un uomo abbia dormito nel refettorio, comunque, in tutto, il Vaticano avrebbe pagato 128 milioni di lire. A quei 18 se ne aggiungono altri 20 per anticipo pagamento retta forfettaria. Poiché il documento è quasi sicuramente un falso, possiamo lanciarci nelle illazioni senza tema di dire cose assurde. E’ tutto assurdo nella vicenda di EmanuelaOrlandi. In pratica possiamo pensare che la presunta Emanuela si trovasse male dai padri Scalabriniani e sia stata trasferita dalle Marcelline.
Insomma ci sono conventi, convitti, collegi, rette mensili, rette forfettarie, rette omnicomprensive. Potrebbe sembrare tutto normale, una normale studentessa all’estero se non fosse che è un violento dramma  e se non fosse che tutto questo è niente rispetto a quello che stiamo per leggere nelle ultime righe. Tre milioni di lire versati alla clinica Saint Mary Hospital Campus Imperial College London, a  Roma avrebbero detto una clinica ginecologica. Il documento allude a complicazioni gestazionali o ginecologiche tra il 1988 e il 1993 sono registrati ben 3 milioni per saldare il conto della clinica St. Mary’s Hospital Campus Imperial College di Londra. Ci sono poi le competenze della ginecologa Lesley Regan. La Regan esiste, è viva, è vera, è laureata a Cambridge e  specializzata in gravidanza a rischio e problemi dell’infertilità.  Non ricorda di aver mai conosciuto una Emanuela Orlandi, sempre che la presunta Emanuela non usasse uno pseudonimo. Se la donna di cui parla il documento fosse Emanuela, a quel punto sarebbe stata una ventenne viva e vegeta che avrebbe probabilmente partorito un bambino, magari il figlio di un Cardinale assatanato di sesso.
Nel dossier viene tirata in ballo anche la gendarmeria Vaticana. Fino a poco tempo fa le uniche informazioni che avevo, erano che Pierfrancesco Favino ne aveva interpretata una nel film Angeli e Demoni. Adesso ne so di più. Intanto è un corpo civile ma militarmente organizzato. E’ l’unico Corpo di Polizia dello Stato Vaticano e assolve a tutti i compiti di polizia, da quella giudiziaria a quella stradale, di frontiera, doganale tributaria, mortuaria eccetera eccetera. Tramite l’Interpol, collabora con gli uffici di intelligence di tutto il mondo, soprattutto quando il Papa è in viaggio. Dentro il Vaticano, invece, della sicurezza del Pontefice si occupano le guardie svizzere, un’altro corpo molto interessante. Se un  cittadino Vaticano commette  un reato fuori dei confini se ne occupa la polizia locale, secondo le leggi internazionali, salvo se sia un pubblico ufficiale.  In quel caso se ne occupa direttamente il Tribunale Interno e se la persona in questione viene giudicata colpevole può essere rinchiusa nelle camere di sicurezza vaticane, che non sono un vero e proprio carcere, ma funzionano più o meno nello stesso modo. Attualmente le celle di sicurezza sono vuote, almeno è quello che dicono.
In questa storia abbiamo anche messo dei chiodi. A quei chiodi dobbiamo ancora appendere dei quadri. Il primo, ha la faccia tonda di Monsignor Agostino Casaroli nel gioco dei se Sua eminenza reverendissima Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli avrebbe commissionato una fantomatica attività ad un fantomatico comando numero uno, ma i poverini che stanno facendo la lista della spesa e che quindi stanno compilando questo resoconto, non sanno quanti milioni siano stati spesi per codesta fantomatica attività. Quello che possiamo dirvi noi è che a un certo punto, nel caso di Emanuela, si ritaglia uno spazio proprio lui, Monsignor Casaroli. Entra in un’intercettazione chiamato con un numero in codice, risponde al telefono una suora che pare sapere tutto.
 C’è anche un altro personaggio in questo resoconto, un personaggio del Vaticano che abbiamo lasciato lì in sospeso ad attendere. Resta da dire chi fosse quel Camillo Cibin o Cibìn, mandato a Londra presumibilmente per aiutare Emanuela nello spostamento da un indirizzo all’altro. Responsabile dell’ Ufficio Vigilanza della Città del Vaticano, era l’uomo di fiducia di papa Wojtyla, era colui che aveva catturato Ali Agca  rincorrendolo subito dopo l’attentato al papa in piazza San Pietro. Ed era colui che a Fatima aveva bloccato, l’anno seguente, un sacerdote fanatico che voleva accoltellare il Papa, ed era comunque colui che lo seguì in ognuno dei suoi più di cento viaggi. Insomma quando c’era da proteggere qualcuno di prezioso o di scottante, eccolo allora spedito a Londra per collaborare al presunto trasloco di Emanuela. L’ultimo chiodo della nostra storia ha la voce flebile di Monsignor Giovan Battista Re. Ricordate? E’ lui l’intestatario del resoconto, è lui che avrebbe dovuto sapere che per la cittadina Emanuela Orlandi nata a Roma il 14 gennaio del 1968, il Vaticano aveva speso tutti quei soldi, voce per voce, milione dopo milione, per anni, per tenerla nascosta in vita e in morte. Di lui prima vi facciamo sentire cosa dice Ali Acga, torna sempre nella nostra storia l’attentatore del Papa.
Ali Agca
Monsignor  Re è uno dei pochi protagonisti ancora vivi di questa triste vicenda e noi il Monsignor Re lo abbiamo cercato. Lo abbiamo cercato per offrirli quello che abbiamo di più caro, un microfono. Un microfono, ottimo per ripetere quello che in fondo aveva già detto, appena uscito il documento di FittipaldiQuel documento è falso, io non l’ho mai visto e noi lo abbiamo cercato, abbiamo cercato Monsignor Re e lui ci ha chiamato. Ha chiamato Maria Cristina Cusumano, con una voce gentile ha detto …mi scusi signorina io sono anziano, è passato tanto tempo, quel documento non l’ho mai visto. Mi dispiace ma non voglio parlare al microfono, perché sono un povero vecchio ,mi dispiace però per la famiglia. E’ stata gentile a cercarmi… E’finita così, tutto vero. Almeno di questo siamo sicuri.


© RAI 2017 – tutti i diritti riservati.


26 novembre 2017

Mirella Gregori Emanuela Orlandi la storia: Terza puntata

Mirella Emanuela Terza puntata
Nuovo articolo pubblicato nel Blog di Emanuela Orlandi, buona lettura.

Condotto da: Angela MariellaSandrone Dazieri e Camilla Baresani. Regia di Luca Raimondo. In redazione: Mimmi MicocciMaria Cristina CusumanoLaura Nerozzi e Cristiana Affaitati. A cura di: Angela Mariella

Mangiafuoco
Mangiafuoco

© RAI 2017 – tutti i diritti riservati.
Terza puntata. Mangiafuoco del 18 ottobre 2017
La storia di Emanuela Orlandi, una ragazzina di 15 anni scomparsa da Roma il 22 giugno del 1983, coincide con un pezzo di storia d’Italia anzi, anche la storia della vecchia Europa e del vecchio mondo, quello diviso tra est e ovest. Di la c’è Mosca, di qua c’è Washington, in mezzo la Città del Vaticano che prende soldi dagli americani e li spende in vari modi, ma da quando c’è il Papa polacco, li spende soprattutto per vincere la crociata contro il demone del Comunismo. E’ una guerra senza cannoni e senza portaerei, infatti la chiamano la guerra fredda, ma è una guerra e come ogni guerra ha le sue vittime innocenti, morti senza una lapide su cui scrivere dove, come e soprattutto perché.

Famiglia Orlandi

  “Messaggio della famiglia Orlandi a persona, persone o gruppo che detengono Emanuela Orlandi. Noi, la famiglia di Emanuela Orlandi, indirizziamo questo preciso messaggio ai due interlocutori che affermano di essere portavoci di coloro che detengono Emanuela Orlandi…
Il dato certo che non manca quasi mai, è il quando. Quello di Emanuela è un mercoledì di fine giugno, il 22. Quel giorno termina il viaggio di Giovanni Paolo II a Cracovia, la sua città natale, un viaggio strategico nella Polonia sotto il controllo sovietico. Un viaggio in cui, probabilmente, si scrivono le regole per arrivare al successo del 1989, la caduta del muro di Berlino. E’ un viaggio lungo nella storia che incomincia proprio in quei giorni, ma anche i viaggi nella storia hanno un calendario che scorre un giorno alla volta e quando torna a Roma, il Papa polacco, ha un dolore forte e immediato da gestire. Allo Stato del Vaticano è stata sottratta una delle sue cittadine più giovani: coincidenza o minaccia? una domanda alla quale, forse, solo lui, il Papa che sta preparando la svolta, avrebbe potuto rispondere, gli altri, i magistrati, inquirenti giornalisti, Mangiafuoco come noi, possono solo continuare a chiederserlo insieme ai familiari che più di tutti non si danno pace.

Pietro Orlandi

“… Le ipotesi che sono state seguite, che sono state diverse, io le ho seguite tutte quante in maniera molto approfondire la cosa assurda è che ogni ipotesi contiene delle parti di verità se tu seguissi una ipotesi e la studi, dici tranquillamente certo questa potrebbe essere quella giusta poi ne segui un’altra allo stesso modo e vedi che anche li ci sono delle verità questa è la cosa che secondo me ha rallentato anche le indagini. Che hanno fatto da tappo per arrivare alla verità, tante ipotesi che non si possono scartare perché in ognuna c’è un particolare importante…”
Ma nella nostra storia c’è anche un altro quando. Un’altra data da studiare e da tenere a mente è il 7 maggio del 1983. Il luogo è sempre lo stesso, Roma, non quella papalina del Vaticano ma quella laica e popolare della Breccia di Porta Pia lì, in via Volturno, c’è un bar di proprietà della famiglia Gregori, in quella famiglia sta per abbattersi un dolore inconsolabile come quello della famiglia Orlandi, ma ad unire Orlandi e Gregori forse non è solo la natura del dolore.
Sono mezzo russo per parte di moglie e durante i primi viaggi di corteggiamento, compravo e regalavo  a parenti e amici le tipiche bambole di quelle parti, le matrioska. Le matrioska più belle, quelle fatte artigianalmente non di plastica, sembrano non finire mai, ogni bambola ne nasconde nel ventre una più piccola con i lineamenti sempre meno definiti. Il caso di Emanuela Orlandi è esattamente così, lo apri e trovi di tutto, i lupi grigi, i servizi segreti, la banda della Magliana e anche la povera Mirella Gregori. Il caso Mirella Gregori poi, è emblematico, perché passato non sotto silenzio, ma sicuramente con poca attenzione dei media, diventa centrale, quando, dopo il rapimento di Emanuela Orlandi, si comincia a parlare anche di lei in connessione con il caso più famoso.

Maria Antonietta Gregori

Il collegamento tra le due ragazze non sono solo io che lo sostengo ma è anche dovuto dai fatti che si sono susseguiti in questi anni… dalle lettere dall’appello che hanno chiesto la liberazione di Alì Agca… da parte di mia madre facendo pressione sullo Stato Italiano tramite il presidente di allora Pertini. La persona che è stata vista vicino a mia sorella e anche la sua amica e poi mia madre lo ha riconosciuto e non ha… la venuta del Papa nella nostra parrocchia è lì per lì mia madre è rimasta un po esterrefatta non sapendo che la persona che parlava con mia sorella era proprio lui… e quello è un altro collegamento che ci collega al filone Emanuela Orlandi.
Ed è qui che i servizi segreti cominciano ad indagare anche sulla ragazza e soprattutto indagano su un’amica di Mirella Gregori, SV, coetanea ed amica di Mirella, figlia del proprietario di un bar in via Nomentana che aveva incontrato Mirella prima che sparisse con il misterioso Sandro o Alessandro che l’aveva chiamata al citofono. SV era già stata indagata, poi prosciolta, ma non per il SISDE, il servizio segreto civile che adesso si chiama AISI, che ha continuato a seguirlo. Agli atti della procura di Roma, nel 2015, viene infatti archiviata la relazione di un agente del SISDE che mercoledì 26 ottobre 1983 dice di aver ascoltato una conversazione tra SV e un coetaneo a proposito della scomparsa di Mirella. Come scritto nel documento venivano udite chiaramente le seguenti frasi: “…certo lui ci conosceva contrariamente a noi che non lo conoscevamo quindi poteva fare tutto quello che voleva come ha preso Mirella poteva prendere anche me visto che andavamo assieme…”. Ora, vista la complessità del caso Orlandi e del caso Gregori, può essere un abbaglio di chi ascolta, ma sta di fatto che questa pista non è stata mai indagata.
La quindicenne Mirella Gregori sparì da casa 45 giorni prima della sua coetanea Emanuela Orlandi, era il 7 maggio del 1983. Ogni giorno, nel mondo, scompaiono adolescenti di cui non si saprà mai più nulla però, è quantomeno improbabile che accade in rapida successione, due volte nel relativamente sicuro centro di Roma ed in entrambi i casi si tratti di brave ragazze legate alla famiglia per le quali era davvero impossibile immaginare una scomparsa volontaria. I nomi di Mirella ed Emanuela da allora sono stati inevitabilmente e per sempre accoppiati pur non essendo mai stata trovata una vera prova della connessione tra i due casi. Questa connessione invece fu ipotizzata dapprima dalla madre di Mirella, cui parve di riconoscere negli identikit degli uomini che forse avevano seguito Emanuela, qualcuno che lei aveva visto chiacchierare con la figlia. Lo dichiarò in un’intervista e pochi giorni dopo, nel comunicato del 4 agosto, i lupi grigi, cioè l’organizzazione turca di estrema destra in cui militava l’attentatore del Papa Ali Agca, inserirono una frase che lasciava intendere che Mirella fosse nelle loro mani così come Emanuela.
Ricordo che all’epoca, avevo 23 anni, immaginavo quelle due poverine legate a una catena rivestita di un chador messe incinta a ripetizione dentro una yurta sotto un gelido cielo stellato nelle steppe dell’Anatolia, lo stesso paesaggio magico del “canto notturno di un pastore errante nell’Asia la meravigliosa poesia di Giacomo Leopardima anziché malinconia romantica, solitudine dell’uomo di fronte allo spettacolo dell’universo, io vedevo Emanuela e Mirella schiave sessuali mai rassegnate al destino di ostaggi, col Cuppolone de Roma e Campo dè Fiori stampati negli occhi e nel cuore.
“…tutte e due erano state quasi ingaggiate per proporre l’Avon, i cosmetici Avon…”
Coincidenze, scherzi di un destino crudele o piani d’attacco ben studiati e ben riusciti per colpire un nemico che sa che quel colpo è diretto a lui ma non può dirlo? E’ questa la domanda che da quasi 35 anni aspetta ancora una risposta, una risposta che qualcuno conosce ma, si sa, a volte le risposte sono come la verità, indicibili, troppo forti, come certi amori o certi dolori. Ed in quel caso che arriva in soccorso l’arte.  A firmare il film su Emanuela Orlandi è Roberto Faenza.
 “Signor Procuratore….” “Eminenza buongiorno… Mi permetta di entrare subito in medias res noi sappiamo che lei è un magistrato rigoroso ed anche un cattolico sincero Ed è proprio per questo che ci siamo rivolti a lei per sanare uno scandalo che tanto male sta facendo alla chiesa”. “Si riferisce alla salma del boss sepolto in Sant’Apollinare?”. “Il cardinale Poletti, pace all’anima sua, commise una imprudenza nel concedere l’autorizzazione, come lei ben sa, ove fossimo noi a rimuovere la salma, verremmo accusati di chissà quali nefandezze, invece se al posto nostro…” “fossimo noi…” “se fosse la Magistratura ad agire, bhe allora tutto avverrebbe in modo trasparente” “Eminenza, più che rigoroso io sono un uomo concreto, quale sarebbe la contropartita per la giustizia?” “Noi siamo siamo disponibili a consegnare la documentazione sulla scomparsa della povera ragazza” “Si riferisce ai documenti in vostro possesso che avete sempre negato alle nostre rogatorie?” “Diciamo che sono documentati i passaggi di questa dolorosa vicenda i quali spiegano altresì le ragioni del nostro silenzio in tutti questi anni”
E’ la forza del cinema che con la leggerezza dell’arte, scaraventa massi pesanti e li lancia più lontano dei tribunali, mette insieme cose apparentemente lontane perché non c’è una verità giudiziaria […], i familiari la cercano da 34 anni senza arrendersi, senza scoraggiarsi anche di fronte a chi la verità ha il dovere di cercarla e senza il macigno del dolore sul cuore, calcola il tempo con un orologio distratto.
“…è un nostro diritto riuscire a capire e sapere cosa è successo… e lui mi disse così… quella frase che io a dire la verità non ho mai sopportato perché l’ho sentita più volte… “eh ma ormai sono passati tanti anni… sono passati quanti? 35 anni? E ne erano passati 28… Quindi lui non sapeva neanche quanti anni erano passati però sentirmi dire, da un Capo della Procura di Roma, che aveva preso in mano questa inchiesta che mi dice ormai sono passati tanti anni mi ha rattristato…”
Le indagini dunque hanno conosciuto alti e bassi e il Vaticano non ha ancora consegnato le carte chieste da tante e tante rogatorie. Anche sull’esistenza di un dossier ci sono tante voci ma ancora nessuna certezza. Di certo c’è che nelle indagini sulla scomparsa di Emanuela, ad un certo punto entra Mirella e da quel giorno i volti puliti di due quindicenni differenti solo per la natura dei capelli saranno per sempre unite dallo sfondo blu di un manifesto con la scritta SCOMPARSA.
Mirella aveva capelli ricci e lunghi, oggi li stirerebbe con la piastra e quell’aria imbarazzata delle ragazzine pre-instagram e pre-selfie, quando davanti alla macchina fotografica temevano di venire male e le foto andavano impresse sulla pellicola, quindi si faceva un solo scatto e doveva essere quello buono. Il pomeriggio del 7 maggio,  dopo essere stata in un bar vicino a casa a chiacchierare con degli amici, Mirella era risalita e si era messa a studiare. Ad un certo punto aveva risposto al citofono e la madre l’aveva sentita pronunciare una frase tipo “…se non mi dici chi sei non scendo…” Sandro, aveva sentito dire a sua figlia. Quell’ uomo o quel ragazzo doveva proprio chiamarsi Sandro ma nessuno con quel nome è mai stato collegato alla scomparsa di Mirella. A quel punto la ragazza era scesa in strada e da lì il nulla, sparita per sempre. Sembra che poco tempo prima di sparire, Mirella si fosse vantata con la madre, di essere in grado di trovare il denaro necessario all’acquisto di un appartamento che i genitori non potevano permettersi, tuttavia, tale uscita, era stata liquidata come una battuta un po’ spaccona: da adolescente.
La madre di Mirella Gregori credette di riconoscere in Raul Bonarelli, gendarme responsabile della sicurezza del Papa, un uomo che lei aveva visto spesso chiacchierare con la figlia nel loro bar. Il telefono di Bonarelli venne fatto intercettare dalla magistratura ma durante un confronto all’americana la donna non lo riconobbe. Va anche detto che nell’agosto del 1983, Giovanni Paolo II durante l’Angelus, aveva fatto un appello affinché coloro che dicono di trattenere quegli esseri innocenti li liberino. Pochi giorni dopo l’appello del Papa, il fidanzato di Antonietta Gregori, la sorella maggiore di Mirella, aveva risposto al telefono del bar. Un anonimo, che poi venne detto l‘Amerikano, gli dettò una descrizione esatta degli abiti indossati da Mirella il giorno della scomparsa e soprattutto, cosa che solo chi la tratteneva poteva conoscere, descrisse correttamente i marchi di quegli abiti. La stessa voce, quella dell’Amerikano, telefonò in seguito all’ avvocato Egidio ingaggiato sia dai Gregori sia dagli Orlandi dicendo che per Mirella non c’era più nulla da fare. Promise anche di far sapere dove avrebbero potuto trovare il corpo, ma non si fece mai più vivo.
Ma le intercettazioni svolgono un ruolo importante in questa storia, uno spazio lo hanno conquistato anche ieri (17 ott.2017 ndr), in Senato, alla presentazione della proposta di legge del Movimento 5 Stelle per l’apertura di una Commissione di Inchiesta sul caso Orlandi, ed è lì che siamo venuti in possesso di un documento della Questura di Roma che riporta numerose intercettazioni legati alla scomparsa di Emanuela e ai casi collegati, che sono molto di più di quanto non si immagini.
L’informativa della Questura, inviata il 24 maggio 2012 al Sostituto Procuratore Simona Maisto, contiene le intercettazioni del telefono di don Pietro Vergari che dialoga a più riprese, soprattutto con Carla Di Giovanni, la vedova di Enrico De Pedis, nel momento in cui, dopo le rivelazioni di “Chi l’ha visto?”, si scopre che l’ex della banda della Magliana è stato sepolto nella cripta presso la basilica di Sant’Apollinare di cui don Vergari era il rettore. E’ chiaro che tra i due esiste un rapporto di confidenza, al punto che don Vergari insulta a più riprese la famiglia della Orlandi e difende De Pedis, come fosse un bravo ragazzo calunniato. Interessante orribile leggere le intercettazioni, perché, davvero, si ha l’impressione di vedere le ramificazioni dei rapporti tra gli alti prelati che prendono vita. don Vergari che parla con la misteriosa Eccellenza, che lo tratta freddamente, gli consiglia di non usare il telefono perché lui sa che è intercettato, don Vergari che parla con don Ennio Appignanesi, vescovo Emerito di Potenza,  che dopo essere stato coinvolto nel caso dell’omicidio di Elisa Claps è considerato un esperto, e anche lui gli dice di rimanere abbottonato. Dalle telefonate si capiscono due cose, la prima è che don Vergari non era il confessore spirituale di De Pedis, come è stato raccontato, (scusa inventata per coprire una conoscenza nata dopo il rapimento di Emanuela Orlandi) e la seconda è che la vedova di De Pedis sembra sapere benissimo come finirà l’inchiesta: nel nulla.

Laura Sgrò

“…noi abbiamo presentato un istanza lo scorso giugno più o meno in concomitanza col 34° anniversario della scomparsa di Emanuela proprio perché alcune fonti hanno riferito di aver visto un dossier con l’indicazione Emanuela Orlandi in alcuni posti del Vaticano chiedendo al Segretario di Stato di avere copia di tutto l’incartamento che è in possesso della Santa Sede in relazione alla sparizione di Emanuela Orlandi sia quanto già dato anche eventualmente all’autorità italiana. Sono passati 34 anni quindi anche le cassette i file audio registrati nelle audiocassette sarebbe importante anche rianalizzarle alla luce della nuova tecnologia…”
E’ Laura Sgrò, avvocato vaticanista dello studio Bernardini de Pace che, nell’attesa del dossier dal Vaticano, oggi insieme alla famiglia, chiede una Commissione d’Inchiesta sul caso Orlandi.
Ma torniamo a quel documento che sarà, ci scommetto, il perno per l’iter parlamentare di apertura di una Commissione d’ Inchiesta. In questo documento, ad un certo punto, in un’intercettazione entra anche il capo della Procura di Roma, a parlare sono sempre loro Don Pietro Vergari e la vedova di De Pedis e la preoccupazione, siamo nel 2012, è sempre quella: mettere il silenziatore a tutte le polemiche che stanno sollevando le ossa di Renatino nella Basilica di Sant’Apollinare quella accanto, ricordiamo, alla scuola di musica di Emanuela.
Ovviamente, tra la vedova di De Pedis e il Giudice Giuseppe Pignatone, noto per aver aperto l’inchiesta “Mafia Capitale”, teniamo a credere al secondo e non alla prima, ma la vedova De Pedis è perentoria dice per esempio “…tanto il procuratore nostro sta prosciogliendo, sta archiviando tutto, è roba di pochi giorni eh don Piè resista…”. In un’altra telefonata i due parlano della marcia che ci sarà il 27 in favore di Emanuela Orlandi e la vedova De Pedis sostiene che il nuovo magistrato, Pignatone, ha mandato via Capaldo e il poliziotto che ha seguito le indagini e ha preso uomini di sua fiducia. La vedova De Pedis, sicuramente sapeva che il telefono del prete era controllato, può averlo fatto apposta a parlare in questi termini confidenziali del magistrato, ma la famiglia Orlandi vuole sapere la verità. E anche noi.

Ali Agca

“…Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, sono state rapite soltanto per ottenere la mia liberazione io ho delle prove per dimostrare questa affermazione mia e questo dato di fatto…
Ma facciamo un passo indietro, torniamo a quel giorno di maggio di due anni prima in cui tutto forse ebbe inizio. Siamo in piazza San Pietro, Giovanni Paolo IIè il Papa della gente e infatti la piazza è gremita, non ci sono controlli ne varchi di sicurezza, la piazza è aperta a tutti, fedeli, amici e nemici. Entrano proprio tutti, anche gli emissari dell’impero del male o più laicamente, i rappresentanti del blocco sovietico, quelli che considerano Karol Wojtyla un burattino degli americani e quindi una minaccia da abbattere. E ci provano. Quella domenica, in mezzo alla folla, confuso tra i fedeli, c’è il killer venuto da est che spara ma non uccide. Il Papa si salva e lui va in carcere, dal carcere Ali Agca si fa largo sulla scena del caso Orlandi.
“…Emanuela Orlandi è viva secondo alcune deduzioni logiche...”
Due anni prima della scomparsa di Mirella e poi di EmanuelaAli Agca aveva attentato alla vita di papa Giovanni Paolo II. L’anno dopo, ormai in carcere, aveva rivelato che il tentativo di uccidere il Papa era stato organizzato in combutta con i servizi segreti della Bulgaria, allora paese satellite dell’impero Sovietico. In seguito, successivamente al rapimento di Mirella ed Emanuela, in una delle sue tante dichiarazioni sempre sull’ ineffabile crinale tra delirio e depistaggio, sostenne che la scomparsa delle due ragazze fosse collegata al caso di Oleg Bitov, un giornalista sovietico accreditato alla quarantesima edizione della mostra del cinema di Venezia quale corrispondente della Literaturnaja Gazeta, famoso periodico culturale Russo. Bitov, il 9 settembre 1983, penultimo giorno della mostra, era scomparso nel nulla. La mostra del cinema si chiuse con una sorpresa, la scomparsa dal lido, di uno zelig in carne e ossa, cioè del giornalista russo Oleg Bitov, spia o forse dissidente. Lo stesso personaggio che poco dopo, Ali Agcà, sosterrà essere nascosto insieme a Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi e che invece riapparirà senza di loro a Mosca, un anno più tardi, sostenendo di essere stato rapito e trattenuto a Londra dai servizi segreti britannici.
C’è Bitov che, prima appare, poi scompare e poi riappare e c’è Antonov, è lui il protagonista della pista bulgara, quella che chiama in causa anche la Stasi.

Pietro Orlandi

…dunque la Stasi si è inserita in questa vicenda, loro hanno scritto delle lettere, questo è stato accertato e si sono mossi, ma secondo me, hanno usato la scomparsa di Emanuela per loro interessi. Loro avevano interesse a far uscire Antonov che era uno degli indagati per l’attentato al Papa che volevano togliere la responsabilità alla Bulgaria ed in effetti bisogna dire che ci sono riusciti perché poi Antonov è stato subito scarcerato e in quel periodo Ali Agca ha ritrattato tutte le cose che aveva detto sulla Bulgaria…
…quando si vuole capire se qualcuno è innocente o colpevole il modo migliore è continuare a interrogarlo finché non ne può più. Compagno di scuola Max Kinkner, siamo andati tutti insieme a casa sua. Notate qualcosa nella sua deposizione? Che ripete le stesse cose? Esatto, che ripete le stesse cose parola per parola. Chi dice la verità a volte sbaglia parole, è naturale, un bugiardo ha studiato prima cosa deve dire e anche quando è sfinito dice sempre le stesse parole…
PierluigiMario e l’Amerikano, ossia i telefonisti che contattarono le famiglie delle ragazze e l’avvocato, scomparvero poi dalla scena. La pista turca e lo scambio di ostaggi con Ali Agca, i lupi grigi il fronte di liberazione anticristiano Turkesh, che nemmeno i servizi segreti turchi avevano mai sentito nominare, sono piste che decaddero senza riscontri. I depistaggi dei servizi segreti della DDR, la pista bulgara, i comunisti che cercano di uccidere il Papa e usano il rapimento delle due ragazzine per distogliere l’attenzione dei media dalle proprie responsabilità, questa altra ipotesi, che per anni andò per la maggiore, alla fine non trovò riscontri. Furono prese in esame anche piste grottesche, la misteriosa organizzazione Phoenix che rivendicò il sequestro, il guerrigliero Paco che, intervistato in TV, sostenne di aver addestrato Ali Agca in un campo militare siriano e millantò una pista Svizzera. Pare che ci sia stato persino uno studente indiano di teologia dell’università Lateranense che indicò una pista americana. Infine le piste interne, con Emanuela, oppure Emanuela Mirella ostaggi di guerre interne vaticane, magari violentate da Monsignori pervertiti che poi le avevano eliminate, anche qui non si trovò nessun riscontro.
E’ la lista delle coincidenze che si allunga. Il bar dei genitori di Mirella è frequentato da uno delle guardie vaticane, due uomini l’hanno fotografata con insistenza il giorno dell’inaugurazione di quel bar. Il telefonista che chiama a casa Gregori ha lo stesso accento americano del telefonista che chiama per Emanuela. Coincidenze che chiamano in causa la STASI, i lupi grigi, i russi, ma forse i russi non c’entrano oppure i russi c’entrano eccome. E il Vaticano, in quegli anni, di terrorismo e guerra fredda non è un luogo così sereno e sicuro dove vivere, il Vaticano era un luogo pieno di spie complotti e complottisti. Ercole Orlandi segnalò ai magistrati una serie di luoghi dove gli ignari cittadini dello Stato Vaticano erano tenuti sotto controllo, probabilmente gli itinerari delle sorelle Orlandi, tutte le sorelle Orlandi, anzi, tutta la famiglia Orlandi, era controllata da agenti del KGB e della STASI. Passavano e ripassavano sotto le finestre dell’ Osservatore Romano. Il quotidiano della Santa Sede, a quel tempo era pieno di corrispondenti che non erano solo giornalisti. Qualcuno ricorderà Brammertz, corrispondente della Germania dell’ est, intratteneva rapporti con la guardia svizzera EstermannEsterman sa tutto quello che accade, conserva tutti i documenti ma muore prima di avere il tempo di lasciare il Vaticano. Fu una strage, morirono in tre e quei documenti la famiglia Orlandi, pista bulgara o pista sessuale li sta ancora aspettando.
 Intervento Pietro ORLANDI e Maria Antonietta GREGORI


© RAI 2017 – tutti i diritti riservati.

Mirella Gregori Emanuela Orlandi la storia: TERZA PUNTATA
Copyright © 2017 Blog Emanuela Orlandi, All rights reserved.

25 novembre 2017

La famiglia di Emanuela presenta la denuncia di scomparsa anche al Vaticano

Lo aveva preannunciato l’avvocato Annamaria Bernardini De Pace lo scorso 17 ottobre a Palazzo Madama.
In occasione della presentazione del Disegno di Legge a firma del Senatore Maurizio Santangelo, l’avvocato della famiglia Orlandi, Annamaria Bernardini De Pace, aveva preannunciato di voler presentare la denuncia di scomparsa di Emanuelapresso la Gendarmeria vaticana. “Pur essendo una cittadina ancora oggi iscritta all’anagrafe vaticana, Emanuela non c’è. Dunque chiederemo ai genitori di presentare una denuncia di scomparsa e a questa denuncia vorrà rispondere il Vaticano. Aprirà un’inchiesta? sarà una possibilità per il nostro Stato di riacquistare una dignità e avere delle risposte dallo Stato Vaticano che finora si è trincerato dietro ombre e preghiere?“.
Laura Sgrò
La denuncia è stata presentata oggi perchè  “al momento nessuna indagine è in corso sulla scomparsa di Emanuela Orlandi né in Italia né nella Città del Vaticano” dichiara Laura Sgrò dello studio Bernardini De Pace e legale di Pietro Orlandi. “Innanzitutto una denuncia di scomparsa, perché nel 1983, quando Emanuela Orlandi è scomparsa, la denuncia fu fatta alle autorità italiane, precisamente presso l’ispettorato competente per il territorio italiano, ma mai in Vaticano. Emanuela è una cittadina vaticana e la nostra speranza è quindi che il Vaticano apra un fascicolo. Denunciamo poi anche un’altra cosa, un fatto che rispetto all’archiviazione dell’indagine, aggiunge elementi nuovi: la trattativa intercorsa tra la magistratura italiana e la Segreteria di Stato vaticana volta a risolvere il problema mediatico della sepoltura di De Pedis in cambio di informazioni su Emanuela“.